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Se guarisco prima devo rientrare al lavoro?

28 marzo 2017


Se guarisco prima devo rientrare al lavoro?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 28 marzo 2017



Il lavoratore che guarisce prima della data di scadenza del certificato medico deve rientrare prima al lavoro, facendosi rilasciare dal medico il certificato di rettifica.

Chi si assenta dal lavoro per malattia, ma guarisce prima della data di scadenza del certificato medico, ha comunque l’obbligo di rientrare in azienda, facendosi rilasciare il certificato di rettifica dal proprio medico di base. Con la conseguenza che, se anche esce di casa fuori dalle fasce di reperibilità e viene scoperto a svolgere attività incompatibili con lo stato di malattia dichiarato nel certificato, può essere licenziato. È quanto chiarito dalla Cassazione [1]. Ma procediamo con ordine.

Se la malattia dura più del certificato

Tutte le volte in cui la malattia dura più di quanto indicato nel certificato medico il dipendente che non vuol rientrare al lavoro deve farsi rilasciare, dal proprio medico di base, un nuovo certificato di prosecuzione della malattia (o «continuazione della malattia»). Il medico provvederà, come per il precedente certificato, a inviarlo telematicamente all’Inps che, a sua volta, lo metterà a disposizione dell’azienda. Quest’ultima potrà chiedere all’Inps di inviare il medico fiscale per la verifica della persistenza della malattia. Pertanto il dipendente dovrà farsi trovare a casa durante le fasce orarie di reperibilità.

Potrebbe però accadere che il dipendente rientri al lavoro e solo dopo questo momento ricompaia nuovamente la malattia. In tal caso, si parla di ricaduta nella malattia precedente se si verifica nei 30 giorni successivi alla sua cessazione. Il dipendente avrà ugualmente diritto a un ulteriore certificato che ne giustifichi l’assenza.

Per approfondimenti, leggi Che fare in caso di ricaduta nella malattia del lavoratore?

Che succede se per il medico fiscale il lavoratore è guarito?

Analizziamo il caso in cui vi sia un contrasto tra il parere del medico fiscale e quello di base. Immaginiamo che il dipendente, ancora coperto dal certificato del proprio medico di base, riceva la visita del medico fiscale dell’Inps il quale lo ritiene invece guarito e gli ordina di tornare al lavoro. In questo caso il dipendente può contestare il certificato del medico dell’Inps nello stesso momento della visita fiscale. In tal caso è autorizzato a non recarsi al lavoro in attesa che, sulla questione, decida il coordinatore sanitario della competente sede Inps. Il datore di lavoro non può, nel frattempo, licenziarlo o imporgli il rientro.

Per approfondimenti, leggi Se il medico dell’Inps dice che posso rientrare al lavoro che fare?

Che succede se il lavoratore vuol tornare al lavoro prima della scadenza del certificato medico?

Potrebbe accadere invece il contrario di quanto abbiamo appena analizzato, ossia che il dipendente, benché ancora coperto dal certificato del proprio medico, ritenga di essere guarito e voglia tornare al lavoro prima della scadenza della malattia. Che deve fare in questo caso? L’azienda è autorizzata ad accettare il dipendente solo a condizione che questi si faccia rilasciare, dal proprio medio, il certificato in rettifica. Tale documento, infatti, esonera l’azienda da eventuali rischi per la ripresa del lavoro.

Per approfondimenti, leggi Posso rientrare al lavoro prima della fine della malattia?

Che fare se il dipendente guarisce prima del certificato medico?

Immaginiamo ora il caso del dipendente che guarisce prima della scadenza del certificato, ma che tuttavia non chiede al proprio medico il certificato in rettifica; ciò nonostante, egli esce di casa (guardandosi bene dal farlo negli orari di reperibilità). Anzi, si fa anche trovare dai colleghi a ballare in una discoteca o in palestra o, magari, a dare una mano nell’azienda di famiglia. Può farlo se è coperto dal certificato medico? La risposta, a detta della Cassazione, è negativa. In tali casi, il dovere di correttezza e fedeltà all’azienda impone al dipendente di rientrare sul lavoro non appena guarito, eventualmente richiedendo al proprio medico il certificato in rettifica. Insomma, non ci si può assentare dal lavoro più del necessario.

Per approfondimenti, leggi Se un dipendente guarisce prima che scade il certificato che deve fare?

Che succede se il dipendente non guarisce ma esce di casa?

Non resta che il caso del dipendente che, benché ancora in malattia e visibilmente non guarito, esce di casa fuori dagli orari di reperibilità per le visite fiscali. Sebbene egli possa fare ciò che vuole fuori da tale forbice temporale, è comunque soggetto al divieto di non pregiudicare una pronta guarigione. Pertanto può essere licenziato il dipendente che, benché in malattia, pone comportamenti tali da ritardare la convalescenza (si pensi a chi esce nonostante una polmonite o fa sforzi nonostante un’operazione di ernia).

note

[1] Cass. sent. n. 3630 del 10.02.2017.

