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Lo sai che? Cos’è l’interpello tributario?

Lo sai che? Pubblicato il 24 marzo 2017





> Lo sai che? Pubblicato il 24 marzo 2017

Con l’interpello i contribuenti possono chiedere alla amministrazione finanziaria l’interpretazione ufficiale delle leggi tributarie da applicare ai casi concreti.

Le leggi in materia tributaria sono spesso difficili da interpretare. Per questo i contribuenti hanno a disposizione lo strumento dell’interpello tributario. In particolare, il cosiddetto interpello ordinario serve ad ottenere dall’amministrazione una risposta ufficiale sull’interpretazione di una norma, con riferimento alla fattispecie concreta prospettata dal contribuente. La risposta fornita in sede di interpello è vincolante per la stessa amministrazione finanziaria, che non può successivamente emettere atti in contrasto con quanto comunicato al contribuente. Vediamo più nel dettaglio come funziona l’interpello.

Cos’è il diritto di interpello?

In generale, con l’espressione diritto di interpello si intende il diritto dei contribuenti di chiedere chiarimenti all’amministrazione finanziaria, allo scopo di determinare quale sia il comportamento fiscalmente corretto e non incorrere in sanzioni. Si tratta dunque di uno strumento ufficiale di dialogo tra Fisco e contribuenti, previsto dallo Statuto dei diritti del contribuente.

La necessità di interpellare l’amministrazione può nascere dal fatto che:

  • le norme fiscali vengono modificate frequentemente e le novità non sempre sono di facile comprensione;
  • le norme riguardano sempre casi astratti, per cui può essere difficoltoso capire se la norma astratta si applica allo specifico caso concreto.

Tra le varie procedure di interpello previste dall’ordinamento, quella che interessa la generalità dei contribuenti è definita interpello ordinario [1].

Con l’interpello ordinario il contribuente interpella l’amministrazione per ottenere una risposta riguardante una fattispecie concreta e personale.

In particolare la risposta, che va fornita entro il termine di novanta giorni, può essere relativa:

  • alla applicazione di una disposizione tributaria, quando vi sono condizioni di obiettiva incertezza sulla corretta interpretazione di tale disposizione;
  • alla corretta qualificazione fiscale del caso concreto, quando tale qualificazione sia obiettivamente incerta.

Come presentare una istanza di interpello ordinario

Possono presentare istanza di interpello tutti i contribuenti, anche non residenti in Italia.

L’istanza va presentata all’ufficio che si occupa di gestire il tributo oggetto dell’interpello [2], in quanto la procedura compete necessariamente alla stessa amministrazione che esercita in materia i poteri di accertamento.

Quindi ad esempio:

  • vanno presentati alla Direzione Regionale della Agenzia delle Entrate gli interpelli che riguardano le imposte sui redditi, l’iva, l’imposta di registro, etc.. È competente territorialmente la Direzione della regione in cui il contribuente ha la residenza;
  • vanno presentate al Comune di residenza le istanze che riguardano i tributi locali, come l’Imu o la tassa rifiuti.

Nel caso in cui l’istanza venga presentata per errore ad un ufficio incompetente, è la stessa amministrazione a trasmettere l’interpello all’ufficio competente, informando di ciò il contribuente.

L’istanza non è soggetta a forme particolari ed è esente dal pagamento dell’imposta di bollo.

Le modalità di presentazione dell’interpello sono:

  • la consegna a mano presso lo sportello dell’ufficio;
  • la spedizione mediante Poste Italiane di un plico raccomandato con avviso di ricevimento;
  • l’invio con posta elettronica certificata, la cosiddetta pec.

C’è un termine per presentare l’interpello?

L’istanza di interpello deve essere preventiva. In altre parole, con tale espressione si intende che l’istanza deve essere presentata prima della scadenza fiscale interessata dall’istanza stessa, cioè prima che il contribuente ponga in essere il comportamento su cui richiede chiarimenti.

Così ad esempio, se si vuole conoscere l’orientamento ufficiale della Agenzia delle Entrate in merito a una detrazione fiscale, dalla dubbia applicazione, è necessario inviare l’istanza almeno novanta giorni prima del termine di presentazione della dichiarazione dei redditi.

