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Il ricorso per Cassazione

24 marzo 2017 | Autore:


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Procedimento e presupposti del ricorso per Cassazione, termini per impugnare e sentenze ricorribili, i motivi del ricorso per Cassazione e il rinvio

Il ricorso per cassazione è un mezzo di impugnazione che non dà luogo, a differenza dell’appello, ad una nuova valutazione del merito della causa, ma soltanto ad una revisione delle attività processuali che hanno portato alla sentenza impugnata nonché del giudizio di diritto reso con la sentenza stessa. il ricorso per cassazione non ha effetto sospensivo, né devolutivo, e dà luogo ad un nuovo ed autonomo processo, distinto dal giudizio di merito di primo e di secondo grado: la Corte di Cassazione è giudice della sola legittimità ovvero è solo giudice del diritto. ai sensi dell’art. 65 dell’ordinamento giudiziario essa da un lato è un giudice che opera sul caso concreto, dall’altro, attraverso l’attività cd. di nomofilachia, assicura l’uniforme interpretazione della legge e l’unità del diritto nazionale, perché le sentenze da essa emanate costituiscono dei precedenti che, pur non essendo vincolanti, finiscono per influenzare i giudici di merito nelle loro decisioni.

il d.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40 (che si applica ai ricorsi proposti avverso le sentenze e gli altri provvedimenti pubblicati dal 2 marzo 2006) ha riformato il giudizio dinanzi alla Corte di Cassazione allo scopo di rimediare ad un considerevole e costante incremento dei ricorsi e delle relative decisioni, nonché di recuperare il ruolo nomofilattico della Corte di cassazione assicurandole una maggiore funzionalità.

Nello stesso senso ha «operato» la L. 18-6-2009, n. 69, nuovamente intervenuta sulla disciplina del ricorso in Cassazione, modificando gli artt. 375, 376 e 380bis, aggiungendo l’art. 360bis e abrogando l’art. 366bis. Tali modifiche sono tutte finalizzate ad alleviare il carico di lavoro della Corte creando una sorta di «filtro» per il ricorso in Cassazione. ai sensi dell’art. 58, L. 18-6-2009, n. 69, tali disposizioni si applicano alle controversie nelle quali il provvedimento impugnato con il ricorso per cassazione è stato pubblicato ovvero, nei casi in cui non sia prevista la pubblicazione, depositato successivamente alla data di entrata in vigore della legge n. 69/2009 cit. da ultimo il d.L. 21-6-2013, n. 69 (conv. in L. 9-8-2013, n. 98) ha modificato gli artt. 380bis e 390 in tema di intervento del P.M. nei giudizi civili davanti alla Cassazione.

Principio di diritto nell’interesse della legge

L’art. 363 (come novellato dal d.Lgs. 40/2006 ed applicabile quindi ai provvedimenti ed alle sentenze pubblicate dal 2 marzo 2006) prevede che il Procuratore generale presso la Corte di cassazione possa chiedere alla Corte di enunciare nell’interesse della legge il principio di diritto al quale il giudice di merito avrebbe dovuto attenersi, non solo quando le parti non hanno proposto ricorso nei termini di legge o vi hanno rinunciato (ipotesi già previste nella preesistente formulazione dell’articolo), ma anche quando il provvedimento non è ricorribile in Cassazione e non è altrimenti impugnabile. in tal modo viene assicurato lo svolgimento della funzione nomofilattica della suprema Corte anche con riferimento a provvedimenti sino ad ora sottratti al controllo di legittimità.

È stato poi introdotto nella riformulazione della norma e sempre in funzione nomofilattica, il potere d’ufficio della Corte di pronunciare il principio di diritto anche quando il ricorso proposto dalle parti è dichiarato inammissibile, se la Corte ritiene che la questione decisa è di particolare importanza, perché, ad esempio, ha dato luogo a ricorrenti incertezze interpretative sul punto. in ogni caso la pronuncia della Corte non ha effetto sul provvedimento del giudice di merito che rimane fermo e vincolante per le parti in lite.