Cassazione civile, sez. lav., 10/02/2017, (ud. 19/10/2016, dep.10/02/2017), n. 3630

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1.Con sentenza del 14 ottobre 2013, la Corte d’appello di Genova, in riforma della decisione del giudice di primo grado, rigettò la domanda avanzata da M.G., dipendente della società Poste Italiane s.p.a., nei confronti della predetta società e volta alla declaratoria d’illegittimità del licenziamento per giusta causa intimatogli il (OMISSIS) per aver lavorato nei giorni (OMISSIS) nella rosticceria della moglie mentre era assente dal lavoro per infortunio.

2.La Corte, premessa la legittimità dell’impiego di agenzie investigative per verificare il comportamento dei lavoratori assenti per malattia, osservava che dalla c.t.u. espletata era emerso che il lavoratore, pure affetto da malattia traumatica, in quei giorni era pressochè guarito ed idoneo alla prestazione lavorativa. Che, pertanto, pur non avendo potuto incidere negativamente sul suo stato di salute la prestazione nella rosticceria, doveva ritenersi che il predetto avesse posto in essere un comportamento che ricade nella previsione dell’art. 54 lett. d) ultimo periodo del c.c.n.l. di settore (laddove questo prevede che il dipendente debba astenersi, in periodo di malattia e infortunio, dallo svolgere attività lavorativa, ancorchè non remunerata) e si pone in contrasto con i doveri di cui all’art. 2104 c.c. e del codice etico. Rilevava che si trattava di comportamento grave che, incidendo sul dovere fondamentale del dipendente di rendere la prestazione di lavoro, era idoneo a ledere il vincolo fiduciario.

3.Avverso la sentenza propone ricorso per cassazione il M. con sei motivi. La società resiste con controricorso illustrato con memorie.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1.Con il primo motivo il ricorrente deduce: violazione della L. n. 300 del 1970, art. 7. Osserva che alla luce della giurisprudenza di legittimità (Cass. 1423/2012) i controlli occulti non sarebbero consentiti ai fini della verifica dell’esatto adempimento della prestazione, ma solo in relazione alla commissione da parte del lavoratore di un fatto illecito a danno del patrimonio aziendale.

1.2. La censura è infondata. In primo luogo, infatti, difetta l’indicazione del profilo in relazione al quale la procedura ex art. 7 sarebbe stata violata. In secondo luogo deve essere ribadito in questa sede l’orientamento espresso dalla giurisprudenza di legittimità secondo il quale “Le disposizioni dell’art. 2 dello statuto dei lavoratori, nel limitare la sfera di intervento di persone preposte dal datore di lavoro a tutela del patrimonio aziendale, non precludono a quest’ultimo di ricorrere ad agenzie investigative – purchè queste non sconfinino nella vigilanza dell’attività lavorativa vera e propria, riservata dall’art. 3 dello statuto direttamente al datore di lavoro e ai suoi collaboratori – restando giustificato l’intervento in questione non solo per l’avvenuta perpetrazione di illeciti e l’esigenza di verificarne il contenuto, ma anche in ragione del solo sospetto o della mera ipotesi che illeciti siano in corso di esecuzione” (Cass. Sez. L, Sentenza n. 3590 del 14/02/2011, Rv. 616087, conforme Cass. Sez. L, Sentenza n. 848 del 20/01/2015 Rv. 634010; sul tema anche Cass. Sez. L, Sentenza n. 25162 del 26/11/2014, Rv. 633482: “Le disposizioni della L. 20 maggio 1970, n. 300, art. 5, in materia di divieto di accertamenti da parte del datore di lavoro sulle infermità per malattia o infortunio del lavoratore dipendente e sulla facoltà dello stesso datore di lavoro di effettuare il controllo delle assenze per infermità solo attraverso i servizi ispettivi degli istituti previdenziali competenti, non precludono al datore medesimo di procedere, al di fuori delle verifiche di tipo sanitario, ad accertamenti di circostanze di fatto atte a dimostrare l’insussistenza della malattia o la non idoneità di quest’ultima a determinare uno stato d’incapacità lavorativa e, quindi, a giustificare l’assenza. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza di merito che aveva ritenuto legittimi gli accertamenti demandati, dal datore di lavoro, a un’agenzia investigativa, e aventi a oggetto comportamenti extralavorativi, che assumevano rilievo sotto il profilo del corretto adempimento delle obbligazioni derivanti dal rapporto di lavoro”).

