Professionisti L’appello

Professionisti Pubblicato il 24 marzo 2017

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Procedura, presupposti e termini della procedura di appello, sentenze appellabili, lo ius novorum, il filtro di ammissibilità e il procedimento.

L’appello è il più ampio mezzo di impugnazione, in quanto è concesso alla parte per il solo fatto di essere rimasta soccombente.

Con l’appello si ha un totale riesame della controversia, e non solo il riesame di determinati vizi che inficierebbero la sentenza, come per gli altri mezzi di impugnazione (principio del doppio grado di giurisdizione).

L’appello presenta le seguenti caratteristiche:

  • ha natura di «gravame»; comporta, cioè, un riesame totale della controversia, ed è sempre concesso alla parte soccombente a prescindere dai motivi per la sua proposizione;
  • ha effetto devolutivo: in quanto devolve al nuovo giudice la cognizione dello stesso rapporto sostanziale conosciuto dal primo giudice; il soccombente, pertanto, potrà ottenere una nuova pronuncia che, anziché riformare o revocare quella anteriore, si sovrappone ad essa, prendendone il posto;
  • non dà vita ad un nuovo processo: il giudizio di appello è, infatti, nel nostro sistema, una continuazione del processo di primo grado.

Anteriormente alla riforma attuata con la L. 353/90 rientrava tra le caratteristiche dell’appello il cd. effetto sospensivo, in forza del quale l’esecuzione delle sentenze, non accompagnate dalla clausola di provvisoria esecuzione, rimaneva sospesa per effetto della proposizione dell’appello.

Tale effetto risulta eliminato per quanto disposto dall’art. 337 (nella formulazione entrata in vigore il 1°-1-1993), secondo il quale «l’esecuzione della sentenza non è sospesa per effetto della impugnazione di essa (…)»: la nuova disciplina è necessaria conseguenza della previsione ex lege della provvisoria esecutività di tutte le sentenze di primo grado (art. 282).

Pertanto, l’art. 283 (entrato in vigore il 1°-1-1993 ed applicabile alle procedure iniziate anteriormente al 1°-3-2006) stabilisce che l’appellante può chiedere la sospensione dell’efficacia esecutiva o dell’esecuzione della sentenza impugnata, quando ricorrono gravi motivi.

L’art. 283 — applicabile ai procedimenti instaurati successivamente al 1° marzo 2006 — attribuisce al giudice dell’appello il potere di sospensione (totale o parziale) dell’efficacia esecutiva o dell’esecuzione della sentenza impugnata quando sussistono gravi e fondati motivi, anche in relazione alla possibilità di insolvenza di una delle parti, con la facoltà di imporre all’istante una cauzione.

Alla norma in esame è stato aggiunto un comma (ex L. 183/2011) e con esso la previsione che in caso di inammissibilità o infondatezza dell’istanza per la sospensione della provvisoria esecuzione della sentenza di 1°grado, il giudice può condannare la parte che l’ha proposta al pagamento di una pena pecuniaria con ordinanza, non impugnabile.

Sentenze appellabili

Sono appellabili tutte le sentenze pronunciate in primo  grado.

Esiste, tuttavia, una differenza fra le sentenze definitive e quelle non definitive: per le sentenze definitive, vale la regola dell’impugnazione nei termini prescritti (in ossequio al già enunciato principio di «certezza del diritto»); per le sentenze non definitive, la parte può (art. 340) o fare appello immediato nei termini, o fare riserva di appello insieme con la sentenza definitiva. Tale riserva non può farsi (e se fatta rimane senza effetto) se la sentenza non definitiva è appellata immediatamente da alcuna delle altre parti.

Le sentenze del Giudice di pace pronunciate secondo equità a norma dell’art. 113 (cause il cui valore non ecceda euro 1.100) — pubblicate a partire dal 2 marzo 2006 — sono appellabili esclusivamente per violazione delle norme sul procedimento, per violazione di norme costituzionali o comunitarie ovvero dei principi regolatori della materia (art. 339 ult. co. come novellato dal d.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40) anche se emesse in relazione a procedimenti pendenti a quella data.

