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Lo sai che? Cosa fare se mi si impedisce di usare una servitù di passaggio?

Lo sai che? Pubblicato il 21 aprile 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 21 aprile 2017

Per essere reintegrati nel possesso di una servitù di passaggio non serve provare di averla usucapita ma altri e distinti elementi. Vediamo quali.

Ai fini della reintegrazione nel possesso di una servitù di passaggio, non occorre l’usucapione; è sufficiente la prova:

  • del durevole e pacifico utilizzo del passaggio in epoca prossima a quella dello spoglio, dal quale è consentito presumere l’utilizzo nel momento dello spoglio stesso e
  • che il transito sia stato effettuato dal soggetto nella sua qualità di possessore del bene cui si accede mediante quello attraversato [1].

A stabilirlo è la Corte d’Appello di Bologna in una sentenza delle scorse settimane [2]: Tizio acquistava un immobile con annessa una piccola corte urbana avente accesso da una piazzetta pubblica. Lamentava che il parroco della chiesa confinante con la sua proprietà aveva messo sette pesantissimi fittoni, tra loro collegati da robuste catene metalliche, che gli precludevano l’accesso alla proprietà come avvenuto fino a quel momento. Chiedeva, quindi, la cessazione di tale turbativa al possesso della servitù di passaggio e il riconoscimento di quest’ultima.

In primo grado, il Tribunale respingeva la sua domanda, ritenendo che il possesso non potesse essere dedotto semplicemente dal fatto che sulla piazzetta passasse un camion incaricato da Tizio del trasporto dei materiali necessari per i lavori di sostituzione di un cancello che Tizio stesso aveva apposto con il relativo divieto di sosta.

Azione di reintegrazione

Secondo il codice civile [3], chi è stato violentemente od occultamente spogliato del possesso, può, entro l’anno dal sofferto spoglio, chiedere contro l’autore di esso la reintegrazione del possesso medesimo. Si tratta dell’azione di reintegrazione o di spoglio, rimedio utilizzabile da chi sia stato privato del possesso, con violenza (cioè, contro o senza la volontà effettiva, anche solo presunta, del possessore) o clandestinità, cioè all’insaputa del possessore o del detentore, che ne viene a conoscenza in un momento successivo. Da precisare che, per ricorrere all’azione di reintegrazione non vi deve essere necessariamente sottrazione o privazione del possesso ma anche soltanto una restrizione o riduzione delle facoltà inerenti al potere della vittima o una turbativa tale da rendere più disagevole il godimento del bene o un mutamento di destinazione economica della cosa.

L’azione di reintegrazione deve essere esercitata entro un anno dallo spoglio che decorre dal giorno in cui il fatto lesivo avrebbe potuto essere scoperto con l’ordinaria diligenza.

Azione di reintegrazione: cosa occorre provare?

Se l’azione di reintegrazione deve essere esercitata in riferimento a una servitù di passaggio, è sufficiente la prova dell’esercizio della servitù di transito nel periodo prossimo a quello in cui si è verificato lo spoglio [4], magari producendo elaborati o fotografie relative alla situazione in essere nell’anno precedente. Utile sarà anche avvalersi di testimoni in grado di riferire circa gli episodi di transito. Quindi, nel nostro caso, Tizio avrebbe dovuto provare di utilizzare la piazzetta per accedere al suo immobile nel periodo subito precedente al posizionamento dei fittoni e di essere il proprietario del bene a cui è possibile accedere solo tramite l’attraversamento di quella specifica piazzetta. Al contrario Tizio, tramite testimoni, si è limitato a sostenere di passarvi senza fornire ulteriori elementi in grado di dimostrare l’esercizio da parte sua di un potere di fatto specifico e distinto rispetto a quello degli altri utilizzatori della piazzetta, tale da costituire in capo a lui un personale diritto, diverso da quello dell’intera collettività, anche considerando che l’area antistante il cancello è sempre stata occupata da terzi veicoli in sosta.

note

[1] Cass. sent. n. 2367 del 17.02.2012.

[2] Corte App. Bologna sent. n. 599 dello 07.03.2017.

[3] Art. 1168, co. 1, cod. civ.

[4] Cass., SS.UU., sent. n. 958 del 18.02.1989.


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