2.Con il secondo motivo il ricorrente deduce: Violazione dell’art. 112 c.p.c., in connessione con la L. n. 300 del 1970, art. 7. Rileva che ciò che il datore ha contestato al lavoratore e che lo ha indotto a recedere per giusta causa è la violazione del principio contrattuale che vieta di svolgere, in periodo di malattia, attività in concorrenza con la società datrice di lavoro in ragione del potenziale rischio di pregiudicare il regolare recupero psico – fisico. Osserva che la Corte territoriale si è pronunciata su un licenziamento fondato su motivazione diversa da quella adottata nella comunicazione di recesso.

2.2. Il motivo è inammissibile. Osserva la Corte che il tema della diversità tra motivazione del licenziamento e motivazione della lettera di contestazione non risulta trattato in sentenza ed è posto in sede di ricorso per cassazione in difetto di allegazione del fondamento documentale, nonchè delle indicazioni per il reperimento nel fascicolo dei documenti (primi tra tutti gli atti di parte del giudizio di primo grado) dai quali evincere che la questione sollevata in sede di ricorso per cassazione fosse stata già prospettata nelle fasi di merito. Va richiamato in proposito il principio, dal quale questa Corte non ha motivo di discostarsi, in forza del quale “qualora con il ricorso per cassazione siano prospettate questioni di cui non vi sia cenno nella sentenza impugnata, è onere della parte ricorrente, al fine di evitarne una statuizione di inammissibilità per novità della censura, non solo di allegare l’avvenuta loro deduzione innanzi al giudice di merito, ma anche, in ossequio al principio di autosufficienza del ricorso stesso, di indicare in quale specifico atto del giudizio precedente lo abbia fatto, onde dar modo alla Suprema Corte di controllare “ex actis” la veridicità di tale asserzione prima di esaminare il merito della suddetta questione” (Sez. 1, Sentenza n. 23675 del 18/10/2013, Rv. 627975). Il motivo è, altresì, infondato, poichè ciò che conta ai fini del rispetto del principio dell’immutabilità della contestazione è che non muti il fatto sostanziale di cui alla lettera di addebito (in tal senso Cass. Sez. L, Sentenza n. 17604 del 10/08/2007, Rv. 600120: “L’immutabilità della contestazione preclude” al datore di lavoro di far valere, a sostegno delle sue determinazioni disciplinari (nella specie, licenziamento), circostanze nuove rispetto a quelle contestate, tali da implicare una diversa valutazione dell’infrazione disciplinare anche diversamente tipizzata dal codice disciplinare apprestato dalla contrattazione collettiva, dovendosi garantire l’effettivo diritto di difesa che la normativa sul procedimento disciplinare di cui alla L. n. 300 del 1970, art. 7, assicura al lavoratore incolpato”).

3.Con il terzo motivo il ricorrente deduce omesso esame circa fatti decisivi per il giudizio che sono stati oggetto di discussione tra le parti. Osserva che la contestazione ha riguardato i fatti del 22 e del 23 ottobre, essendo pacifico che il giorno 22 il ricorrente fu visitato dal consulente ortopedico INAIL e, pertanto, non era più in tempo per rendere la prestazione lavorativa, mentre il 23, essendo sabato, l’attività non veniva espletava. Rileva che questi fatti assumono rilevanza determinante per il giudizio, poichè escludono un comportamento colpevole del lavoratore e, in ogni caso, la proporzionalità dell’addebito.

3.2.Anche la predetta censura è infondata, perchè la motivazione della Corte territoriale pone in evidenza, oltre alla violazione degli obblighi gravanti sul lavoratore in caso di malattia, la lesione degli obblighi di fedeltà all’impresa e di correttezza (artt. 2104 e 2105 c.c.), nonchè gli specifici obblighi di diligenza e fedeltà gravanti sul lavoratore. In proposito i giudici di merito hanno attribuito rilievo anche alle versioni differenti rese dal lavoratore in sede di audizione orale e, successivamente, in sede giudiziale, in tal modo valutando unitariamente il complessivo comportamento tenuto dal lavoratore.

4.Con il quarto motivo il ricorrente deduce: violazione degli artt. 2104 e 2106 c.c. e art. 115 c.p.c.. Censura la sentenza per avere attribuito pretesa valenza prognostica alla certificazione medica INAIL, nonchè alla negazione dei fatti in sede disciplinare, senza tenere conto di altre circostanze pure rilevanti, espressamente enunciate, tra le quali quella secondo cui lo svolgimento dell’attività lavorativa non aveva comportato conseguenze negative sullo stato di salute del dipendente.