Impugnabilità delle sentenze

Possono essere impugnate con ricorso per Cassazione:

  • le sentenze del giudice ordinario pronunciate in grado di appello o in unico grado (quando non è ammesso l’appello);
  • le sentenze appellabili del Tribunale quando le parti siano d’accordo per omettere l’appello (cd. ricorso per saltum). Tale accordo è proponibile, anche prima della emissione della sentenza di primo grado – ex 366, co. 3 – soltanto a norma dell’art. 360, co. 1, n. 3 consentendosi in tal modo la denunciabilità in Cassazione di violazioni non solo delle norme di diritto in senso stretto (come già previsto nel regime previgente, tuttora applicabile ai provvedimenti pubblicati sino al 1° marzo 2006), ma anche delle norme contenute in contratti e accordi collettivi nazionali di lavoro;
  • le sentenze e i provvedimenti che incidono su diritti soggettivi e siano idonei al giudicato, emessi dai giudici ordinari o speciali in grado di appello o in unico grado che, ai sensi dell’art. 111, co. 7 Cost., sono denunziabili per violazione di legge.

il legislatore delegato ha poi introdotto un nuovo comma 3 nell’art. 360 che elimina la possibilità di ricorso immediato e diretto contro le sentenze cd. «non definitive», vale a dire contro le sentenze che decidono di questioni insorte senza definire, neppure parzialmente, il giudizio (si tratta di quei provvedimenti che risolvono questioni preliminari di giurisdizione o di competenza o altre questioni pregiudiziali di rito o di merito in senso negativo, cioè rigettandole, così da comportare il prosieguo del giudizio innanzi al giudice che ha emesso la sentenza non definitiva). Il ricorso per cassazione avverso tali sentenze può essere proposto solo allorché sia impugnata la sentenza che definisce, anche parzialmente, il giudizio, ma, ovviamente, senza necessità di riserva. Correlativamente è stato poi modificato il primo comma dell’articolo 361 nel senso di conservare alla parte la scelta tra autonoma ricorribilità immediata e ricorribilità differita all’impugnazione della sentenza definitiva per un’altra categoria di sentenze parziali (cd. parzialmente definitive): si tratta delle sentenze di condanna generica di cui all’art. 278 e di quelle sentenze che decidono una o alcune delle domande senza definire l’intero giudizio. Per effetto della disposizione in commento si determina quindi una disarmonia del codice di rito essendo rimasto invece fermo il tradizionale regime dell’appellabilità delle sentenze non definitive.

La Corte di Cassazione è altresì competente a giudicare nei casi di:

  • ricorso contro le decisioni dei giudici speciali, per motivi attinenti alla giurisdizione (art. 362) o per violazione di legge: ricordiamo che il limite per i soli motivi di giurisdizione è rimasto esclusivamente per le decisioni del Consiglio di Stato e della Corte dei Conti;
  • conflitti di giurisdizione: al di fuori di ogni termine, possono essere denunciati alla Cassazione (che deciderà a sezioni unite):
    1. i conflitti positivi o negativi di giurisdizione fra giudici speciali o fra questi e i giudici ordinari;
    2. i conflitti negativi di attribuzione fra la pubblica amministrazione e il giudice ordinario;
  • ricorso per regolamento di giurisdizione (deciso dalle sezioni unite);
  • ricorso per regolamento di competenza.

La L. 25-10-2016, n. 197, di conversione del D.L. 31-8-2016, n. 168, per ottenere la ragionevole durata del procedimento è intervenuta anche sulla decisione sulle istanze di regolamento di giurisdizione e di competenza stabilendo che sia il PM sia le parti comunichino per iscritto con la Corte invece di essere sentiti; inoltre, in camera di consiglio la Corte giudica senza l’intervento del PM e delle parti (art. 380ter). Queste disposizioni valgono unicamente per i ricorsi depositati successivamente alla data di entrata in vigore della legge di conversione, pubblicata in G.u. 29-10-2016, n. 254 nonché per quelli già depositati alla medesima data per i quali non è stata fissata udienza o adunanza in camera di consiglio.

Fondamento dell’impugnativa

Il ricorso per Cassazione è ammesso solo contro gli errori di diritto contenuti nella sentenza. Tali errori possono essere di due tipi:

  1. errores in iudicando (vizi di giudizio): sono gli errori in cui è incorso il giudice nella individuazione e applicazione delle norme concernenti i fatti di causa;
  2. errores in procedendo (vizi di attività): sono gli errori di carattere procedurale, attinenti al rapporto processuale che si è concluso con la emanazione della sentenza.

