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Lo sai che? Assegno di divorzio: che fare se l’ex lavora con reddito zero?

Lo sai che? Pubblicato il 8 aprile 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 8 aprile 2017

Dal 2015 devo alla mia ex moglie un assegno di divorzio. Lei possiede un negozio che dal 2011 dichiara sempre reddito zero. Vorrei sapere se esiste un obbligo per lei di trovare un nuovo lavoro più redditizio per potersi mantenere da sola.

Prima di rispondere al quesito, è bene chiarire che per legge gli ex coniugi hanno sempre la possibilità di rivedere le condizioni economiche (e personali) contenute nella sentenza di divorzio.

Qualora, infatti, sopravvengano alla pronuncia giudiziale «giustificati motivi», le parti possono chiedere (congiuntamente o singolarmente) la revisione dei provvedimenti riguardanti la misura e le modalità dei contributi da versare all’ex coniuge. Ciò significa, in parole povere, che l’assegno di divorzio non è necessariamente “a vita” ma può essere anche modificato (nel senso di ridotto o aumentato o anche eliminato) al verificarsi di determinate circostanze [1].

Ciò deriva dal fatto che molti dei provvedimenti risultanti dalla sentenza di divorzio si basano su situazioni mutevoli nel tempo e, per questo, essi si considerano pronunciati allo stato degli atti (i giuristi dicono «rebus sic stantibus», che letteralmente significa «stando così le cose»).

Si ritiene, peraltro, che l’espressione «giustificati motivi sopravvenuti», contenuta nella legge sul divorzio e tali da consentire una revisione dell’assegno in favore dell’ex coniuge, indica che non basta che vi sia un semplice mutamento delle condizioni economiche patrimoniali del coniuge più debole per giustificare una diversa quantificazione dell’assegno, ma occorre che tale mutamento sia di entità tale da modificare in modo sostanziale le condizioni valutate dal giudice al momento del divorzio [2].

Ciò premesso, tuttavia, nella situazione descritta dal lettore, noi abbiamo che già da quando è stata pronunciata la sentenza di divorzio – che ha gravato l’uomo dell’obbligo al versamento dell’assegno alla ex moglie – quest’ultima dichiarava reddito pari a zero. Il divorzio, infatti, è intervenuto nel 2015 mentre l’attività economica è iniziata nel 2011, dando da allora un bilancio negativo. In altre parole, quell’assegno è stato determinato già tenendo conto della inconsistenza delle entrate da parte della donna, né la sentenza ha previsto, ad esempio, una graduale riduzione nel tempo dell’importo da versare a titolo di assegno divorzile, in proporzione ad eventuali aumenti di fatturato (ipotesi senz’altro possibile in caso di sentenza pronunciata a seguito di una domanda congiunta degli ex coniugi).

Questo non vuol dire che il lettore non abbia alcuna possibilità di promuovere un’azione giudiziaria di modifica delle condizioni di divorzio finalizzata ad ottenere la revoca (o quantomeno la riduzione) dell’assegno da versare, ma vuol dire, tuttavia, che egli dovrà essere in grado di provare in giudizio che vi sono ragioni a fondamento della propria domanda. E, quindi, ad esempio, che l’ex moglie stia da tempo volutamente occultando dei ricavi (ad esempio omettendo di fare scontrini alla clientela), facendo così risultare il numero degli acquisti della merce superiore rispetto alle vendite effettive. Situazione questa che è verosimile stia di fatto accadendo, non avendo alcun senso mantenere in piedi, a distanza di 6 anni, un’attività commerciale non produttiva di alcun reddito.

Venendo poi, in particolare al quesito posto: se, cioè  se si può pensare che sia obbligo dell’ex moglie trovare un lavoro più redditizio, al fine di contribuire essa stessa al suo mantenimento, purtroppo questo obbligo non esiste per legge e in nessun caso.

Ciò che, invece, è possibile affermare è che, specie negli ultimi anni, i giudici stanno mostrando una sempre minore inclinazione a riconoscere in automatico l’assegno divorzile alla donna che non lavora. Sottolineo, però, “a riconoscere” e non invece a revocarlo una volta che sia già stato riconosciuto (come nel caso del lettore).

Come infatti emerge dalle più recenti pronunce [3] l’ astratta capacità di reddito della donna (non potenziata dalla ricerca di un lavoro da parte di quest’ultima) ed in grado di farle conservare un tenore di vita analogo a quello goduto durante il matrimonio può costituire un valido motivo per far venir meno il diritto ad un assegno di mantenimento.

In conclusione, nel caso esposto, è verosimile che l’ex moglie del lettore stia occultando delle entrate che potrebbero farle perdere il diritto all’assegno divorzile o quantomeno provocare la riduzione dell’attuale importo. E’ anche possibile che abbia ricevuto nuove opportunità lavorative e che le abbia rifiutate per non perdere l’assegno dell’ex marito. Circostanze queste che legittimerebbero senz’altro il lettore a rivolgersi al giudice per chiedere la revoca o la modifica dell’assegno.

E’ necessario, tuttavia, che l’uomo abbia quantomeno delle minime prove (anche se indiziarie) di quanto afferma, e non si basi su semplici presunzioni; ad esempio possa contare su testimoni (come conoscenze comuni all’ex moglie) in grado di confermare che la donna non emette mai (quasi mai) scontrini oppure che svolge qualche altra attività in nero per non perdere l’assegno dell’ex marito o ancora che conduca uno stile di vita superiore alle sue possibilità.

Per il principio dell’ onere della prova infatti deve essere la parte che ne ha interesse (in questo caso chi chiede la revoca dell’assegno) a fornire al giudice elementi tali da indurlo a ritenere plausibile che le disponibilità e i redditi del beneficiario, siano in realtà, superiori rispetto a quanto risulti dai documenti esibiti. Partendo da tali indizi, sarà poi possibile chiedere al giudice di disporre indagini fiscali [4] sul patrimonio e sui redditi dell’ex coniuge e sul suo effettivo tenore di vita, avvalendosi anche della Polizia Tributaria. Potere questo che rientra nella piena discrezionalità del magistrato.

note

[1] Art. 5 e 6 L. 898/1970.

[2] Cfr. Cass. sent. n. 23359/2004.

[3] Cfr. Cass. sent. n. 789/2017.

[4] Art. 5 c. 9 L. 898/1970.


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