Sono, altresì appellabili le sentenze emesse nel giudizio di opposizione ad ordinanza-ingiunzione (ex art. 6, d.Lgs. 150/2011, prima previste ex art. 22, d.Lgs. 689/1981).

Sono inappellabili, invece:

  1. le sentenze pronunciate secondo equità ex 114;
  2. le sentenze del Giudice di pace pronunciate secondo equità nelle cause il cui valore non ecceda euro 1.100 pubblicate entro il 1° marzo 2006 (cfr. art. 339 ult. co. combinato con l’art. 113 nella previgente formulazione);
  3. le sentenze per le quali le parti sono d’accordo ad omettere l’appello (vedi art. 360, co. 2) e ad impugnare la sentenza direttamente con ricorso per Cassazione;
  4. le sentenze che hanno deciso una controversia individuale di lavoro o in materia di previdenza e assistenza obbligatoria, di valore non superiore a euro 25,82 (artt. 440 e 442);
  5. le sentenze dichiarate non appellabili da particolari norme di legge (es. sentenze sull’opposizione agli atti esecutivi: art. 618);
  6. le ordinanze che decidono solo sulla competenza (impugnabili con regolamento di competenza ad eccezione di quelle emesse dal Giudice di Pace);
  7. le sentenze che si pronunciano sulla nullità o meno del lodo arbitrale;
  8. le ordinanze conclusive del processo sommario (art. 702ter);
  9. le sentenze che decidono i giudizi instaurati a seguito di contestazione degli esiti dell’accertamento tecnico-preventivo (di cui art. 445bis);
  10. le ordinanze che decidono solo sulla competenza (impugnabili con regolamento necessario di competenza).

Procedimento di appello

Con la entrata in vigore della riforma del giudice unico, istituito dal d.Lgs. 51/1998, la nuova formulazione dell’art. 341 recita: «L’appello contro le sentenze del Giudice di pace e del Tribunale si propone rispettivamente al Tribunale ed alla Corte di appello nella cui circoscrizione ha sede il giudice che ha pronunciato la sentenza» (per la disciplina transitoria dell’appello, vedi artt. 132 e ss. d.Lgs. 51/1998).

Il codice di procedura civile prevede due tipi di appello:

  1. l’appello principale — ai sensi dell’art. 342 — che si propone con atto di citazione contenente le indicazioni prescritte ex 163 e la motivazione (come modificato ex d.L. 83/2012, conv. in L. 134/2012).

Tale motivazione, a pena di inammissibilità, deve contenere:

  • l’indicazione delle parti;
  • l’indicazione delle modifiche richieste alla ricostruzione del fatto (come effettuata dal giudice di primo grado);
  • l’indicazione delle circostanze da cui deriva la violazione di legge e della loro rilevanza ai fini della decisione impugnata.

La ragione della modifica risponde essenzialmente ad esigenze di economia processuale, essendo finalizzata all’inserimento del cd. «filtro d’inammissibilità» dell’appello come già precedentemente inserito per il processo di cassazione;

  1. l’appello incidentale che si propone a pena di decadenza, nella comparsa di risposta all’atto della costituzione in cancelleria ex 166: ne deriva che in sede di costituzione tardiva l’appello incidentale non sarà ammissibile.

L’intervento di terzi in sede d’appello è, in via generale, inammissibile, perché in tal modo si introdurrebbero domande nuove dal terzo o contro il terzo, in contrasto con il principio del doppio grado di giurisdizione.

L’unico intervento ammesso nel giudizio di appello è quello dei terzi che potrebbero proporre opposizione a norma dell’art. 404 (opposizione di terzo).

Nel procedimento d’appello davanti al tribunale o alla corte si osservano le norme dettate per il procedimento di primo grado innanzi al tribunale, compatibilmente con le particolari esigenze del processo di secondo grado e con le disposizioni speciali ad esso dedicate (art. 359).

La legge di riforma del codice di rito ha eliminato tra i motivi di improcedibilità il mancato deposito del fascicolo e la mancata inserzione in esso della sentenza impugnata: ha, inoltre, stabilito che, ai fini dell’improcedibilità, è rilevante la mancata costituzione dell’appellante nei termini (e non più fino alla prima udienza), nel qual caso l’appello viene immediatamente dichiarato improcedibile.

