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Cosa uso al posto dei voucher?

28 marzo 2017 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 28 marzo 2017



Abolizione dei buoni lavoro: lavoro a chiamata, cococo, lavoro autonomo occasionale, part time flessibile, quale contratto per retribuire il lavoratore occasionale?

Finita l’era dei voucher, aboliti da un recente decreto, ci si chiede adesso come fare per assicurare i lavoratori occasionali. Non esiste, difatti, una norma che disciplini appositamente il contratto di lavoro occasionale accessorio: questo tipo di collaborazione, che riguardava inizialmente i cosiddetti lavori accessori, o marginali, successivamente estesa a tutte le attività, purché esercitate in modo occasionale, poteva infatti essere retribuita solo tramite buoni lavoro.

Ora, col vuoto normativo che si è creato, in molti corrono il rischio di “cadere” nel lavoro nero: tuttavia, bisogna sapere che esistono delle altre forme contrattuali, ad oggi non molto utilizzate, che possono essere adottate per il lavoro occasionale accessorio. Vediamole insieme.

Lavoro a chiamata

La prima forma lavorativa che può essere utile per retribuire il lavoro occasionale accessorio è il lavoro intermittente, o a chiamata: questo è il contratto con cui un lavoratore si rende disponibile a svolgere una determinata prestazione su chiamata del datore di lavoro [1].

Esistono due distinte tipologie contrattuali di lavoro a chiamata:

  • in una il lavoratore ha l’obbligo contrattuale di rispondere alla chiamata del datore di lavoro e ha diritto a un’indennità per i periodi di disponibilità obbligatoria;
  • nell’altra non ha l’obbligo di rispondere alla chiamata, ma non ha diritto ad alcuna indennità in assenza di rapporto.

Il lavoro a chiamata è ammesso per lo svolgimento di prestazioni di carattere discontinuo o intermittente, secondo le esigenze individuate:

  • dai contratti collettivi (nazionali, territoriali o aziendali);
  • da appositi decreti ministeriali;
  • dalla normativa sull’orario di lavoro, che definisce determinate attività come discontinue (attività dei commessi di negozio, dei receptionist degli alberghi, degli addetti alle pompe di carburante, etc).

Il contratto di lavoro intermittente è ammesso, per ciascun lavoratore con il medesimo datore di lavoro, per un massimo di 400 giornate effettive nell’arco di 3 anni, ad eccezione dei settori del turismo, dei pubblici esercizi e dello spettacolo.

Se il numero di giornate viene superato il contratto a chiamata si trasforma in un rapporto di lavoro a tempo pieno e indeterminato.

Inoltre, il contratto intermittente può essere stipulato solo da lavoratori:

  • con almeno 55 anni di età, anche pensionati;
  • che non abbiano ancora compiuto 24 anni; in questo caso le prestazioni contrattuali devono essere svolte entro i 25 anni.

L’assunzione del lavoratore a chiamata deve essere comunicata nelle forme ordinarie ai servizi per l’impiego della propria Regione. Inoltre, prima dell’inizio della prestazione lavorativa o di un ciclo di prestazioni inferiori a 30 giorni, il datore di lavoro è tenuto a inviare una comunicazione all’Ispettorato territoriale del lavoro (Itl) competente per territorio, utilizzando il modello “Uni-intermittente“, via web, mail, app o sms.

Il trattamento economico del lavoratore a chiamata è uguale a quello di un qualsiasi lavoratore dipendente, ma è riproporzionato in ragione della prestazione lavorativa effettivamente eseguita (salvo i casi in cui sia dovuta un’indennità per garantire la disponibilità al datore): nel dettaglio, il lavoratore ha diritto a una retribuzione oraria maggiorata delle quote di mensilità aggiuntiva.

Lavoro a chiamata e voucher

Esaminati gli elementi essenziali del contratto di lavoro a chiamata, ci rendiamo conto degli importanti limiti previsti da questo istituto, non presenti invece per i voucher. Innanzitutto, la problematica del limite di età del lavoratore (inferiore a 24 anni o over 55), che restringe notevolmente la platea dei prestatori d’opera. Incide inoltre il limite delle 400 giornate nel triennio, anche se, ricordiamo, non è applicato in tutti i settori.

A livello di costi, il lavoro a chiamata è sicuramente meno conveniente, in quanto al costo orario si aggiungono le maggiorazioni contrattuali relative alle mensilità aggiuntive; inoltre, durante il periodo di lavoro, come per tutti i dipendenti maturano tfr e ratei ferie-permessi retribuiti.

Per il lavoratore, però, almeno per i periodi di effettiva attività, sono previste le stesse tutele applicate alla generalità dei dipendenti, relativamente alla disoccupazione, alla malattia e alla maternità. Queste tutele, invece, non erano previste per i lavoratori retribuiti con i voucher.

Part time con clausole elastiche

Un’altra soluzione per retribuire il lavoratore, se si è sicuri di poter garantire un certo numero di ore lavorate alla settimana, è il part-time con clausole elastiche e flessibili, che permette di modificare l’articolazione oraria a seconda delle necessità del datore. Rispetto al contratto a chiamata, i costi sono più alti, perché va garantito un minimo di compenso, ma c’è la possibilità di accedere alle eventuali agevolazioni per le assunzioni.

