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Lo sai che? Parcella dell’avvocato: è sempre giusta e corretta?

Lo sai che? Pubblicato il 4 agosto 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 4 agosto 2017

La parcella dell’avvocato è una dichiarazione unilaterale che si presume vera: ma allora, il cliente non può mai contestarla?

Quando si tratta di difenderci in un processo o di  far valere le nostre ragioni, è quasi sempre necessario l’avvocato. Gli affidiamo l’incarico, gli spieghiamo come stanno le cose, gli diamo, spesso, carta bianca: l’importante è ottenere il risultato sperato. Ma, nel momento in cui quello stesso avvocato ci presente il conto, l’atteggiamento cambia: la parcella è esagerata o non siamo soddisfatti del lavoro. Insomma, si trovano mille appigli per non pagare fino a quando, il professionista non bussa alla nostra porta con un bel decreto ingiuntivo. Eppure, al di là di ogni possibile contestazione, la legge è chiara: la parcella dell’avvocato è sempre giusta e corretta. Perché? Chi ce lo assicura? La legge stabilisce che la parcella del legale si presume «vera» in quanto garantita dal fatto che l’avvocato è un professionista iscritto ad un albo [1]. In sostanza, si presume che l’avvocato dica sempre la verità, che non gonfia la parcella solo per “fare cassa”; con la conseguenza che non spetta al professionista dimostrare di aver svolto le singole attività indicate nella nota spese. A sostenerlo è il Tribunale di Bergamo [2].

 

L’avvocato dice sempre la verità

Sul tema è intervenuta la Corte di Cassazione in numerose occasioni, sostenendo che la parcella dell’avvocato costituisce una dichiarazione unilaterale che si presume vera. In sostanza, significa che il legale non deve giustificarla o, comunque, provare di averla calcolata correttamente. Se il cliente, quindi, contesta le voci relative ad una data prestazione o spesa, il discorso non cambia: la parcella si presume sempre e comunque vera, a meno che non venga fornita apposita prova contraria. Per il professionista, infatti, garantisce l’iscrizione all’albo forense, che è sinonimo di probità e integrità morale. Ciò implica che tutto quello che l’avvocato elenca all’interno della nota spese (cioè una specie di lista delle spese e degli esborsi che egli ha sostenuto e che il cliente deve pagargli) non può essere messo in dubbio dal giudice, anche se il cliente non è d’accordo.

Cerchiamo di capire meglio con un esempio: ipotizziamo che un cliente contesti la nota spese che l’avvocato, a fine incarico, gli ha presentato, sostenendo che il professionista non ha svolto l’attività concordata e, quindi, non ha pagato nessuna delle spese che chiede. Abbiamo detto che la legge attribuisce valore di prova alla parcella stessa, anche se redatta dal legale unilateralmente. Ciò significa che non spetta all’avvocato dimostrare lo svolgimento delle singole mansioni ma sarà il cliente a dover dimostrare le sue ragioni: a tal fine, ci si potrà avvalere di testimoni o chiedere al Consiglio dell’Ordine di avviare un indagine interna o, ancora, provare che il risultato ottenuto nel processo sarebbe stato molto diverso se il professionista avesse davvero fatto quanto riportato in nota spese (ad esempio, il cliente avrebbe vinto la causa se l’avvocato avesse citato dei testimoni che, invece, non ha considerato). Oppure potrebbe provare che quanto richiesto è assolutamente sproporzionato rispetto al valore della lite o rispetto al vantaggio che il cliente ha avuto da quella attività.

Tale regola appena vista si coordina perfettamente con due principi fondamentali posti alla base della determinazione del compenso che:

  1. deve essere proporzionale e adeguato al tipo di opera svolta e
  2. deve eventualmente essere stabilito con patto scritto tra avvocato e cliente, nel momento in cui quest’ultimo gli conferisce l’incarico, mettendolo nero su bianco (attraverso un contratto di prestazione d’opera intellettuale: si legga Come si stabilisce il compenso dell’avvocato?).

Non è tutto: come esposto nell’articolo Avvocato: quali obblighi verso il cliente?, il legale deve informare il cliente:

  • sul grado di complessità dell’incarico,
  • sulle prestazioni e attività da svolgere,
  • sui possibili sviluppi della pratica,
  • sulle prevedibili spese vive da sostenere (ad esempio, il contributo unificato, i diritti di copia e di notifica, le marche da bollo, ecc…).

Il tutto sotto forma di preventivo di massima.

La parcella dipende dal valore della causa

Attenzione, però: abbiamo detto che la parcella si presume vera e che il giudice non può intervenire per rivederla. Tuttavia, se, nel determinare il compenso dovuto al professionista, le regole del codice di procedura civile portano a un importo sproporzionato e spropositato rispetto all’importanza effettiva del giudizio (ad esempio, l’avvocato chiede migliaia di euro per una banale lite tra vicini), il giudice può ridurre detto compenso [3]. Ricordiamo che la liquidazione degli onorari deve essere stabilita dall’avvocato sulla base del valore della controversia e, quindi, in base alla pretesa dell’attore (ad esempio, se una persona fa causa per usucapione l’avvocato seguirà determinati parametri; se un’altra persona fa causa per questioni di eredità essa ha un valore diverso). Tuttavia, è anche vero che le cause possono essere di valore indeterminato o indeterminabile (non avere cioè un valore prestabilito) e si dovranno applicare scaglioni elevati, anche se la controversia non implica particolari difficoltà. In questi casi, il giudice può adeguare la parcella dell’avvocato all’effettiva importanza del lavoro che il professionista ha reso nel corso del giudizio.

note

[1] Cass., Sez. Un., sent. n. 14699 del 18.06.2010.

[2] Trib. Bergamo sent. n. 520 dello 01.03.2017.

[3] Cass. sent. n. 14691 del 14.07.2015.

Fonte della sentenza: lesentenze.it


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