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Lo sai che? Niente multa se non ricordi chi guidava la tua auto

Lo sai che? Pubblicato il 9 maggio 2018

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> Lo sai che? Pubblicato il 9 maggio 2018

Non comunicare i dati del conducente in caso di contravvenzione con tutor o autovelox non comporta più decurtazione punti e seconda multa. Ma la prima si paga?

Ti sarà capitato di ricevere una multa per eccesso di velocità. Il verbale dice che hai superato il limite e sei stato «beccato» dall’autovelox un mesetto e mezzo fa. Istintivamente che cosa fai? Pensare. «Dove mi trovavo quel giorno a quell’ora?» Fare mente locale per capire se davvero hai preso la macchina quel giorno e se sei passato dal punto incriminato. Ti si illumina la memoria: eri dall’altra parte dell’Italia per lavoro, e puoi anche dimostrarlo con la fattura dell’albergo ed il biglietto dell’aereo. Certo, ora diventa tutto più chiaro: hai prestato l’auto a qualcuno, approfittando del fatto che a te non serviva. Quello che non riesci a mettere a fuoco e a chi l’hai prestata: alla moglie? Al figlio? All’amico fidato? Non importa: quello che conta è che la contravvenzione non devi pagarla. Perché? Perché la legge non prevede una sanzione in caso di vuoto di memoria [1]. E ce n’è di più: non ti verranno nemmeno tolti i punti della patente. Perché? Perché lo ha confermato la Cassazione con una recente ordinanza [2].  Quindi: niente multa se non ricordi chi guidava la tua auto. E niente decurtazione dei punti, se era quello che ti preoccupava perché, forse, ti trovavi già al limite. Partiamo da qui.

Multa con l’auto prestata: i punti della patente

Dunque, la Cassazione fa un colpo di scena e capovolge il precedente orientamento che penalizzava pesantemente il proprietario dell’auto che si vedeva arrivare una multa presa con l’autovelox da chi aveva preso in prestito la sua auto ma senza ricordare a chi aveva consegnato le chiavi. In sostanza, secondo il ragionamento della Suprema Corte, si prendono due piccioni con una fava perché:

  • non è legittimo togliere i punti della patente al proprietario dell’auto;
  • non è legittimo chiedere di pagare una seconda multa per la mancata comunicazione del conducente.

Vediamo come e perché si arriva a questo «doppio colpo».

Di norma, le multe devono essere contestate al momento in cui viene commessa la trasgressione, cioè: la Polizia ferma il conducente, gli chiede patente e libretto, gli comunica l’illecito commesso, gli chiede qualche spiegazione e gli consegna la contravvenzione. Ovviamente, non sempre è possibile seguire questa prassi. Primo, perché la Polizia non ci può essere in ogni metro di strada. Secondo, perché ci sono alcune violazioni al Codice che non consentono l’immediato «alt» al conducente come, appunto, l’eccesso di velocità o il mancato rispetto di un semaforo rosso.

In quest’ultimo caso che cosa succede? Si invia al trasgressore o presunto tale (cioè al proprietario dell’auto) la multa a casa entro i 90 giorni successivi insieme all’invito di comunicare i dati dell’effettivo conducente dell’auto al momento dell’infrazione (nome, cognome e numero di patente). Se il proprietario dell’auto lo fa perché ricorda a chi aveva prestato la macchina, chi ha concretamente schiacciato l’acceleratore più del dovuto si vede decurtare i punti della patente. In caso contrario, finora, si presumeva che fosse il proprietario il responsabile della violazione e che, quindi, dovesse essere lui a vedersi scalare i punti. Non solo: la mancata comunicazione prevedeva una seconda multa (oltre a quella per l’infrazione commessa) da 282 a 1.142 euro.

Ora, dopo l’ordinanza della Cassazione, che succede se prendi una multa e non ricordi chi guidava la tua auto? Succede che quella dimenticanza diventa una giustificazione a tuo favore, cioè: è legittimo che tu abbia un vuoto di memoria per quella data e quell’ora concreta in cui è stata commessa una violazione al Codice della strada con la tua macchina. Soprattutto se è passato del tempo e se l’auto viene abitualmente usata da tutti i membri della famiglia. Male che vada, la responsabilità oggettiva scatta in caso di danni civili a terzi ma non per quanto riguarda una sanzione amministrativa per la quale, come nell’ambito penale, conta il principio di responsabilità personale [3].