Se l’istanza viene presentata in ritardo, ma la fattispecie sottoposta dal contribuente riguarda più anni di imposta (ovvero ad esempio la dichiarazione dei redditi di più annualità), l’amministrazione è comunque tenuta a rispondere.

Cosa scrivere nell’istanza di interpello ordinario

È la stessa legge a stabilire il contenuto dell’istanza di interpello [3]:

  • va indicata la norma che disciplina la tipologia di interpello specificamente proposta, dunque, nel caso dell’interpello ordinario, l’art. 11 comma 1 lettera a della L. 27.07.2000 n. 212, recante lo Statuto dei diritti del contribuente;
  • le generalità e il codice fiscale del contribuente istante. Quando l’istanza viene presentata da una società, vanno indicati i dati della società e quelli del suo legale rappresentante (normalmente l’amministratore);
  • la circostanziata e specifica descrizione della fattispecie. In particolare devono essere forniti alla amministrazione tutti gli elementi di fatto utili a individuare la situazione concreta in cui si trova il contribuente;
  • la norma tributaria in merito alla quale si chiede l’interpretazione ufficiale;
  • l’esposizione, in modo chiaro e univoco, della soluzione interpretativa proposta dallo stesso contribuente. In pratica, l’istante deve specificare come intende interpretare la norma di legge o come intende qualificare ai fini fiscali la sua situazione;
  • l’indicazione dei recapiti ai quali si vuole ricevere la risposta dell’ufficio. Può trattarsi ad esempio dell’indirizzo di residenza del contribuente, della pec del contribuente o della pec del professionista appositamente delegato;
  • la firma del contribuente o del soggetto delegato che presenta l’istanza per conto del contribuente. In quest’ultimo caso, all’istanza di interpello deve essere allegata la procura, ovvero la delega rilasciata dal contribuente al professionista, come ad esempio un avvocato o un commercialista [4].

Il contribuente deve inviare alla amministrazione, oltre all’istanza contenente gli elementi sopra elencati, anche la documentazione necessaria a comprovare i fatti descritti. Non devono essere forniti i documenti che sono già in possesso dell’ufficio.

Se l’istanza presentata dal contribuente non è completa, l’amministrazione invita l’istante a regolarizzare l’interpello entra trenta giorni. I novanta giorni per la risposta, in tal caso, vanno calcolati da quando il contribuente regolarizza l’istanza.

Se per rendere la risposta occorrono documenti diversi da quelli già forniti, l’amministrazione finanziaria chiede all’istante una integrazione documentale. In questo caso il parere è reso entro sessanta giorni da quando la documentazione integrativa è messa a disposizione dell’amministrazione.

L’istanza di interpello e la documentazione di supporto devono essere quanto più complete possibile. Infatti l’ufficio finanziario non è tenuto a fare ulteriori accertamenti, ma deve decidere sulla base degli elementi e dei documenti forniti dal contribuente.

Inammissibilità dell’istanza di interpello

Come abbiamo detto, quando il contenuto dell’istanza di interpello non è completo, la stessa Agenzia delle Entrate o il Comune invita il contribuente a regolarizzare l’istanza. Allo stesso modo l’amministrazione può fare quando mancano documenti utili ai fini dell’esame dell’istanza.

La legge ha previsto però dei casi in cui l’amministrazione non è tenuta richiedere la regolarizzazione dell’istanza, ma può invece direttamente dichiararla inammissibile [5].

In particolare l’interpello va dichiarato inammissibile quando:

  • non vengono indicate le generalità del contribuente, cosicché non è possibile identificare l’istante;
  • non viene descritta in modo analitico la fattispecie concreta sulla quale l’istante richiede un parere ufficiale da parte del Fisco;
  • l’istanza viene presentata dopo la scadenza fiscale interessata dalla norma oggetto di interpello;
  • la legge, che il contribuente sottopone con l’interpello, non è obiettivamente incerta, per cui non occorrono chiarimenti ufficiali;
  • viene riproposta la medesima questione, già sottoposta con un precedente interpello;
  • l’interpello ha ad oggetto una fattispecie per cui il contribuente ha già in corso una verifica fiscale o una azione di accertamento da parte della amministrazione;
  • il contribuente non regolarizza l’istanza, dopo aver ricevuto l’invito a ciò finalizzato.