Altra ipotesi è quella in cui l’appellante, costituitosi, non compare alla 1a udienza, per cui il giudice rinvia ad un’udienza successiva, della quale il cancelliere dà comunicazione all’appellante. se questi non compare alla nuova udienza, l’appello è dichiarato improcedibile anche d’ufficio.

L’appello viene, invece, dichiarato inammissibile:

  1. quando viene proposto dopo la decadenza per decorrenza del termine di cui all’art. 325 o 327 o per acquiescenza;
  2. quando è proposto in difetto delle condizioni per impugnare;
  3. per mancato ottemperamento dell’ordine di integrazione del contraddittorio ex 331.

L’inammissibilità e improcedibilità dell’appello (entrambe dichiarate con sentenza) hanno in comune la grave conseguenza che l’appello non è più proponibile (art. 358) anche se non è ancora decorso il termine utile, di guisa che la sentenza di primo grado passa in giudicato.

Il filtro dell’inammissibilità dell’appello e relativa pronuncia

Il d.L. 83/2012, conv. in L. 134/2012, ha introdotto nel codice di rito gli artt. 348bis e 348ter, rubricati rispettivamente «Inammissibilità dell’appello» e «Pronuncia sull’inammissibilità dell’appello».

Si tratta del cd. «filtro in appello», cioè di un nuovo meccanismo processuale che ha la finalità di deflazionare il contenzioso che grava sulle Corti di appello, sancendo l’inammissibilità delle impugnazioni che risultano prima facie infondate.

L’art. 348bis prevede che, fuori dai casi in cui deve essere dichiarata con sentenza l’inammissibilità o l’improcedibilità dell’appello, l’impugnazione è dichiarata inammissibile dal giudice competente quando non ha una ragionevole probabilità di essere accolta.

La norma non si applica quando l’appello è proposto in relazione ad una delle cause di cui all’art. 70, primo comma, cioè quelle che prevedono l’intervento obbligatorio del Pubblico Ministero (come le cause matrimoniali e quelle cause riguardanti lo stato e la capacità delle persone) nonché quando l’appello riguarda l’ordinanza conclusiva del procedimento sommario di cognizione di cui all’art. 702bis (per  evitare che anche il secondo grado potesse svolgersi secondo un modello rapido e semplificato).

L’art. 348ter dispone che, all’udienza di cui all’art. 350 (udienza di trattazione), il giudice, prima di procedere alla trattazione e sentite le parti, dichiara, con ordinanza succintamente motivata, l’inammissibilità dell’appello a norma dell’art. 348bis, cioè — come detto — quando l’impugnazione non ha una ragionevole probabilità di essere accolta. in caso di impugnazione incidentale, tuttavia, la decisione di inammissibilità semplificata è consentita soltanto nel caso in cui la ragionevole probabilità di non essere accolta riguardi sia l’impugnazione principale che quella incidentale. in caso contrario, invece, il giudice deve procedere comunque alla trattazione di tutte le impugnazioni comunque proposte contro la sentenza.

Quando è pronunciata l’inammissibilità con ordinanza, contro il provvedimento di primo grado impugnato può essere proposto ricorso per cassazione. In questo caso, il termine per presentare il ricorso per cassazione decorre dalla comunicazione o, se anteriore, dalla notificazione dell’ordinanza che dichiara l’inammissibilità. in ogni caso, decorsi sei mesi dalla pubblicazione dell’ordinanza, il ricorso per cassazione non può essere più proposto.

Tuttavia, quando l’inammissibilità è fondata sulle stesse ragioni, inerenti alle questioni di fatto, poste a base della decisione impugnata, il ricorso per cassazione non può essere proposto per vizi attinenti alla motivazione, o meglio — considerato che anche l’art. 360 è stato modificato — per ragioni riguardanti «l’omesso esame di un fatto decisivo della controversia che è stato oggetto di discussione tra le parti».

Analogamente, quando la sentenza di appello conferma la decisione di primo grado, il ricorso per cassazione è ammissibile in relazione a tutti i motivi previsti dal codice (giurisdizione, competenza, violazione di legge e nullità della sentenza o del procedimento), ma non per vizi relativi al presunto omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio.

