Diritto e Fisco | Articoli

Accertamento fiscale sul curriculum on line del professionista

28 marzo 2017 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 28 marzo 2017



Accertamento Irpef  per presunti redditi non dichiarati ed emersi dagli incarichi indicati sul sito internet del professionista: avviso legittimo con possibilità di prova contraria.

Legittimo l’avviso per maggiore imposta Irpef accertata sulla base della consultazione della pagina web del professionista dalla quale risultava un curriculum di incarichi e funzioni che faceva presumere un reddito superiore a quello fiscalmente dichiarato. L’avviso di accertamento è valido anche se non preceduto dal contraddittorio endoprocedimentale, se riguarda redditi anteriori al 2009.

È quanto confermato da una recente sentenza della Cassazione [1].

L’Agenzia delle Entrate può ritenere che il curriculum desunto via internet potesse avvalorare in via presuntiva una maggiore capacità contributiva, ricadendo sul contribuente l’onere di fornire la prova contraria e vincere la presunzione.

La Cassazione ha inoltre precisato che l’accertamento effettuato con metodo sintetico, sulla base degli indici previsti dai decreti ministeriali riguardanti il cosiddetto redditometro, dispensa l’amministrazione da qualunque ulteriore prova rispetto all’esistenza dei fattori-indice della capacità contributiva, giacché questi restano individuati nei decreti medesimi.

Ne consegue che è legittimo l’accertamento fondato sui predetti fattori-indice, provenienti da parametri e calcoli statistici qualificati, restando a carico del contribuente, posto nella condizione di difendersi dalla contestazione dell’esistenza di quei fattori, l’onere di dimostrare che il reddito presunto non esiste o esiste in misura inferiore [2].

Redditometro Irpef: contraddittorio obbligatorio?

In tema di diritti e garanzie del contribuente sottoposto a verifiche fiscali, l’Amministrazione finanziaria è gravata esclusivamente per i tributi “armonizzati” (per esempio Iva e accise) di un obbligo generale di contraddittorio endoprocedimentale, pena l’invalidità dell’atto.

I tributi armonizzati sono quelli interessati da un procedimento di coordinamento tra le discipline fiscali degli Stati membri dell’Unione Europea, al fine di eliminare gli ostacoli alla libera circolazione di persone, merci, servizi e capitali nel mercato comune.

Al contrario, come confermato anche dalle Sezioni Unite [3], per i tributi “non armonizzati” (per esempio Irpef, imposta di registro ecc.) non vige l’obbligo assoluto del contraddittorio, non essendo rinvenibile, nella legislazione nazionale, una prescrizione generale, analoga a quella comunitaria.

Dunque, per i tributi non armonizzati, l’obbligo del contraddittorio sussiste esclusivamente qualora sia espressamente previsto da una disposizione specifica.

Per esempio, in tema di accertamento sintetico delle imposte sui redditi, la legge [4] prevede l’obbligo dell’ufficio finanziario di invitare il contribuente a comparire di persona o per mezzo di rappresentanti per fornire dati e notizie rilevanti ai fini dell’accertamento e, successivamente, di avviare il procedimento di accertamento con adesione.

Tale disposizione è entrata solo recentemente nel nostro ordinamento [5] e, come più volte chiarito dalla giurisprudenza, non ha efficacia retroattiva. Essa, infatti, si applica agli accertamenti relativi ai redditi per i quali il termine di dichiarazione non è ancora scaduto alla data della sua entrata in vigore, ossia all’accertamento del reddito relativo a periodi d’imposta successivi al 2009 [6].

note

[1] Cass. sent. n. 7284 del 22.03.2017.

[2] Cass. sentt. n. 9539/2013, 16912/2016, 21142/2016.

[3] Cass. Sez. Unite, sent. n. 24823/2015.

[4] Art. 38, c. 7, D.P.R. 600/1973.

[5] Art. 22 D.l. n. 78/2010.

[6] Cass. ord. n. 3885/2016.

Suprema Corte di Cassazione

Sentenza 22 marzo 2017, n. 7258

Ritenuto in fatto

1. Con sentenza n. 393 del 5.10.2010 la Commissione Tributaria Regionale di Bari -sez.dist. di Foggia- rigettava l’appello proposto dall’Agenzia delle entrate avverso la sentenza di primo grado della CTP di Foggia che aveva accolto il ricorso proposto da R.A. avverso due avvisi di accertamento con i quali l’Amministrazione finanziaria, sulla scorta delle risultanze dei registri immobiliari, dai quali risultava l’acquisto di due immobili per un valore di oltre 557.000 Euro, e in assenza di presentazione delle dichiarazioni dei redditi, accertava per gli anni 1999 e 2000 circa € 100.000 di redditi per ogni anno alla luce dell’art. 38, commi 4, 5 del DPR n. 600/73.