Quali sono i motivi del ricorso per Cassazione?

I motivi di ricorso sono tassativamente elencati nell’art. 360:

  1. motivi attinenti alla giurisdizione: sia nel caso che il giudice si sia attribuito poteri giurisdizionali che non gli spettavano, sia nel caso che si sia erroneamente dichiarato carente di giurisdizione;
  2. violazione delle norme sulla competenza, quando non è prescritto per il regolamento di competenza;
  3. violazione o falsa applicazione di una norma di diritto (error in iudicando): quando il giudice ha applicato una norma inesistente, o negato una norma esistente, ovvero quando ad un fatto è stata applicata una norma da essa non regolato;
  4. violazione o falsa applicazione dei contratti e degli accordi collettivi nazionali di lavoro (introdotta ex Lgs. 40/2006): per creare unitarietà nella complessa materia dell’interpretazione dei contratti collettivi;
  5. nullità della sentenza o del procedimento: per motivi di nullità propri della sentenza e dell’attività processuale compiuta prima dell’emanazione della sentenza;
  6. per omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti. Tale disposizione sostituisce il numero 5) di cui all’ art. 360, co. 1 (per effetto del DL. 83/2012, conv. in L. 134/2012) ed ha un evidente scopo deflattivo del carico di lavoro che incombe sulla Cassazione (in tal modo si evita altresì l’abuso dei ricorsi per cassazione basati sul vizio di motivazione contraddittoria o insufficiente). L’applicazione è per le sentenze pubblicate dal trentesimo giorno successivo a quello di entrata in vigore della legge di conversione del decreto legge 83/2012 cit.

Il procedimento di Cassazione

La domanda assume la forma del ricorso: esso è rivolto alla Corte e deve essere sottoscritto da un avvocato iscritto nell’apposito albo dei difensori presso la Corte di Cassazione e munito di procura speciale, a pena di inammissibilità (art. 365).

il ricorso deve contenere a pena di inammissibilità gli elementi indicati nell’art. 366. L’art. 47 della legge 18-6-2009, n. 69, con evidente intento deflattivo, ha inserito nel codice di procedura civile l’art. 360bis, attribuendo a tale norma il compito di realizzare un «filtro» preventivo sull’ammissibilità del ricorso. infatti l’articolo in esame prevede che il ricorso è inammissibile in due ipotesi:

  1. quando il provvedimento impugnato ha deciso le questioni di diritto in modo conforme alla giurisprudenza della Corte e l’esame dei motivi non offre elementi per confermare o mutare l’orientamento della stessa;
  2. quando è manifestamente infondata la censura relativa a violazione dei princìpi regolatori del giusto processo (spesso invocati dal ricorrente

In via residuale, e cioè quando la doglianza non è fondata su specifiche disposizioni normative ovvero su consolidati orientamenti interpretativi).

Dal punto di vista procedurale, il filtro di ammissibilità è realizzato mediante l’istituzione di un’apposita sezione che, ai sensi dell’art. 67bis dell’ordinamento giudiziario (inserito dall’art. 47 della legge 18-6-2009, n. 69), di regola deve essere composta da magistrati appartenenti a tutte le sezioni. Ad essa, ex art. 376 (come modificato ex L. 69/2009) il Primo Presidente della Corte assegna tutti i ricorsi, a meno che non ricorrano i presupposti per l’assegnazione alle sezioni unite (come accade, ad esempio, nel caso in cui la Corte sia investita della decisione in ordine ad una questione di giurisdizione ovvero ad una questione di diritto di particolare importanza).

La «sezione filtro» è tenuta a verificare se sussistono i presupposti per la definizione in camera di consiglio dei ricorsi ai sensi dell’art. 375, co. 1, nn. 1 e 5 (come modificati dalla riforma del 2009) (v. infra).