Come risponde l’amministrazione finanziaria?

Nel caso di interpello ordinario, l’amministrazione finanziaria è tenuta a rispondere entro il termine di novanta giorni dalla ricezione dell’istanza.

La mancata risposta equivale a un parere positivo per il contribuente, ovvero si forma il cosiddetto silenzio-assenso. Di conseguenza, in caso di silenzio dell’ufficio, il contribuente è legittimato ad applicare la soluzione interpretativa che lui stesso ha indicato nell’istanza di interpello.

Dunque le possibili risposte ad un interpello sono:

  • un parere espresso, inviato ai recapiti del contribuente, con cui l’amministrazione ufficializza una interpretazione della legge diversa da quella suggerita dal contribuente. In questo caso l’interpello viene sostanzialmente rigettato;
  • un parere espresso, con cui l’amministrazione dichiara di condividere l’interpretazione prospettata dal contribuente;
  • il silenzio, che equivale a un assenso, ovvero all’accoglimento della soluzione interpretativa indicata dal contribuente nell’istanza.

Qual è l’effetto della presentazione di un interpello ordinario?

Come abbiamo detto, l’amministrazione, se intende rigettare la soluzione interpretativa proposta dal contribuente, deve farlo espressamente entro il termine di novanta giorni con un provvedimento motivato. In mancanza di risposta, si forma il cosiddetto silenzio-assenso.

In ogni caso, ecco quali sono le conseguenze della presentazione di un’istanza di interpello ordinario:

  • il contribuente può applicare alla propria situazione concreta l’interpretazione della legge indicata dall’ufficio;
  • l’amministrazione non può emettere atti di accertamento o sanzionatori in difformità dalla risposta precedentemente fornita. L’atto eventualmente emesso, contrastante con la risposta data all’interpello, è nullo;
  • l’ufficio può successivamente modificare la risposta già fornita. La risposta rettificativa in ogni caso ha effetto solo per i fatti che si verificano dopo che la stessa viene comunicata al contribuente;
  • la risposta data dalla amministrazione all’istanza di interpello ha effetto per il singolo contribuente istante e solo ed esclusivamente per la fattispecie specificamente descritta nell’istanza.

La risposta fornita in sede di interpello vincola il contribuente?

La risposta che l’amministrazione fornisce a seguito di un interpello non è vincolante per il contribuente.

Questo comporta che il contribuente:

  • non può impugnare la risposta ricevuta all’istanza di interpello;
  • non è vincolato a rispettare la soluzione interpretativa indicata dalla amministrazione.

Ovviamente, se il contribuente decide di discostarsi dal parere reso in sede di interpello, può andare incontro ad un atto di accertamento fiscale, con le relative sanzioni. Tale atto è contestabile in Commissione tributaria.

Facciamo, per concludere, un esempio concreto.

Il contribuente presenta istanza di interpello per chiedere la precisa interpretazione di una norma che istituisce una nuova agevolazione fiscale. In particolare, il contribuente ritiene applicabile alla propria personale fattispecie l’agevolazione oggetto di interpello.

Nei novanta giorni l’Agenzia risponde, rigettando la tesi del contribuente. In questo caso, come detto, l’istante non è vincolato dal parere negativo reso dalla Agenzia, dunque può comunque applicare l’agevolazione nella sua dichiarazione dei redditi.

Se successivamente l’Agenzia delle Entrate notifica un accertamento per recuperare le minori imposte pagate dal contribuente, l’accertamento è valido. Tuttavia il contribuente può impugnare tale accertamento davanti l’autorità giudiziaria competente. Sarà a questo punto il giudice, terzo e imparziale per legge, a decidere se è corretta l’interpretazione del contribuente o quella della Agenzia delle Entrate.

note

[1] Art. 11 L. 27.07.2000 n. 212.

[2] Risoluzione della Agenzia delle Entrate 29.01.2002 n. 1/DPF.

[3] Art. 3 D.Lgs. 24.09.2015 n. 156.

[4] Le modalità con cui il contribuente può fare procura, per essere rappresentato presso gli uffici dell’amministrazione finanziaria, sono disciplinate dall’art. 63 D.P.R. 29.09.1973 n. 600.

[5] Art. 5 D.Lgs. 24.09.2015 n. 156.


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