La disciplina del ius novorum in appello

La legge 353/1990 ha soppresso radicalmente il ius novorum in appello, ispirandosi sostanzialmente alla disciplina del processo del lavoro di cui alla legge  533/1973.

La norma di cui all’art. 345, co. 1 nuovo testo, nel ribadire il divieto delle domande nuove, dispone in modo più incisivo che esse «se proposte debbono essere dichiarate inammissibili d’ufficio», anziché «rigettate», come prima stabilito.

Rimane ferma, poi, la possibilità di domandare gli interessi, i frutti e gli accessori maturati dopo la sentenza impugnata, nonché il risarcimento dei danni sofferti dopo la sentenza stessa, trattandosi di uno sviluppo di domande già proposte in primo grado.

Nel secondo comma il divieto del ius novorum viene esteso alle «nuove eccezioni, che non siano rilevabili anche  d’ufficio». L’esplicito riferimento normativo alle eccezioni non rilevabili  d’ufficio  vale a precisare che oggetto della preclusione in esame sono le cd. eccezioni in senso proprio, ossia quelle che il giudice non può esaminare se non ad istanza di parte.

Il divieto di nuove domande ed eccezioni (cd. nova) di cui al novellato art. 345, ha natura di ordine pubblico e pertanto la sua violazione va rilevata d’ufficio, senza che possa avere alcuna rilevanza l’eventuale accettazione del contraddittorio. Infatti, il divieto del ius novorum non mira a tutelare il diritto di difesa, bensì a garantire la rigorosa attuazione del principio del doppio grado di giurisdizione (infatti le domande nuove proposte in appello, non potrebbero a loro volta essere appellate).

È, poi, prevista l’inammissibilità di nuovi mezzi di prova e (ai sensi della L. 69/2009) di nuovi documenti in appello. Tale principio può essere derogato soltanto nelle seguenti ipotesi:

  • quando la parte dimostri di non aver potuto proporli o produrli nel giudizio di primo grado per cause ad essa non imputabili;
  • quando venga deferito il giuramento decisorio.

È stata invece soppressa (ex D.L. 82/2012, conv. in L. 134/2012) la previsione della valutazione da parte del Tribunale sull’indispensabilità di nuovi documenti e nuovi mezzi di prova ai fini della decisione della causa, determinando così un maggior rigore sull’ipotesi disciplinata.

Poteri del giudice d’appello

Prima della riforma del 1990 in appello vi era la scissione tra la fase di istruzione e la fase della decisione.

La figura giuridica del Consigliere istruttore era analoga a quella del G.i.

L’attività dell’istruttore era regolata dagli artt. 350 e 351:

  • all’udienza di comparizione l’istruttore verificava la regolare costituzione del giudizio e, quando occorreva, ordinava l’integrazione di esso o la notificazione prevista nell’art. 332, oppure disponeva che si rinnovasse la notificazione dell’atto d’appello;
  • dichiarava l’inammissibilità o l’improcedibilità dell’appello, ovvero l’estinzione del procedimento, quando al riguardo non sorgevano contestazioni; altrimenti rimetteva la decisione al collegio, oppure disponeva che le questioni fossero decise unitamente al merito (art. 187, co. 3);
  • dichiarava, se del caso, la contumacia dell’appellato, provvedeva alla riunione degli appelli proposti contro la stessa sentenza e procedeva al tentativo di conciliazione, ordinando quando occorreva la comparizione personale delle parti;
  • provvedeva (con ordinanza nella prima udienza) sull’istanza di sospensione dell’esecuzione provvisoria (sempre che su questo punto la parte non avesse chiesto, mediante ricorso al presidente del collegio, che la decisione fosse pronunciata prima dell’udienza di comparizione).

Terminata la fase istruttoria, il consigliere istruttore invitava le parti a concludere e le rimetteva ad una udienza prossima del Collegio.