Una volta che il ricorso è assegnato alla «sezione filtro», quest’ultima deve esaminarlo mediante il procedimento camerale disciplinato dall’art. 380bis. all’esito di tale delibazione possono verificarsi tre ipotesi:

  1. il giudice designato quale relatore ritiene che sia possibile definire il giudizio con una declaratoria di inammissibilità (art. 375, co. 1, n. 1 come modif. ex 69/2009) ovvero di manifesta fondatezza o infondatezza dell’impugnazione (art. 375, co. 1 n. 5 come modif. ex legge 18-6-2009, n. 69). in tal caso, il giudice deposita in cancelleria una relazione con la concisa esposizione delle ragioni che possono giustificare la relativa pronuncia; il presidente fissa quindi con decreto l’adunanza della Corte; almeno venti giorni prima della data stabilita per l’adunanza, il decreto e la relazione sono, non più comunicati al pubblico ministero ma notificati agli avvocati delle parti, i quali hanno facoltà di presentare memorie non oltre 5 giorni prima e di chiedere di essere sentiti, se compaiono (ai sensi dell’art. 380bis, modif. ex d.L. 69/2013, conv. in L. 98/2013);
  2. il giudice relatore ritiene che, sebbene ammissibile, il ricorso non possa essere deciso nel merito, ma debbano essere assunti dei provvedimenti di carattere ordinatorio (ad es. l’integrazione del contraddittorio ovvero la rinnovazione della notifica dell’impugnazione ex 375, co. 1, n. 2 c.p.c.). anche in tali casi il giudice relatore deposita in cancelleria una relazione con la concisa esposizione dei motivi in base ai quali ritiene che il ricorso possa essere deciso in camera di consiglio;
  3. può accadere, infine, che la Corte ritenga che non sussistano i presupposti per la pronuncia di provvedimenti in camera di consiglio. in tal caso, essa rinvia la causa alla pubblica udienza.

Nel ricorso, ai sensi dell’art. 366bis (inserito dal d.Lgs. 40/2006), sempre a pena di inammissibilità, era necessaria la formulazione — a conclusione dell’illustrazione di ciascun motivo di cassazione di cui ai numeri 1, 2, 3 e 4 dell’art. 360 co. 1 — di un quesito di diritto per consentire alla Corte di enunciare un corrispondente principio di diritto. L’art. 366bis c.p.c. è stato tuttavia abrogato dall’art. 47 della legge 18-6- 2009, n. 69, in quanto, come si è detto in precedenza, l’ammissibilità del ricorso è ora valutata alla stregua dei presupposti previsti dall’art. 360bis, sicché la norma dell’art. 366bis — che aveva il chiaro intento di deflazionare il contenzioso di legittimità — ha perduto di significato pratico.

Il ricorso deve essere notificato all’altra parte entro 60 giorni dalla notifica della sentenza, o (se questa non fu notificata) entro sei mesi (non più un anno, ex L. 69/2009) dalla pubblicazione, e deve essere depositato presso la cancelleria della Corte, a pena d’improcedibilità, entro 20 giorni dall’ultima notificazione alle parti contro le quali è proposto (art. 369).

Se il ricorrente non ha eletto domicilio in Roma, ovvero non ha indicato l’indirizzo di posta elettronica certificata comunicato al proprio ordine, le notificazioni gli sono fatte presso la cancelleria della Corte di cassazione (art. 366, come modificato dalla L. 183/2011).

In base all’ultimo comma dell’art. 366, introdotto dalla novella del 2006 e sostituito dalla L. 183/2011, le comunicazioni della cancelleria e le notificazioni tra i difensori di cui agli artt. 372 e 390 sono effettuate ai sensi dell’art. 136, co. 2 e 3, c.p.c..

La parte contro la quale è diretto il ricorso, se intende contraddire, deve farlo mediante controricorso (art. 370) che è un atto scritto al pari del ricorso, ed ha gli stessi requisiti: corrisponde, in definitiva, alla comparsa di risposta nel giudizio di merito. se invece la parte che presenta il controricorso vuole a sua volta impugnare la sentenza, per motivi diversi da quelli indicati dal ricorrente, può proporre  ricorso incidentale col medesimo atto contenente il controricorso (art. 371).

La L. 25-10-2016, n. 197, di conversione del D.L. 31-8-2016, n. 168, per ottenere la ragionevole durata del procedimento per la decisione del ricorso per cassazione, prevede una serie di modifiche alle norme: esse, però, si applicano unicamente ai ricorsi depositati successivamente alla data di entrata in vigore della legge di conversione (pubblicata in G.u. 29-10-2016, 254), nonché a quelli già depositati alla medesima data per i quali non è stata fissata udienza o adunanza in camera di consiglio.

