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Lite cliente consulente per parcella non pagata: che fare?

15 Aprile 2017
Lite cliente consulente per parcella non pagata: che fare?

Tizio si fa assistere da un tributarista che gli cura ricorsi in commissione tributaria e istanze di rateizzo, senza essere pagato. Tizio ora pretende la restituzione di somme bonificate sul conto del consulente. Si può compensare dare e avere?

L’importo delle sanzioni e degli oneri accessori che Tizio vorrebbe gli fosse restituito dal consulente si ritiene possa costituire oggetto di un giudizio civile.

In pratica Tizio, dopo aver provveduto all’integrale pagamento, potrà citare in giudizio il consulente richiedendogli la restituzione delle somme pagate nonché un’ulteriore somma a titolo di risarcimento dell’eventuale maggior danno subito (da dimostrare in concreto).

La domanda di risarcimento può essere accolta dall’autorità giudiziaria se il cliente dimostra che l’applicazione delle sanzioni e degli oneri accessori nei suoi confronti è scaturita come conseguenza dell’opera esclusiva del consulente.

Diverse, invece, le considerazioni relative alla richiesta di restituzione della somma che Tizio sostiene aver corrisposto al consulente per una transazione (che lo stesso cliente ritiene non avvenuta) con l’ente riscossore. In relazione a ciò il consulente manifesta il proprio disaccordo e, anzi, si considera creditore nei confronti di Tizio in virtù di tutta l’opera professionale svolta in suo favore.

Ebbene, per la corretta definizione di tale compensazione di debiti e crediti tra le parti, si deve fare riferimento alla complessiva documentazione professionale e fiscale dalla quale desumere con certezza sia tutto il lavoro svolto dal consulente sia tutti gli onorari da quest’ultimo in effetti percepiti (e a che titolo). In tale contesto, l’eventuale denuncia del cliente determinerebbe l’instaurarsi nei confronti del consulente di un procedimento penale all’esito delle cui indagini preliminari il pubblico ministero potrebbe richiedere l’archiviazione ovvero il rinvio a giudizio in relazione a fatti-reato che dovrebbero essere avvenuti nell’ottobre 2010. È evidente che l’eventuale archiviazione sarebbe a tutto discapito di Tizio e, al contrario, a sostegno delle ragioni del consulente.

Invece, in caso di rinvio a giudizio, il relativo processo penale potrebbe concludersi con una sentenza di condanna (o di assoluzione) che avrebbe efficacia di giudicato nell’eventuale giudizio civile proposto per le restituzioni e il risarcimento del danno.

Però, visto il notevole lasso di tempo trascorso, è molto probabile che il processo penale venga in realtà definito con una sentenza di estinzione del reato per intervenuta prescrizione. Infatti, il tempo necessario a prescrivere le fattispecie delittuose ipotizzabili nel caso di specie è pari a sette anni e mezzo decorrenti dalla commissione dei fatti (ottobre 2010). Pertanto, onde evitare il maturarsi della prescrizione dovrebbe emettersi sentenza di appello entro e non oltre l’aprile 2018.

Ciò premesso, nella compensazione debiti/crediti tra le parti sarebbe quindi in teoria corretto considerare le somme oggetto di presunta appropriazione indebita da parte del consulente come un credito del cliente. Però, visto che l’istituto della prescrizione di fatto non consentirà nel caso in esame di accertare l’eventuale responsabilità del consulente, in pratica appare più corretto considerare tali somme come un debito saldato dal cliente.

Articolo tratto da una consulenza dell’avv. Alessandro Marescotti



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