Che cosa devi fare, allora? Devi rispondere entro 60 giorni dalla notifica all’invito della Polizia che ti è arrivato insieme alla multa. E dire, semplicemente, che non ricordi a chi hai prestato l’auto perché il veicolo è condiviso con moglie e figli e che, siccome ne è passato di tempo dalla data della violazione, non riesci a ricostruire chi è che ti ha chiesto le chiavi. In questo modo, avrai rispettato il dovere di dare una risposta che non deve, per forza, consistere in un «nome e cognome» ma che può essere anche un «non ricordo». Perché, come sostiene la Cassazione rispolverando una sentenza interpretativa della Corte Costituzionale, il proprietario dell’auto ha la facoltà di esonerarsi da responsabilità dimostrando l’impossibilità di sapere chi fosse alla guida quando è stata commessa l’infrazione.

Multa con l’auto prestata: devo pagarla?

Oltre alla decurtazione dei punti della patente e alla sanzione per mancata comunicazione dei dati del conducente che, come abbiamo visto, la Cassazione ha dichiarato illegittime, c’è il nodo della prima multa vera e propria per l’infrazione commessa, cioè per l’eccesso di velocità o per avere passato un semaforo rosso. Questa multa va, comunque, pagata? Non è detto. Stando ad una sentenza del Giudice di Pace di Taranto [4], già commentata da noi in questo articolo, quando il proprietario dell’auto, assente al momento della violazione, non ricorda in buona fede chi si trovasse al volante in quell’istante non può essere punito con una sanzione amministrativa per un fatto commesso da un altro. Tanto più quando è stato rispettato l’obbligo di darne comunicazione all’autorità rispondendo all’invito allegato alla notifica della contravvenzione, per quanto quella risposta sia un semplice ma motivato «non lo so».

Attenzione, però: non sempre è così facile evitare una multa quando non ricordi chi guidava la tua auto. C’è un dettaglio che rende questa possibilità particolarmente complicata.

Multa con l’auto prestata: la guida esclusiva

Occhio al contratto con l’assicurazione quando ricevi una multa e non ricordi a chi hai prestato l’auto. Se c’è la clausola della guida esclusiva, meglio restare zitti e pagarla. Quella clausola, infatti, impone che sieda al volante soltanto la persona che ha sottoscritto la polizza, vietando di prestare l’auto a chiunque, fossero anche il coniuge o il figlio. Se viene violato il Codice della strada o succede un incidente, chi ha sottoscritto il contratto deve pagare la multa e le conseguenze: la compagnia di assicurazioni può esercitare il diritto di rivalsa se al volante si trovava un’altra persona.

Multa con l’auto prestata: la buona fede

Alla base del concetto «niente multa se non ricordi chi guidava la tua auto» c’è, come abbiamo spiegato, la buona fede. Da una parte, la volontà di comunicare all’autorità competente (entro 60 giorni dalla notifica del verbale) quel vuoto di memoria che costituisce un giustificato motivo per dare non poter fornire i dati di chi si trovava al volante al momento della violazione del codice. Dall’altra, sempre in buona fede, assicurare che il vuoto di memoria esiste davvero. Certo, per non pagare una multa chiunque potrebbe dire di avere la memoria corta. Ma, oggettivamente, è plausibile che uno non si ricordi chi guidava l’auto in quel preciso giorno ed in quel preciso istante. Soprattutto perché i verbali vengono notificati quando ormai sono passati dei mesi (di solito tre, per l’esattezza) dal momento in cui è stato infranto qualche articolo del codice della strada. 90 giorni (più 60 per dare comunicazione su chi guidava fanno 150 giorni) in cui uno pensa a tutt’altro. C’è chi non si ricorda cos’ha mangiato per cena la sera prima, figuriamoci pretendere di ricordare chi guidava la sua auto quel pomeriggio di 150 giorni prima. E non c’è una sola norma che obblighi un privato a tenere un registro sul quale segnare a chi ha prestato la macchina (a meno che non si tratti di un’azienda che affida un’auto aziendale ad un dipendente). Pertanto, ci si affida alla memoria di ciascuno. La buona fede viene, oltretutto, supportata da alcune normative. La prima, quella secondo cui – in tema di sanzioni amministrative – non può essere invocato il principio di responsabilità oggettiva. Significa che chi ha prestato la macchina ad un altro ma non si ricorda a chi, non può rispondere di una mancata informazione che non dipende dalla sua volontà, semplicemente perché ha un vuoto di memoria che riguarda quel preciso episodio. La seconda normativa riguarda il verbale di contestazione della multa. Quel pezzo di carta riporta la parola «invito» all’informativa e non la parola «obbligo» all’informativa. Se il verbale non mi dice a che cosa vado in contro per non accogliere quell’invito (e nulla mi costringe ad accettare degli inviti dagli sconosciuti), il verbale può essere dichiarato nullo poiché incompleto. E così, niente multa se non ricordi chi guidava la tua auto.

