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Come dimostrare un pagamento

27 marzo 2017


Come dimostrare un pagamento

> Diritto e Fisco Pubblicato il 27 marzo 2017



La prova di un pagamento può essere fornita con qualsiasi documento proveniente dal creditore come una quietanza o un documento fiscale; i testimoni sono ammessi a discrezione del giudice.

 

Che succede se una persona, magari per dimenticanza, ci chiede dei soldi che le abbiamo già versato, ma in contanti e, quindi, senza lasciare traccia del passaggio del denaro? Di certo, chi dà dei soldi, è normalmente cauto nel farsi rilasciare una ricevuta di pagamento. Cosa che, però, non sempre succede, specie quando i rapporti tra le parti sono amichevoli o di parentela. Come possiamo tutelarci se non abbiamo prove per dimostrare il pagamento? Come noto, nel momento in cui si verifica la prescrizione del debito siamo definitivamente liberi dall’obbligo di pagare, ma affinché questa si realizzi è necessario il passaggio di diversi anni, mentre si può perdere uno scontrino o la quietanza di pagamento già solo dopo qualche giorno. In tali casi, potremmo trovarci scoperti dinanzi ad una seconda richiesta di pagamento avanzata dal creditore, benché a suo tempo abbiamo regolarmente onorato il nostro impegno. Come possiamo allora tutelarci per dimostrare il pagamento? Cerchiamo di dare qualche suggerimento.

Il problema non si porrebbe se non esistesse una famigerata norma del codice civile [1] che vieta l’utilizzo dei testimoni tutte le volte in cui il contratto ha un valore superiore a 2,58 euro. Si tratta di un importo così basso da rendere il divieto “assoluto”, valido cioè in qualsiasi occasione. Il limite era stato fissato nel 1942 e non è stato più aggiornato all’inflazione. Perché il legislatore se n’è dimenticato? Lo ha fatto apposta per vietare sempre i testimoni quando si tratta di dimostrare un pagamento in denaro? In verità, la ragione è un’altra: il secondo comma della stessa norma offre un margine di apertura, stabilendo che, nonostante il precedente divieto, il giudice può comunque decidere di ammettere i testimoni anche oltre il limite anzidetto se ciò risulti opportuno sulla base della situazione concreta (ossia tenuto conto della qualità delle parti, della natura del contratto e di ogni altra circostanza).

Tutto ciò significa che, quando si tratta di dimostrare un pagamento, è possibile ricorrere ai testimoni, ma non è scontato che il giudice li ammetta: potrebbe farlo (se ritiene verosimile la perdita, ad esempio, della ricevuta di pagamento o il fatto che la stessa non sia stata mai rilasciata), così come potrebbe non farlo (e, in tal caso, non avendo altro modo per dimostrare il pagamento, il debitore perde la causa e viene condannato a pagare una seconda volta).

Ecco perché, spesso, si preferisce pagare ricorrendo a sistemi tracciabili: assegni non trasferibili, bonifici bancari o postali, carte di credito o bancomat. In tutti questi casi, infatti, anche a distanza di anni, è facilmente ricostruibile, grazie alla documentazione bancaria, l’avvenuto pagamento e si potrà sempre ricorrere a tale prova per bloccare ogni pretesa del presunto creditore.

Qualora non si possa fare a meno di pagare in contanti, sarà bene farsi rilasciare una quietanza, ossia (secondo un gergo comune) una ricevuta di pagamento. Si tratta di una dichiarazione, firmata dal creditore, con cui questi ammette il ricevimento dei soldi. Il tenore è pressappoco il seguente:

«Il sottoscritto …, c.f. …, dichiara di aver ricevuto, in data …, l’importo di euro … in contanti, dal sig. …, a saldo [oppure: in acconto] del prezzo concordato di cui al contratto del … avente ad oggetto …

Data, firma».

Tutto questo per spiegare che, nel momento in cui si paga l’affitto, la donna delle pulizie, le spese di condominio all’amministratore, un dipendente, un oggetto a rate, una finanziaria, l’acconto ad un professionista, la parcella al medico, ecc., è sempre meglio procurarsi una prova scritta dell’avvenuto versamento dei soldi contanti. Diversamente, bisognerà affidarsi a testimoni, testimoni che potrebbero anche non esserci. E, se non si hanno le prove dell’avvenuto pagamento, l’unico modo di evitare di dover pagare una seconda volta è sperare che, nel frattempo, il credito si prescriva.

Ci si è più volte chiesto se la fattura o lo scontrino possano essere una prova di pagamento. A fronte di qualche giudice di merito secondo cui lo scontrino non dimostra l’acquisto di un bene, trattandosi di un documento fiscale obbligatorio nel momento della vendita del bene, la Cassazione invece afferma che lo scontrino fiscale rilasciato dal negoziante è il mezzo più specifico e dettagliato per provare l’acquisto di beni di consumo da parte dell’acquirente, soprattutto se il documento descrive quel tipo di articoli e il relativo prezzo corrisponde al valore del bene.

In ogni caso, se si vuole evitare ogni rischio e far sì che il documento fiscale abbia anche valore come quietanza, si è soliti far scrivere al venditore/creditore, in calce allo scontrino o alla fattura, la dicitura «pagato» e apporvi il timbro e/o la firma.

Chi paga con assegno è solito farsi firmare una fotocopia dell’assegno stesso a quietanza del pagamento. Questa pratica è spesso un’inutile precauzione perché già l’assegno dimostra il pagamento del denaro ed esso è ricostruibile sulla base di un estratto conto corrente (oggi si può ottenere anche via internet). Potrebbe diventare importante la specificazione se tra le parti vi sono diversi obblighi di dare e avere e si vuole imputare quello specifico pagamento ad una determinata prestazione e/o rata in caso di versamento dilazionato.

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