L’art. 380bis viene integralmente sostituito accelerando i tempi attraverso l’eliminazione del deposito della relazione da parte del consigliere (sulle ragioni che possano giustificare la pronuncia di  inammissibilità o di manifesta infondatezza del ricorso), rimettendo allo stesso presidente l’indicazione eventuale di «filtri». È rimesso ad un decreto del presidente l’ordine di integrazione del contraddittorio o di esecuzione della notificazione dell’impugnazione (art. 377). inoltre, l’art. 379, nella nuova formulazione, invertendo l’ordine di intervento delle parti nella discussione ed eliminando la previsione di repliche delle stesse alle osservazioni del P.M., alleggerisce il procedimento per renderlo più veloce. Le modifiche agli artt. 390 e 391, infine, ampliano i termini per rinunciare al ricorso e stabiliscono che la decisione non avvenga più con sentenza ma con ordinanza e, se non è stata ancora fissata la data della decisione, vi provvede il Presidente con decreto.

La Corte di Cassazione decide normalmente a Sezione semplice (con un collegio giudicante composto da 5 votanti). in alcune materie, la legge dispone che la decisione sia adottata a sezioni Unite (con un Collegio giudicante più ampio, in quanto composto da 9 membri). Ciò si verifica:

  • per motivi di giurisdizione (nei casi previsti dagli artt. 360, n. 1 e 362); tuttavia, tranne che nei casi di impugnazione delle decisioni del Consiglio di stato e della Corte dei Conti, il ricorso può essere assegnato alle sezioni semplici se sulla questione di giurisdizione proposta si sono già pronunciate le sezioni unite per evitare un inutile sovraccarico qualora abbiano già affrontato in precedenza la stessa questione di giurisdizione (art. 374, co. 1, novellato dal d.Lgs. 40/2006);
  • per disposizione del Primo Presidente, quando si tratti di giudicare su una questione di diritto già decisa in senso difforme da più sezioni semplici o su questioni di particolare importanza.

Una delle novità assolute e qualificanti della riforma del processo di cassazione è tuttavia l’introduzione del vincolo per le sezioni semplici al precedente delle sezioni unite (nuovo art. 374, co. 3): se infatti la sezione semplice ritiene di non poter condividere il principio di diritto già in precedenza enunciato dalle sezioni unite, è obbligata a rimettere a queste ultime la decisione del ricorso con ordinanza motivata spiegando le ragioni del dissenso, giustificatrici della enunciazione di una nuova regola juris. La scelta del legislatore è stata chiaramente quella di ridare vigore alla funzione nomofilattica della suprema Corte.

Il d.Lgs. 40/2006 ha poi esteso l’ambito applicativo del procedimento camerale. infatti la pronuncia in camera di consiglio, che deve avere la forma dell’ordinanza, sia da parte delle sezioni semplici che delle sezioni unite, è prevista dall’art. 375, poi modificato ex L. 69/2009:

  • per l’ipotesi di pronunzia di inammissibilità del ricorso principale e di quello incidentale, anche per mancanza dei motivi di cui art. 360;
  • per la rinnovazione della notifica dell’impugnazione che si aggiunge alle fattispecie di integrazione del contraddittorio o di notifica dell’impugnazione ex art. 332;
  • per l’estinzione del processo in ogni caso diverso dalla rinuncia;
  • per la decisione delle istanze di regolamento di competenza e di giurisdizione;
  • per il procedimento camerale nelle ipotesi di accoglimento o rigetto del ricorso principale e dell’eventuale ricorso incidentale per manifesta fondatezza o infondatezza.

La L. 25-10-2016, n. 197, di conversione del D.L. 31-8-2016, n. 168, per ottenere la ragionevole durata del procedimento per la decisione del ricorso per cassazione ha generalizzato l’uso della trattazione in camera di consiglio quando la controversia è assegnata a una sezione semplice (artt. 375 e 376). il nuovo art. 380bis.1, poi, disciplina in quest’ottica il procedimento camerale dinanzi alle sezioni semplici. Tali disposizioni si applicano unicamente ai ricorsi depositati successivamente alla data di entrata in vigore della legge di conversione (pubblicata in G.u. 29-10-2016, n. 254), nonché a quelli già depositati alla medesima data per i quali non è stata fissata udienza o adunanza in camera di consiglio.