Multa con l’auto prestata: i contrasti tra il codice e la Costituzione

 C’è un’altra questione non trascurabile che emerge leggendo l’articolo in questione del Codice della strada [5] e la Costituzione italiana. Il primo sanziona chi non fornisce all’organo di polizia che procede, entro 60 giorni dalla richiesta, i dati personali e della patente del conducente al momento della commessa violazione. La Carta costituzionale, invece, all’articolo 3, sancisce che «tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali». Che ci azzecca? Vediamo. Lasciando stare la distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione e di opinioni politiche, che poco hanno a che fare sulla multa presa da chi guidava l’auto di un altro, c’è da concentrarsi sulle «condizioni personali e sociali». Se ho 20 anni ed una memoria di ferro, potrei ricordarmi a chi ho prestato l’auto e soddisfare la richiesta del codice della strada, dandone opportuna comunicazione alla polizia. Ma se di anni ne ho 65 non è colpa mia se la memoria comincia a farmi dei brutti scherzi e non riesco a ricordare a chi ho dato le chiavi della macchina 150 giorni fa. In sostanza, il codice della strada pretende che il giovanotto e l’anziano abbiano le stesse «condizioni personali», quando in realtà sappiamo che non è così. Viene meno, pertanto, il principio di uguaglianza sancito dalla Costituzione.   Non solo. Se sono un modesto lavoratore e mi posso permettere una sola macchina per tutta la famiglia, è facile che debba prestarla alla moglie o ai figli oggi sì e domani pure. Vai tu a ricordarti ogni volta quando e a chi. Ma se sono un affermato manager e mi posso permettere di comprare la macchina alla moglie e ai figli, è probabile che non debba prestarla a nessuno o che, quella rara volta che succede, riesca a ricordare a chi l’ho prestata. Appare evidente che il principio di uguaglianza di tutti i cittadini, senza distinzione di «condizioni sociali» va a farsi benedire. La famiglia più abbiente sarà avvantaggiata davanti alla legge rispetto a quella più modesta. E non solo su questo aspetto. Pensate alle famiglie meno abbienti che si vedono arrivare una sanzione amministrativa di questa entità (siamo oltre i 1.000 euro, per qualcuno circa uno stipendio) per non comunicare i dati di chi ha preso una multa con la sua macchina. Pagare potrebbe diventare un problema. Ma anche comunicare i dati del vero trasgressore. In effetti, io posso dire a chi ho prestato la macchina (se riesco a ricordarmelo) ma non di chi effettivamente ha commesso la violazione. Se faccio un nome davanti all’autorità, quel nome resta perché la mia dichiarazione sarà la madre di tutte le prove. Ammesso che queste ultime ci siano.   In definitiva: se, per non pagare una multa perché non ho i soldi, dico che ho prestato la macchina a mio figlio, come fa mio figlio ad appellarsi al proprio diritto di difesa? Come si dimostra che, in realtà, non ho scelto a caso il figlio con cui non vado d’accordo e accuso lui di essere stato alla guida della mia auto? Oppure perché vado così d’accordo con lui che gli attribuisco la violazione in modo da non pagare la sanzione? Diventa piuttosto macchinoso. Non lo è, certo, per chi è così facoltoso da non pensare a tutte queste complicazioni e paga la sanzione per la sua condotta omissiva senza rischiare i punti sulla patente. Ergo, ci si trova di fronte ad un’altra situazione di disparità non da poco. E’ una questione di scelte riservate solo ad alcuni e non a tutti, come invece vorrebbe la Costituzione: i più abbienti possono decidere se fare la comunicazione oppure pagare la sanzione. I più modesti saranno portati a cercare una scorciatoia. E, a ben guardare, ci sono anche dei conflitti costituzionali con i principi generali dell’ordinamento, che riguardano:

  • il diritto a non fornire elementi in proprio danno;
  • il diritto della legge sulla privacy (propria e della persona a cui è stata prestata la macchina).

note

[1] Art. 126 bis cod. str.
[2] Cass. ord. n. 9555/2018 del 18.04.2018.
[3] Art. 3 legge n. 689/1981.
[4] G.d.P. Taranto, dott. Martino Giacovelli, sent. n. 3840/2015 del 03.12.2015.
[5] Art. 180 co.8 cod. str.

 Circolazione stradale – Obbligo di conoscenza dell’identità del conducente da parte del proprietario del veicolo – Applicazione dell’art. 126 bis C.D.S. – Richiesta di comunicare i dati del conducente – Analisi del comportamento del proprietario dell’autoveicolo. 

