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Lo sai che? Detenzione inumana: come fare riscorso?

Lo sai che? Pubblicato il 9 aprile 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 9 aprile 2017

Cosa prevede la legge sul risarcimento dei detenuti che hanno finito di scontare la pena detentiva? Come presentare ricorso e quali mezzi di prova chiedere al giudice?

Nella redazione del ricorso non è necessario allegare il certificato di residenza; chi intende costituirsi personalmente dovrà indicare le proprie generalità (nome cognome data di nascita, indicazione della residenza, codice fiscale) oltre a copia del documento d’identità.

L’ente contro il quale rivolgere la propria domanda è il ministero di Grazia e Giustizia nella persona del Ministro pro tempore, in quanto è lo Stato italiano che attraverso una palese violazione del diritto comunitario, ha leso la dignità del detenuto costringendolo a versare in condizioni disumane.

Per quanto riguarda, invece, la richiesta di prova testimoniale è importante capire se le persone che si intende chiamare in giudizio siano libere o detenute: nel primo caso, non è possibile domandare la citazione di una persona di cui si conosca solo il nome, si dovrebbe quanto meno conoscere il comune di provenienza per poter effettuare una ricerca al fine di ottenere la loro residenza. Nell’ipotesi in cui, invece, tali soggetti siano attualmente reclusi, sarà sufficiente indicare come indirizzo quello della casa circondariale in cui si trovano.

Il giudice cura la fase istruttoria ed innanzitutto è importante che la persona interessata produca il proprio certificato di detenzione, da cui risulterà la durata della stessa, oltre al carcere/i in cui è avvenuta. Qualora si fosse in grado di individuare un rapporto informativo sull’ istituto in cui l’interessato si trovava negli anni della reclusione sarebbe consigliabile produrlo.

L’aspetto fondamentale che deve essere evidenziato nel ricorso riguarda la narrazione della detenzione in cui si evidenziano tutti gli elementi da cui possa desumersi che la stessa sia avvenuta in violazione dell’articolo 3 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo. Sul punto è richiesta la massima precisione. Non basta l’indicare l’istituto penitenziario ma anche la relativa sezione e il numero di cella, nonché quanti detenuti erano ospitati al suo interno. È preferibile specificare quali erano le dimensioni complessive della stessa, se era presente della mobilia e quanto spazio vitale rimanesse a disposizione ogni detenuto. Ogni dettaglio può essere importante, quale la normale areazione dell’ambiente o anche, ad esempio, se erano presenti letti a castello e quale fosse la distanza tra questo ed il soffitto.

Il Comitato per la Tortura, commissione europea che monitora le condizioni dei penitenziari, ha stabilito che costituisce trattamento inumano il costringere un uomo a vivere in uno spazio inferiore ai tre metri quadrati.

L’analisi deve indicare quante finestre erano presenti e se fornivano un’illuminazione adeguata che consentisse di godere della luce naturale, se era presente il riscaldamento ed il suo funzionamento ed il numero dei termoconvettori, il regolare andamento del servizio elettrico.

Le condizioni igieniche vanno descritte minuziosamente, spiegando se erano presenti i servizi igienici, la loro collocazione nella cella, se ai detenuti fosse consentito espletare le proprie funzioni fisiologiche in condizioni di privacy. Occorre indicare quante volte settimanalmente fosse consentito fare la doccia.

Occorre specificare se fosse possibile o meno ricevere visita dai propri parenti e le condizioni degli spazi in cui avvenivano i colloqui, in caso contrario evidenziare che la distanza dal carcere non consentiva nemmeno di poter godere di detti momenti.

Oltre a quanto indicato, occorre riservarsi di formulare ulteriori mezzi istruttori sulla base di quanto verrà dedotto dalla controparte.

Infine occorre indicare quante ore al giorno il detenuto trascorreva in cella e se aveva accesso alle attività lavorative o didattiche.

Articolo tratto da una consulenza dell’avv. Angelo Terragno


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