4.2.Anche il motivo suesposto non merita accoglimento. Il ricorrente, infatti, si limita a proporre una valutazione delle risultanze istruttorie alternativa rispetto a quella offerta in sentenza, in tal modo sottoponendo alla Corte di legittimità questioni di mero fatto atte a indurre a un preteso nuovo giudizio di merito precluso in questa sede (v. Sez. 5, Sentenza n. 25332 del 28/11/2014, Rv. 633335: Il giudizio di cassazione è un giudizio a critica vincolata, nel quale le censure alla pronuncia di merito devono trovare collocazione entro un elenco tassativo di motivi, in quanto la Corte di cassazione non è mai giudice del fatto in senso sostanziale ed esercita un controllo sulla legalità e logicità della decisione che non consente di riesaminare e di valutare autonomamente il merito della causa. Ne consegue che la parte non può limitarsi a censurare la complessiva valutazione delle risultanze processuali contenuta nella sentenza impugnata, contrapponendovi la propria diversa interpretazione, al fine di ottenere la revisione degli accertamenti di fatto compiuti). Va rilevato altresì che “E’ devoluta al giudice del merito l’individuazione delle fonti del proprio convincimento e, pertanto, anche la valutazione delle prove, il controllo della loro attendibilità e concludenza, nonchè la scelta, fra le risultanze istruttorie, di quelle ritenute idonee ad acclarare i fatti oggetto della controversia, privilegiando in via logica taluni mezzi di prova e disattendendone altri, in ragione del loro diverso spessore probatorio, con l’unico limite della adeguata e congrua motivazione del criterio adottato; conseguentemente, ai fini di una corretta decisione, il giudice non è tenuto a valutare analiticamente tutte le risultanze processuali, nè a confutare singolarmente le argomentazioni prospettate dalle parti” Cass. Sez. 3, Sentenza n. 5964 del 23/04/2001, Rv. 546251.

5.Con il quinto motivo il ricorrente deduce violazione degli artt. 2104, 2106 e 2010 c.c. Richiama l’orientamento della giurisprudenza di legittimità in forza del quale è richiesta la prova dell’incidenza della diversa attività lavorativa o extralavorativa nel ritardare o pregiudicare la guarigione.

6.Il ricorrente deduce, infine, con l’ultima doglianza, violazione degli artt. 54, 55 e 56 del CCNL Poste del 2007. Osserva che la valutazione effettuata dalla Corte d’appello ha completamente obliterato e comunque male applicato i principi stabiliti dal c.c.n.l. di riferimento, secondo i quali la sanzione non avrebbe che potuto essere di natura conservativa.

6.2. I motivi possono essere trattati congiuntamente perchè connessi. Gli stessi sono infondati. Ed invero la Corte territoriale ha ritenuto che la condotta del lavoratore integrasse una grave negazione dei canoni desumibili dall’art. 2104 c.c. e dal codice etico, nonchè dal disposto di cui all’art. 54, lett. d) del C.C.N.L. del settore, secondo il quale è dovere del lavoratore “astenersi da qualunque attività – a titolo gratuito od oneroso – o da qualunque altra forma di partecipazione in imprese ed organizzazioni di fornitori, clienti, concorrenti e distributori, che possano configurare conflitto di interessi con la società e astenersi altresì, in periodo di malattia od infortunio, dallo svolgere attività lavorativa ancorchè non remunerata”. Nel compiere tale valutazione ha evidenziato che quello posto in essere dal lavoratore era comportamento grave, incidente sul dovere fondamentale del dipendente di rendere la prestazione di lavoro e lesivo del vincolo fiduciario, anche in ragione del carattere doloso, desumibile anche dalla prima negazione dei fatti. Correttamente, pertanto, i giudici di merito, ai fini del giudizio di adeguatezza della sanzione, hanno considerato la condotta del lavoratore nel complesso e in relazione ai suoi molteplici risvolti, traendone le dovute conseguenze, senza limitarsi alla sola considerazione dell’incidenza dell’attività lavorativa sui tempi di guarigione. Nell’ambito di un’interpretazione della disciplina contrattuale, poi, ferma la previsione collettiva enunciata nell’art. 54, non assume rilevanza la mancata corrispondenza della violazione a una delle ipotesi specifiche cui la disciplina collettiva correla la sanzione espulsiva, tanto più che l’art. 56 CCNL, nella clausola di chiusura, prevede che le mancanze non specificamente contemplate nell’elencazione saranno sanzionate facendo riferimento, quanto all’individuazione dei fatti sanzionabili, ai doveri dei lavoratori enunciati all’art. 54 e ai principi desumibili dai criteri di correlazione per quanto concerne l’individuazione della misura delle sanzioni.

7.In base alle svolte argomentazioni il ricorso va rigettato. Le spese del giudizio di legittimità seguono la soccombenza e sono liquidate come in dispositivo.

PQM

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, liquidate in complessivi Euro 4.000,00, di cui Euro 100,00 per esborsi, oltre spese generali nella misura del 15% e accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma deLlo stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 19 ottobre 2016.

Depositato in Cancelleria il 10 febbraio 2017

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