Il dipendente, per ogni variazione oraria, ha comunque diritto a un preavviso di due giorni lavorativi, salvo diversi accordi migliorativi, ed a specifiche compensazioni (maggiorazione della retribuzione e/o riposi compensativi) secondo quanto previsto dai contratti collettivi.

Se il contratto collettivo applicato non disciplina le clausole elastiche, queste possono essere pattuite per iscritto davanti alle commissioni di certificazione. In questo caso il dipendente ha diritto ad una maggiorazione del 15% della retribuzione oraria globale di fatto.

Le clausole elastiche devono sempre prevedere, a pena di nullità, le condizioni e le modalità con le quali il datore di lavoro può modificare la collocazione temporale della prestazione e variarne in aumento la durata, nonché la misura massima dell’aumento: bisogna infine considerare che l’aumento non può eccedere il limite del 25% della normale prestazione annua a tempo parziale e che il preavviso minimo deve essere pari a due giorni lavorativi.

Collaborazione autonoma occasionale

Esiste un’ulteriore forma contrattuale, meno onerosa per il committente, che è quella del lavoro autonomo occasionale: questo contratto può essere utilizzato se la prestazione lavorativa è autonoma e meramente occasionale. Solitamente si tratta di prestazioni rese per periodi non superiori ai 30 giorni l’anno e nei limiti di 5.000 euro di compenso annuo, anche se i parametri esposti non costituiscono dei veri e propri limiti (come lo erano, invece, per le vecchie mini cococo, abolite nel 2015).

Al compenso va applicata una ritenuta d’acconto del 20%; sono dovuti contributi previdenziali alla Gestione Separata, nella stessa misura di quelli previsti per i lavoratori subordinati, soltanto nei rari casi in cui il compenso supera 5000 euro annui.

Per poter applicare questo tipo di collaborazione, però, il lavoro deve essere svolto in effettiva autonomia, non devono quindi rilevarsi indici di subordinazione: ad esempio, le modalità di esecuzione della prestazione organizzate dal committente, anche con riferimento ai tempi e ai luoghi di lavoro (etero-organizzazione), sono un chiaro indizio di assenza di autonomia.

Cococo

Anche se il contratto a progetto è stato abolito dal Testo unico dei contratti [2], non tutte le forme di collaborazione, o meglio di lavoro parasubordinato, sono state abolite: sopravvivono, difatti, le vecchie co.co.co., cioè le collaborazioni coordinate e continuative, che, se sono “genuine”, cioè non costituiscono un rapporto di lavoro subordinato “mascherato”, possono essere serenamente utilizzate.

Ciò che il Testo unico dei contratti ha abolito, invece, sono le collaborazioni a progetto, meglio note col nome di co.co.pro., strumento abusato per evitare d’inquadrare i collaboratori come dipendenti.

Ma quali sono le co.co.co. genuine che è possibile attivare ancora oggi e quali caratteristiche devono avere?

Per capirlo, dobbiamo partire da un’importante circolare del Ministero del Lavoro[3], che spiega  quali sono le situazioni in cui le collaborazioni sono ricondotte al lavoro subordinato ed in che modalità e misura avviene la conversione del contratto.

In primo luogo, il Ministero ha chiarito che la collaborazione è non genuina, cioè riconducibile al lavoro subordinato, quando:

  • la prestazione di lavoro è esclusivamente continuativa e personale (cioè non viene effettuata con l’ausilio di altri soggetti);
  • le modalità di esecuzione sono essere organizzate dal committente, anche con riferimento ai tempi e ai luoghi di lavoro (etero-organizzazione).

In pratica, perché la collaborazione possa essere ricondotta al lavoro subordinato, basta che il lavoratore sia tenuto ad osservare determinati orari, o sia tenuto a prestare la propria attività presso una sede individuata dallo stesso committente, se la prestazione è esclusivamente personale e continuativa. Le collaborazioni che non presentano queste caratteristiche, invece, sono considerate autentiche, in quanto presentano un certo grado di autonomia.

Voucher ancora da usare

Quelle elencate sono le forme contrattuali che, a seconda delle esigenze, possono sostituire i voucher. Ad ogni modo, sino al 31 dicembre 2017, i voucher ancora in circolazione possono continuare ad essere utilizzati.

note

[1] Artt. 13-18 D.Lgs. 81/2015.

[2] D.lgs. 81/2015.

[3] Mlps, Circ. n. 3/2016.

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2 Commenti

  1. Solo una persona ottusa e priva di ogni reale visione.della vita può aver pensato all’abolizione dei voucher.
    Ora rimane solo il lavoro nero… Alla faccia della legalità e del rispetto del lavoro .
    Certamente chi ha pensato ciò non ha problemi di far quadrare un bilancio economico sempre meno vivibile.
    Complimenti

  2. allucinante…lasciare i lavoratori e i datori di lavoro con nulla per sostituire i voucher in un periodo di disoccupazione altissima che coinvolge tutte le eta ..complimenti a un governo cieco e ottuso

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