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Furto in ufficio, grave come in abitazione

28 marzo 2017


Furto in ufficio, grave come in abitazione

> Diritto e Fisco Pubblicato il 28 marzo 2017



La sede dell’ufficio, dello studio o dell’azienda sono equiparabili ai luoghi di privata dimora.

Si parla di furto in abitazione non solo quando il ladro entra in casa altrui, ma anche quando si introduce in ufficio, allo studio, presso la sede dell’attività lavorativa purché non aperta al pubblico. A dare un’interpretazione ampia del concetto di «privata dimora», previsto dal codice penale come elemento per applicare la maggiorazione di pena per il caso di furto [1], sono state le Sezioni Unite della Cassazione [2]. Ma procediamo con ordine.

Furto e furto in abitazione

Il codice penale [3] sanziona il reato di furto con la reclusione da 6 mesi a 3 anni e con la multa da 154 a 516 euro. Commette «furto» chi «s’impossessa della cosa mobile altrui, sottraendola a chi la detiene, al fine di trarne profitto per sé o per altri».

Nel 2001, al fine di contrastare il fenomeno dei furti dentro gli appartamenti, è stato previsto un autonomo reato, quello di furto in abitazione. In tal caso la sanzione è la reclusione da 1 a 6 anni e la multa da 309 a 1032 euro. Scatta tale reato nei confronti di «chiunque si impossessa della cosa mobile altrui, sottraendola a chi la detiene, al fine di trarne profitto per sé o per altri, mediante introduzione in un edificio o in altro luogo destinato in tutto o in parte a privata dimora o nelle pertinenze di essa».

Cosa si considera con «privata dimora»?

La Cassazione è intervenuta a dirimere un contrasto in giurisprudenza sorto sul concetto di «privata dimora».

Come noto, il nostro ordinamento vieta di dare, alle norme penali, un significato più ampio (cosiddetta interpretazione estensiva) o ulteriore (cosiddetta interpretazione analogica) rispetto a quello che è proprio della parola stessa. Ciò per via delle conseguenze negative che ha la legge penale sulla libertà dei cittadini. È necessario, quindi, dare sia una “certezza” sul senso della norma, sia la “sicurezza” che nessun giudice le potrà darle un’applicazione più ampia di quella che sia ragionevole immaginarsi in base al vocabolario italiano.

Dall’altro lato, però, non vi è dubbio che la sede lavorativa sia per tutti una “seconda casa” o se non la prima, posto il tempo che vi si spende all’interno (per molti, quasi tutta la giornata). Così, le Sezioni Unite della Cassazione hanno preferito estendere il concetto di privata dimora anche al luogo di lavoro. Ma con un’importante limitazione: non qualsiasi luogo di lavoro, ma solo quelli, benché destinati ad attività lavorativa o professionale, «nei quali si svolgono non occasionalmente atti della vita privata, e che non siano aperti al pubblico né accessibili a terzi senza il consenso del titolare».

Restiamo in attesa di leggere le motivazioni della sentenza, ma al momento sembra che le Sezioni Unite abbiano accolto una nozione ampia di «privata dimora», ma non così tanto da includervi qualsiasi luogo di lavoro come un negozio dove può entrare indiscriminatamente chi vuole. Perché si possa parlare di privata dimora, è necessario che all’interno del luogo di lavoro si svolgano atti di vita privata e che detto luogo non sia aperto al pubblico e neppure a ingressi altrui senza autorizzazione.

Numero Registro Generale: 18100/2016 Ricorrente: D’AMICO
Se rientra nella nozione di privata dimora, ai fini della configurabilità del reato di cui all’art. 624-bis cod. pen., il

luogo dove si esercita un’attività commerciale o imprenditoriale (nella specie, ristorante). Riferimenti Normativi:Cod. pen. artt. 624, 624-bis.
Udienza del: 23/03/2017
Relatore: S. Amoresano

Soluzione: Negativa, salvo che il fatto non sia avvenuto all’interno di un’area riservata alla sfera privata della persona offesa. Rientrano nella nozione di privata dimora di cui all’art. 624-bis cod. pen. esclusivamente i luoghi, anche destinati ad attività lavorativa o professionale, nei quali si svolgono non occasionalmente atti della vita privata, e che non siano aperti al pubblico né accessibili a terzi senza il consenso del titolare.

Ordinanza di rimessione: 652/2017


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