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Accertamento fiscale, il testimone non vale

20 marzo 2017


Accertamento fiscale, il testimone non vale

> Diritto e Fisco Pubblicato il 20 marzo 2017



Divieto di prova testimoniale nel processo tributario: impossibile dimostrare la buona fede con le dichiarazioni, neanche se sottoscritte in un documento.

 

Sbaglia grosso chi crede di poter superare un accertamento fiscale o, semplicemente, una richiesta di chiarimenti avanzata dal fisco portando uno o più testimoni davanti al giudice o all’ufficio dell’Agenzia delle Entrate: nel processo tributario, difatti, vi è il divieto di prova testimoniale, essendo le prove quasi esclusivamente documentali. In altre parole, il contribuente non può dimostrare le proprie ragioni, anche se in buona fede, facendole confermare dalle dichiarazioni di un parente o un amico informato sui fatti. È quanto prevede la legge sul processo tributario, interpretata in modo molto rigido dalla giurisprudenza. La norma [1], del resto, è lapidaria e non lascia margini di manovra: «Non sono ammessi il giuramento e la prova testimoniale» si legge chiaramente. Ma allora come ci si difende in caso di accertamento fiscale per un comportamento avvenuto diversi anni prima, quando ormai si sono perse tutte le tracce e anche la memoria delle proprie ragioni? Un problema ancor più complicato se si tratta di comportamenti ripetuti con una certa quotidianità (come un prelievo o un versamento sul conto corrente) o tra soggetti – come nel caso di parenti – tra i quali è inusuale formalizzare gli scambi di denaro con atti scritti. Ma procediamo con ordine.

Immaginiamo di ricevere, sul conto corrente, un bonifico da un nostro amico il quale ci ha prestato dei soldi, a titolo di favore, solo per consentirci di arrivare a fine mese. A voce, ci ha detto che gli potremo restituire la somma non appena avremo superato le difficoltà economiche. L’importo però è sostanzioso e così, dopo qualche anno, l’Agenzia delle Entrate ci chiede chiarimenti. Il sospetto del funzionario del fisco è che, dietro quel bonifico, si nasconda una prestazione da noi erogata “in nero”, senza cioè fatturare o, comunque, senza riportarla sulla dichiarazione dei redditi. Convinti delle nostre buone ragioni, andiamo all’ufficio a reclamare, ma lì ci dicono che, senza un documento che confermi il nostro “racconto”, subiremo un accertamento fiscale. Facciamo presente che, trattandosi di un prestito tra amici, nessuno dei due ha pensato di redigere un contratto, ma che il nostro benefattore è disposto a confermare, verbalmente, quanto da noi dichiarato. Chi ha ragione?

Purtroppo, in casi come questi, non c’è modo di difendersi dall’accertamento fiscale se non si è stati sufficientemente lungimiranti, al momento del comportamento “sospetto”, da formalizzare lo scambio di denaro con una scrittura privata avente «data certa», data cioè che possa essere opponibile alle argomentazioni del fisco e dimostri che la stessa non è solo il frutto di una retrodatazione.

Nel documento, rigorosamente firmato da ambo le parti, dovrà essere descritta l’operazione (versamento del denaro sul conto corrente), la finalità della stessa (donazione, mutuo, ecc.) e la natura (a titolo oneroso, ossia dietro pagamento di interessi, o a titolo gratuito, ossia senza interessi).

La «data certa» si può ottenere, ad esempio, con la registrazione del documento all’Agenzia delle Entrate (soluzione costosa) o con la spedizione a sé stessi di una raccomandata o con uno scambio di email con posta elettronica certificata.

Questa tesi è stata recentemente confermata dalla Commissione Tributaria di Roma (leggi l’approfondimento Bonifico sul conto, posso dire che è un prestito?).

Divieto di prova testimoniale nel processo tributario

Come detto, anche se davanti al giudice tributario, il contribuente non può difendersi e dimostrare le proprie ragioni attraverso i testimoni. Né è possibile superare tale divieto esibendo delle dichiarazioni scritte e firmate da questi, con carta d’identità allegata.

Secondo alcune sentenze il divieto della prova testimoniale impedisce anche di utilizzare, nel processo tributario le dichiarazioni rese dai terzi alla Guardia di finanza, all’Ufficio delle imposte, ecc. durante la fase delle indagini. Per altri giudici, invece, tali dichiarazioni sono ammesse e vanno valutate alla stregua di semplici indizi.

La Cassazione ha ritenuto prove sufficienti della pretesa impositiva – quindi contrarie al contribuente – le dichiarazioni di terzi raccolte nell’attività istruttoria dagli Uffici finanziari e dalla Guardia di finanza [2]. Sempre secondo la Suprema Corte [3], le dichiarazioni assunte dalla Guardia di Finanza vanno comunque vagliate dai giudici tributari e non possono avere valore di prova, ma solo di indizi.

Insomma, le dichiarazioni raccolte dalla Guardia di finanza e da essa incorporate nel processo verbale di constatazione non sono testimonianze né testimonianze rese in sede penale, ma informazioni acquisite nell’ambito di indagini amministrative che non hanno di per sé efficacia di prova [4].

Quando alla possibilità di depositare, nel processo tributario, la dichiarazione sostitutiva dell’atto di notorietà, vale a dire un documento che deve considerarsi dichiarazione di terzo, secondo la Cassazione, tale dichiarazione ha il valore probatorio degli elementi indiziari e come tale deve essere valutata dal giudice [5].

note

[1] Art. 7, co. 4 dlgs n. 546/1992.

[2] Cass. sent. n. 14427/1999.

[3] Cass. sent. n. 2610/2000. Secondo Cass. sent. n. 17052/2010, la disposizione secondo cui nel processo tributario “non sono ammessi il giuramento e la prova testimoniale”, ha valenza esclusivamente processuale nel senso che tale divieto – in quanto limitativo unicamente dei “poteri” (che la norma regola) “delle commissioni tributarie” e non pure, quindi, dei “poteri” degli organi amministrativi di verifica, disciplinati da altre disposizioni – vale soltanto (Cass., trib., sentenze 2 novembre 2005, n. 21268, 5 luglio 2001, n. 9100 e 15 novembre 2000, n. 14774) per la diretta assunzione, da parte del giudice tributario, nel contraddittorio delle parti, della narrazione di fatti della controversia compiuta da un terzo, ovverosia per quella narrazione che, in quanto richiedente la formulazione di specifici capitoli e la prestazione di un giuramento da parte del terzo assunto quale teste, acquista, conseguentemente, un particolare valore probatorio. Le dichiarazioni dei terzi raccolte dai verificatori (quand’anche in seno a procedimento penale) e inserite nel processo verbale di constatazione, invece, hanno natura di mere informazioni acquisite nell’ambito di indagini amministrative e sono, pertanto, pienamente utilizzabili quali elementi di prova.

[4] Cass. sent. n. 3526/2002.

[5] Cass. sent. n. 5927/2003. Contra cfr. Ctr Umbria sent. n. 562/2000.

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