Ai fini dell’applicazione dell’art. 126 bis del codice della strada occorre distinguere il comportamento di chi si disinteressi della richiesta di comunicare i dati personali della patente del conducente, non ottemperando, così, in alcun modo all’invito rivoltogli (contegno perciò solo meritevole di sanzione) e la condotta di chi abbia fornito una dichiarazione di contenuto negativo, sulla base di giustificazioni, la idoneità delle quali a escludere la presunzione relativa di responsabilità a carico del dichiarante deve essere vagliata dal giudice comune, di volta in volta, anche alla luce delle caratteristiche delle singole fattispecie concrete sottoposte al suo giudizio, con apprezzamento non sindacabile in sede di legittimità.(Nel caso di specie la Suprema corte ha ritenuto che il giudice di merito avesse correttamente applicato il principio dettato dalla Consulta con la sentenza n. 165 del 2008, secondo cui bisogna tenere ben distinta l’ipotesi di chi omette del tutto di comunicare alla PA le generalità del conducente del veicolo al momento dell’infrazione da quella di colui che invece comunichi l’esistenza di validi motivi che giustifichino l’omessa trasmissione di quanto richiesto. Nella fattispecie in esame la Suprema corte riconosce le ragioni dell’appellata che tempestivamente aveva comunicato alla Polizia Municipale di non aver potuto fornire i dati del conducente la sua automobile in quanto la violazione risaliva a circa quattro mesi prima rispetto alla notifica del verbale e il veicolo era spesso utilizzato dal marito e dalle figlie, tutti muniti di patente).

Corte di cassazione, sezione II civile, sentenza 18 aprile 2018 n. 9555 

Circolazione stradale – Obbligo di conoscenza dell’identità del conducente da parte del proprietario del veicolo – Incapacità di identificazione – Responsabilità a titolo di colpa del proprietario per negligente osservanza del dovere di vigilare sull’affidamento del veicolo. 

In tema di violazioni alle norme del codice della strada, il proprietario di un veicolo, in quanto responsabile della circolazione dello stesso nei confronti della P.A. o dei terzi, è tenuto sempre a conoscere l’identità dei soggetti ai quali affida la conduzione e, di conseguenza, a comunicare tale identità all’autorità’ amministrativa che gliene faccia legittima richiesta, al fine di contestare un’infrazione amministrativa; l’inosservanza di tale dovere di collaborazione essendo sanzionata, in base al combinato disposto degli articoli 126 bise 180 del C.D.S., alla luce di quanto espressamente affermato dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 27 del 2005.

Corte di cassazione, sezione VI civile, sentenza 11 dicembre 2017 n. 29593 

Circolazione stradale – Proprietario di un veicolo – Responsabilità della circolazione dello stesso nei confronti della P.A. o dei terzi – Obbligo di conoscenza dell’identità del conducente da parte del proprietario del veicolo – Multa per omessa comunicazione delle generalità del conducente – Dovere di collaborazione – Proprietà di diversi automezzi – Eccezione – Irrilevante. 

Il proprietario di un veicolo, essendo responsabile della circolazione dello stesso nei confronti della P.A. o dei terzi, è tenuto sempre a conoscere l’identità dei soggetti ai quali affida la conduzione e, di conseguenza, a comunicare tale identità all’autorità amministrativa che gliene faccia legittima richiesta, al fine di contestare un’infrazione amministrativa. Si tratta di uno specifico dovere di collaborazione, la cui inosservanza è sanzionata, in base al combinato disposto degli articoli 126 bise 180 C.D.S., alla luce di quanto espressamente affermato dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 27 del 2005; né il proprietario può sottrarsi legittimamente a tale obbligo in base al semplice rilievo di essere proprietario di numerosi automezzi o di avere un elevato numero di dipendenti che ne fanno uso. Si tratta invero di predisporre un’organizzazione dell’attività aziendale in modo tale che sia sempre in grado di sopperire a detta esigenza; in altre parole sussiste un obbligo del proprietario del veicolo di conoscere sempre l’identità del conducente al quale è stato affidato il veicolo stesso.

Corte di cassazione, sezione II civile, sentenza 16 ottobre 2014 n. 21957 

Circolazione stradale – Obbligo di fornire gli estremi del conducente alla guida del veicolo aziendale – Incapacità – Responsabilità ex art. 126 bise 180 C.d.S. – Esenzione di responsabilità – Esclusione. 

Il proprietario del veicolo in quanto responsabile della circolazione dello stesso nei confronti delle pubbliche amministrazioni non meno che dei terzi, è tenuto sempre a conoscere l’identità dei soggetti ai quali ne affida la conduzione, onde dell’eventuale incapacità d’identificare detti soggetti necessariamente risponde, in base al combinato disposto degli articoli 126 bise 180 C.D.S. e alla luce di quanto affermato dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 27 del 2005, nei confronti delle une per le sanzioni e degli altri per i danni, a titolo di colpa per negligente osservanza del dovere di vigilare sull’affidamento in guisa da essere in grado d’adempiere al dovere di comunicare l’identita’ del conducente. Nemmeno l’elevato numero dei mezzi in proprietà o dei dipendenti che ne fanno uso fa venir meno né tale dovere né la responsabilità in caso d’inadempimento.

Corte di cassazione, sezione II civile, sentenza 3 giugno 2009 n. 12842


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