A partire dal 30-4-1995, nel giudizio di appello è stata abolita la dicotomia tra consigliere istruttore e collegio e viene attuato il principio della collegialità piena; la trattazione dell’appello viene svolta in forma collegiale. È stato infatti previsto che sia il Collegio nella sua composizione unitaria  ad esercitare i poteri prima spettanti al consigliere istruttore; in particolare, analogamente a quanto disposto per la trattazione della causa in primo grado, la fase istruttoria potrebbe esaurirsi in un’unica udienza, al termine della quale il Collegio invita le parti a precisare le conclusioni e dà disposizioni per lo scambio delle comparse e delle memorie (a meno che le parti non abbiano chiesto lo svolgimento dell’udienza di discussione).

La riforma del 1990 relativa alla collegialità piena in appello ha subìto un’ulteriore modifica con il D.Lgs. 51/1998 (istitutivo del giudice unico di primo grado), in base al quale l’appello è a trattazione integralmente collegiale solo in Corte d’appello, mentre in Tribunale è attribuito alla trattazione ed alla decisione del giudice monocratico.

L’art. 350, al comma 1, così recita: «Davanti alla Corte di appello la trattazione dell’appello è collegiale, ma il presidente del collegio può delegare per l’assunzione dei mezzi istruttori uno dei suoi componenti (delega inserita ex L. 183/2011); davanti al Tribunale l’appello è trattato e deciso dal giudice monocratico».

Quindi, il principio della collegialità dell’appello, affermato come fondamentale nella riforma introdotta dalla L. 353/1990, viene in parte sacrificato dal d.Lgs. 51/1998, che ha ritenuto del tutto eccessiva ed antieconomica la trattazione collegiale (quindi, il lavoro di tre magistrati) per la decisione degli appelli contro la sentenza del giudice di pace.

Il giudice, su istanza di parte, ha la facoltà di sospendere, con ordinanza non impugnabile, l’esecuzione provvisoria della sentenza impugnata così come nella stessa udienza può provvedere ai sensi dell’art. 281sexies e cioè, se ritiene la causa matura per la decisione, invitare le parti a precisare le conclusioni e ordinare la discussione orale nella stessa udienza (facoltà queste ultime inserite nell’art. 351 ex L. 183/2011, finalizzata ad una rapida decisione dei giudizi anche in appello).

La decisione

La decisione del giudice d’appello può assumere tre forme diverse:

sentenza definitiva, sentenza non definitiva, ordinanza.

1) – Sentenza definitiva

Si ha quando il giudice decide definitivamente il merito della causa. essa può essere:

  1. sentenza di conferma, quando il giudice conferma la sentenza appellata;
  2. sentenza di riforma, quando, riformandola, decide definitivamente il giudizio sia che questo non debba più continuare, sia che debba essere ripreso «ex novo» davanti al primo giudice.

2)- Sentenza non definitiva

Si ha quando il giudice, riformando la sentenza, decide questioni pregiudiziali o preliminari di merito e dispone, con ordinanza, per gli ulteriori provvedimenti istruttori.

3)- Ordinanza

Si ha quando il giudice dispone l’assunzione di una prova oppure la rinnovazione totale o parziale dell’assunzione già avvenuta in primo grado o, comunque, dà disposizioni per la continuazione del giudizio (art. 356).

Quali sono i casi di rinvio al giudice di primo grado?

Il giudice d’appello, inoltre, deve pronunciare sentenza con cui rinvia la causa al giudice di primo grado nei seguenti casi (artt. 353 e 354):

  1. quando il primo giudice abbia negato la giurisdizione che, secondo il giudice di appello, gli competeva;
  2. quando è dichiarata nulla la notificazione della citazione introduttiva, il che comporta la irregolare dichiarazione di contumacia (nel giudizio di primo grado);
  3. quando in primo grado doveva essere integrato il contraddittorio o non doveva essere estromessa una parte;
  4. quando è dichiarata la nullità della sentenza di primo grado per mancanza di sottoscrizione (la Cassazione estende tale previsione a qualunque causa di nullità radicale);
  5. quando il primo giudice ha dichiarato l’estinzione del processo e il giudice d’appello riformi la sentenza.

Quando è disposto il rinvio al primo giudice, le parti devono riassumere la causa entro tre mesi (non più sei, ex L. 69/2009), pena l’estinzione del processo.

note

Autore immagine: 123 rf


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