1.1. Confermavano i giudici di appello la statuizione di primo grado secondo la quale la contribuente aveva offerto la dimostrazione che gli acquisti erano stati effettuati con denaro proveniente da una rimessa effettuata dal coniuge e che, in assenza di ulteriori indizi, poteva ritenersi che le somme predette non fossero il risultato di redditi non dichiarati.

2. Avverso tale statuizione ricorre per cassazione l’Agenzia delle entrate prospettando tre motivi, ai quali l’intimata replica con controricorso e ricorso incidentale sulle spese di lite, compensate con motivazione che si dice generica e insufficiente.

Considerato in diritto

1. Con il primo motivo di ricorso la ricorrente deduce, ai sensi dell’art. 360, primo comma, n. 4, c.p.c., la violazione e falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c., error in procedendo per violazione del principio di corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato, avendo l’Amministrazione ricorrente formulato espresso motivo di gravame, sul quale il giudice di appello non si è pronunciato, per non aver tenuto conto del profilo che denunziava l’errore di non avere valutato la circostanza della omessa presentazione della dichiarazione dei redditi e, pertanto, che la fattispecie era riconducibile all’art. 41 e non all’art. 38 comma 4 del D.P.R. n. 600/73 (che richiede la sussistenza degli “ulteriori indici” di cui al D.M. 10.9.1992); invece, nel caso di specie, di omessa presentazione della dichiarazione dei redditi, è possibile procedere ad accertamento sulla sola base dell’incremento patrimoniale del contribuente; ipotesi differente da quella di accertamento derivante da elementi o indici presuntivi, che invece pare essere stata presa a riferimento dai giudici del merito.

2. Con il secondo motivo di ricorso la ricorrente deduce, ai sensi dell’art. 360, primo comma, n. 3, c.p.c., la violazione degli artt. 38 e 41 del D.P.R. 600/1973, rilevando che i giudici del merito hanno erroneamente ritenuto assolto l’onere probatorio gravante sulla contribuente in base al semplice rilievo del percepimento, da parte della stessa, di somme bonificate da un terzo (indicato essere -allora- il futuro marito), aspetto che, invece, non dimostra il carattere veramente liberale di tale operazione di accredito.

3. Con il terzo motivo di ricorso la ricorrente deduce, ai sensi dell’art. 360, primo comma, n. 4, c.p.c., violazione e falsa applicazione dell’art. 132 c.p.c. e dell’art. 36 del D.Lgs. 546/1992, con nullità della sentenza e/o del procedimento , nonché omessa motivazione circa un fatto decisivo e controverso in relazione all’art. 360, primo comma, n. 5, c.p.c., avendo il collegio di appello motivato in maniera carente il proprio convincimento, non esplicitando i motivi per i quali il bonifico di causa doveva costituire liberalità .

La contribuente si oppone con controricorso e ricorso incidentale sulle spese di lite, compensate con motivazione che si dice generica e insufficiente.

4. I ricorsi sono infondati.

4.1. E’ infondata la deduzione secondo la quale il collegio di secondo grado non ha tenuto conto del motivo relativo alla applicabilità alla fattispecie dell’art. 41 per non avere la contribuente presentato la dichiarazione dei redditi. Infatti, il giudice di merito ha valutato come legittima qualificazione giuridica il rinvio all’art. 41 in corso di giudizio. Tuttavia, ha ritenuto raggiunta la prova della provenienza non reddituale delle somme.

4.2. Il secondo e terzo motivo possono valutarsi congiuntamente.

Secondo la condivisa giurisprudenza di legittimità, nelle ipotesi di omessa presentazione della dichiarazione da parte del contribuente, la legge abilita l’Ufficio delle imposte a servirsi di qualsiasi elemento probatorio ai fini dell’accertamento del reddito e, quindi, a determinarlo anche con metodo induttivo ed anche utilizzando, in deroga alla regola generale, presunzioni semplici prive dei requisiti di cui al terzo comma dell’art. 38 del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, sul presupposto dell’inferenza probatoria dei fatti costitutivi della pretesa tributaria ignoti da quelli noti, di tal che, a fronte della legittima prova presuntiva offerta dall’Ufficio, incombe sul contribuente l’onere di dedurre e provare i fatti impeditivi, modificativi o estintivi della predetta pretesa (Sez. 5, n. 19174 del 15/12/2003, Rv. 568917 – 01).