Quale contenuto possono avere le sentenze della Cassazione?

Le sentenze della Cassazione possono essere:

  • di inammissibilità, improcedibilità o rigetto: in tal caso, la sentenza impugnata passa in giudicato;
  • di rettificazione: se la sentenza impugnata è erroneamente motivata, ma il dispositivo è conforme al diritto, la Corte si limita a correggere la motivazione (art. 384, co. 4);
  • di accoglimento: se il ricorso è accolto, viene emessa una sentenza che cassa (annulla) la sentenza impugnata; se invece la Corte ritiene che non siano necessari ulteriori accertamenti di fatto, decide la causa nel merito, ai sensi dell’art. 384, co. 2, senza effettuare alcun rinvio.

La Corte (ai sensi dell’art. 384, co. 3), può anche decidere in base a questioni rilevabili d’ufficio: in tal caso riserva la decisione e, a salvaguardia del principio del contraddittorio, assegna con ordinanza al pubblico  ministero e alle parti un termine non inferiore a venti e non superiore a sessanta giorni dalla comunicazione per il deposito in cancelleria di osservazioni sulla medesima questione.

Per scoraggiare eventuali abusi del diritto di impugnazione, il legislatore del 2006 aveva previsto che la Corte potesse condannare la parte soccombente al pagamento, a favore della controparte, di una somma, equitativamente determinata, non superiore al doppio dei massimi tariffari, se riteneva che essa avesse proposto il ricorso o vi avesse resistito anche solo con colpa grave. Ma la norma in questione (co. 4, art. 385) è stata abrogata ex L. 69/2009 che ha inserito questa stessa disposizione, attribuendole valenza di principio generale, nell’ambito della disciplina sulle spese  del giudizio (artt. 91 e ss.), inserendo un comma all’art. 96.

La cassazione della sentenza

Bisogna distinguere:

  • casi in cui la Corte cassa senza rinvio:
    • quando, risolvendo una questione di giurisdizione o competenza, la Corte riconosce che il giudice del quale è impugnato il provvedimento ed ogni altro giudice difettano di giurisdizione;
    • quando la Corte ritiene che, per qualsiasi motivo, la causa non poteva essere proposta o il processo proseguito davanti al giudice di merito: i casi più comuni sono quelli dell’inappellabilità della sentenza, dell’acquiescenza alla stessa, dell’inesistenza dell’azione;
    • quando la Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza e decide la causa nel merito perché ritiene non necessari ulteriori accertamenti di fatto (art. 384, co. 2);
  • in tutti gli altri casi la Corte cassa con rinvio (art. 383):
    • normalmente, ad un giudice diverso, ma di pari grado di quello che ha emesso la sentenza impugnata;
    • nel caso che le parti, d’accordo, abbiano adito la Cassazione omettendo l’appello (revisio per saltum) il rinvio può essere fatto al giudice che avrebbe dovuto pronunziare sull’appello al quale le parti hanno rinunciato;
    • nel caso che la Corte riscontri una nullità della sentenza di primo grado, per cui il giudice di appello avrebbe dovuto rimettere le parti al primo giudice, il rinvio avviene direttamente al primo giudice;
    • quando accoglie il ricorso per motivi diversi da quelli indicati dall’art. 382 c.p.c. nelle ipotesi di cui all’art. 348ter, co. 3 e 4, c.p.c. (ossia allorquando, a seguito della declaratoria di inammissibilità dell’appello, sia stato proposto ricorso per cassazione avverso il provvedimento di primo grado): in tal caso, la Corte rinvia la causa al giudice che avrebbe dovuto pronunciare sull’appello e si applicano le disposizioni in tema di giudizio di rinvio di cui agli artt. 392 e ss. c.p.c. (art. 383, co. 4, c.p.c., aggiunto dal L. 83/2012, conv. in L. 134/2012).

Il giudizio di rinvio ha inizio con l’onere della parte di riassumere il giudizio, con atto di citazione, entro tre mesi (non più un anno, ex l. 69/2009) dalla pronuncia della Corte, altrimenti il processo si estingue.

Il giudice di rinvio è investito di poteri autonomi, ed il processo si svolge secondo le norme ordinarie del procedimento di cognizione, di primo o di secondo grado.

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