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Se la ex moglie sta male può avere un mantenimento più alto?


Se la ex moglie sta male può avere un mantenimento più alto?

> Donna e famiglia Pubblicato il 21 marzo 2017



Se dai certificati medici risulta che la moglie non può più lavorare come prima ha diritto a un aumento dell’assegno di mantenimento.  

Si mettono male le cose per l’ex marito che versa il mantenimento alla moglie se la donna si ammala e non può più lavorare come prima: in questo caso è legittima la richiesta di un aumento dell’assegno mensile proprio per via delle ridotte capacità lavorative. È quanto chiarito dalla Cassazione con una recente sentenza [1].

Come noto, l’assegno di mantenimento – quello cioè versato all’esito della separazione – e l’assegno divorzile – quello che, invece, scatta dopo il divorzio – possono sempre essere oggetto di revisione da parte del giudice se cambiano le condizioni economiche dei coniugi rispetto alla precedente sentenza. In altri termini, in presenza di fatti sopravvenuti e non prevedibili al momento dell’introduzione del giudizio di separazione o divorzio, si può fare ricorso al giudice affinché riduca o aumenti (a seconda dell’interesse in gioco, ovviamente) l’importo che lo stesso aveva precedentemente fissato.

Le principali ragioni che portano il beneficiario del mantenimento a chiedere un aumento dell’assegno possono essere, ad esempio, la perdita del lavoro o una riduzione dell’orario con contrazione dello stipendio, un aumento del reddito dell’ex coniuge, un aggravamento delle proprie condizioni di salute che implichino una riduzione della capacità lavorativa. È proprio quest’ultimo il caso deciso dalla Cassazione. Una patologia che condiziona la capacità lavorativa della donna consente a quest’ultima di rivolgersi al tribunale e rimettere in gioco l’importo dell’assegno di mantenimento o di quello divorzile inizialmente deciso dal giudice.

Ma come fare ad avere un aumento dell’assegno di mantenimento? La strada la indica la stessa Cassazione: i «certificati medici» prodotti in giudizio sono una valida dimostrazione per giustificare il peggioramento delle condizioni di salute e l’impossibilità a lavorare come prima. Non c’è poi bisogno di portare le buste paga più ridotte se ancora non si è proceduto alla limitazione del monte ore giornaliero.

note

[1] Cass. ord. n. 7153/17 del 20.03.2017.

Autore immagine: 123rf com

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 1, ordinanza 5 dicembre 2016 – 20 marzo 2017, n. 7153
Presidente Dogliotti – Relatore Ragonesi

Fatto e diritto

“Il relatore Cons. R., letti gli atti depositati, ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c. osserva quanto segue.
Il Tribunale di Roma con sentenza del 10.23.12 ha accolto la richiesta presentata del S. di scioglimento del matrimonio contratto con D. P. R. ponendogli a carico l’ammontare di 350,00 Euro a titolo di assegno mensile di divorzio.
La D. P. ha proposto appello contro la sentenza di prime cure lamentando che non era stata ritenuta provata la sussistenza della patologia di cui era affetta che ne condizionava la capacità lavorativa.
La Corte d’Appello con sentenza n. 7030/14 ,in parziale accoglimento del gravame, ha determinato in Euro 500,00 mensili l’ammontare dell’assegno di divorzio in favore della D. P.. Ricorre per cassazione il Sperato contestando la decisione assunta dalla Corte d’Appello.
Con l’unico motivo di ricorso il Sperato si duole per aver la Corte d’Appello attribuito a certificazione medica privata capacità e validità probatoria ponendo tali documenti a fondamento della decisione assunta e lamenta la violazione dell’art. 115 c.p.c. per la mancata indicazione degli elementi dai quali ha tratto il proprio convincimento.
Sotto diverso profilo contesta la valutazione del suo reddito in base alla quale è stato aumentato l’assegno.
Lamenta inoltre la condanna alla spese di giudizio.
La D. P. ha resistito con controricorso.
Il ricorso è inammissibile.
Quanto alla valutazione delle prove la Corte si è basata sui certificati medici prodotti e trattasi di valutazione sulla attendibilità degli stessi non soggetta a scrutinio in sede di legittimità.
Le ulteriori censure rese dallo S. a sostegno del suo ricorso sono che delle affermazioni apodittiche che tendono a fornire una diversa ricostruzione in fatto rispetto a quella effettuata dal giudice di merito e come tali non possono trovare ingresso in questa sede di legittimità.
In particolare il reddito dello stesso risulta accertato dalla Corte d’appello in base ai CUD che agli estratti conto bancari. Trattasi di valutazione di merito non sindacabile in questa sede.
Per quanto concerne la compensazione delle spese, trattasi di valutazione discrezionale del giudice di merito anch’essa non sindacabile in sede di legittimità.
Ricorrono i requisiti di cui all’art 375 c.p.c. per la trattazione in camera di consiglio.

P.Q.M.

Rimette il processo al Presidente della sezione per la trattazione in Camera di Consiglio.
Roma 11.07.2016
Il Cons. relatore”
Vista la memoria del resistente ;
Considerato che non emergono elementi che possano portare a diverse conclusioni di quelle rassegnate nella relazione di cui sopra e che, pertanto il ricorso va dichiarato inammissibile con condanna della ricorrente al pagamento delle spese di giudizio liquidate come da dispositivo.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese di giudizio liquidate in Euro 2000,00 oltre Euro 100,00 per esborsi ed oltre accessori di legge. Sussistono le condizioni per l’applicazione del doppio del contributo. Si dispone l’oscuramento dati personali in caso di pubblicazione

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