Se dunque può ritenersi evidente che l’accertamento effettuato a norma dell’art. 41 del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 600 (con il ricorso, da parte dell’ufficio finanziario, a presunzioni anche “supersemplici”) comporta l’inversione dell’onere della prova a carico del contribuente, il problema posto all’attenzione di questa Corte risiede nello stabilire quali requisiti debba avere la prova contraria, posta a carico del contribuente, rispetto alla assenza di redditi imponibili, e cioè al fatto che la disponibilità patrimoniale non dipende da redditi prodotti nell’anno o dipende da redditi esenti da imposte o in ordine ai quali sia già stata effettuata la ritenuta alla fonte .

Ad avviso del Collegio, al fine di valutare l’idoneità della dimostrazione in parola, occorre partire dal presupposto che la legge non tipizza la prova in parola e questa dunque può essere offerta con qualsiasi elemento idoneo a fornire adeguata certezza circa la natura non reddituale dell’elemento preso in considerazione dal Fisco in sede di accertamento.

Nel caso di specie i giudici di merito, con motivazione congrua ed esente da vizi logici, hanno ritenuto che la contribuente, attraverso la produzione della documentazione bancaria, ha dimostrato di aver proceduto agli acquisti immobiliari di causa grazie al denaro derivante da una rimessa derivante dal futuro marito; ciò sulla base di documentazione bancaria dalla quale si evinceva l’accredito a titolo di regalia (cfr. pag. 4 sentenza impugnata) in quanto specificava che il motivo dell’introito era un “acquisto immobile” e la causale era costituita da “sussidi e regalie”. In considerazione della natura di estratto di scrittura contabile, detta documentazione forniva anche indicazione sulle date dei movimenti, dai quali si poteva apprezzare la sequenza temporale dell’operazione di accredito e poi di quella di addebito degli assegni circolari utilizzati per l’acquisto. Né la questione della eventuale nullità sotto il profilo civilistico della donazione fatta con forme diverse da quella previste dalla legge elide la prova del fatto storico che le somme hanno una provenienza non reddituale; peraltro, la liberalità in questione ben può essere valutata come donazione indiretta, prevista e regolata dall’art. 809 cod.civ. .

Alla luce di tali considerazioni può dunque ritenersi che l’affermazione fatta dai giudici pugliesi nella sentenza impugnata sia sufficiente, pur nella sua concisione, ad esplicitare il percorso logico-deduttivo da quelli seguito ed il convincimento dai medesimi formatosi all’esito dell’esame degli elementi probatori emergenti ex actis e costituiti dalla documentazione bancaria prodotta dalla contribuente.

Peraltro, per costante giurisprudenza di questa Corte, il vizio di insufficienza della motivazione sussiste soltanto qualora dal ragionamento del giudice di merito, come risultante dalla sentenza impugnata, emerga che sono stati del tutto tralasciati elementi che avrebbero potuto condurre ad una diversa decisione, ovvero quando sia evincibile l’obiettiva carenza del procedimento logico posto alla base della decisione; il vizio non sussiste, invece, quando vi sia mera difformità rispetto alle attese ed alle deduzioni della parte ricorrente sul valore e sul significato attribuibili agli elementi delibati (cfr., ex multis, Cass. S.U. n. 24148 del 2013).

4.2.1. Tanto premesso, il terzo motivo, relativo al vizio di motivazione circa la ritenuta natura liberale del bonifico, risulta inammissibile sul base del rigetto del motivo relativo alla dimostrazione della natura extra reddituale della provvista di causa.

5. In relazione al ricorso incidentale proposto dalla resistente rispetto alle spese di lite, osserva il Collegio che nel processo tributario, in virtù del rinvio contenuto nell’art. 15, comma 1, del d.lgs. n. 546 del 1992, ai procedimenti instaurati dopo il 1° marzo 2006 si applica l’art. 92, comma 2, c.p.c., nella versione emendata dall’art. 2, comma 1, lett. a), della legge n. 263 del 2005, sicché la compensazione delle spese richiede la concorrenza di “altri giusti motivi, esplicitamente indicati in motivazione”. Nel caso di specie, il giudice di appello ha respinto il motivo di gravame con il richiamo alla particolarità della fattispecie oggetto di giudizio, facendo evidente seppur implicito riferimento anche alle incertezze giurisprudenziali in merito alle numerose questioni di diritto coinvolte nella decisione. Il motivo è dunque infondato .

6. In estrema sintesi, i ricorsi vanno rigettati e la ricorrente condannata al pagamento delle spese processuali liquidate come in dispositivo, oltre rimborso forfettario nella misura del 15% ed accessori di legge.

P.Q.M.

Rigetta i ricorsi e condanna l’Agenzia ricorrente al pagamento delle spese processuali, liquidate in 6.000,00 euro, di cui 200,00 euro per esborsi, oltre accessori come per legge.

Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter:

Informativa sulla privacy
DOWNLOAD

ARTICOLI CORRELATI

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI