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Impugnazione della riunione di condominio

30 marzo 2017


Impugnazione della riunione di condominio

> Diritto e Fisco Pubblicato il 30 marzo 2017



Per impugnare la delibera dell’assemblea di condominio bisogna agire entro 30 giorni, con previo tentativo di mediazione. Il giudice però non può entrare nel merito della decisione dei condomini.

Se hai letto la nostra guida su come impugnare la delibera condominiale saprai già che, per contestare la decisione presa dall’assemblea hai solo 30 giorni di tempo da quando la decisione è stata assunta o, se non eri presente, da quando l’amministratore ti ha comunicato il verbale con la delibera stessa.

Saprai però che non c’è alcun termine da rispettare per l’impugnazione della riunione di condominio – e puoi agire anche dopo molto tempo – tutte le volte in cui il vizio della delibera è particolarmente grave e comporta non già l’annullabilità, ma la nullità assoluta della decisione adottata dai condomini.

Saprai anche che, in caso di impugnazione della riunione di condominio, prima di rivolgerti al giudice, devi tentare la conciliazione con il condominio, promuovendo un tentativo di mediazione presso uno degli organismi presenti nella città ove si trova il tribunale competente. Solo se il procedimento non va a buon fine potrai presentare ricorso in tribunale.

Saprai infine che solo impugnando la delibera potrai eventualmente contestare le richieste di pagamento che ti verranno avanzate dall’amministratore per spese approvate in assemblea ma da te contestate. Se, invece, non impugni la decisione dei condomini, non potrai più sottrarti al versamento degli oneri, né potrai presentare opposizione all’eventuale decreto ingiuntivo che ti verrà notificato.

Ciò che però non abbiamo ancora detto – e che è stato appena chiarito dal Tribunale di Milano [1] – è che, in caso di impugnazione della riunione di condominio, il giudice non può entrare nel merito della questione stabilendo cosa è meglio o peggio per il condominio, ma deve limitarsi a verificare solo la legittimità della decisione, ossia che la stessa non violi né il codice civile, né le leggi, né il regolamento di condominio. Insomma, il controllo del magistrato è solo sulla «legittimità» della decisione, ma non sulla opportunità della scelta assunta dai condomini (sotto il profilo della spesa, del minor sacrificio, del pregiudizio per eventuali proprietari, dei rischi per il futuro, ecc.). Facciamo qualche esempio che ci aiuterà a comprendere meglio come stanno le cose.

Immaginiamo che il condominio debba fare dei lavori e vengano analizzati più preventivi di ditte “papabili”. L’assemblea, a seguito di numerose valutazioni, decide di scegliere quella che ha presentato un preventivo particolarmente costoso, tuttavia perché utilizza materiali di particolare pregio. Il condomino che dissente da questa scelta, perché la ritiene dispendiosa e superiore rispetto alle proprie possibilità, non può adire il giudice e impugnare la riunione di condomino sulla base di tale contestazione. In tal caso, infatti, non c’è alcuna violazione di legge, atteso che essa lascia liberi i condomini di scegliere, in base alle maggioranze prescritte, ciò che è meglio per essi stessi. Il condomino potrà invece impugnare la delibera se non vengono rispettati i quorum.

Immaginiamo che un condomino invalido chieda di installare un montacarichi sulle scale per consentirgli di superare i primi tre gradini che danno all’ascensore. L’assemblea non accoglie la mozione e l’uomo viene costretto a provvedere a proprie spese all’eliminazione delle barriere architettoniche. Questi non ha la possibilità di ricorrere al giudice per chiedere una “revisione” della decisione, non essendovi alcuna violazione della normativa nella decisione assunta dagli altri proprietari.

Immaginiamo che un condominio sia costretto a fare causa con uno dei proprietari che non paga da anni le quote. Nel corso della causa il moroso offre di versare il 50% a transazione dell’intero importo. L’assemblea decide di accettare la proposta, ma uno dei condomini lo ritiene lesivo della parità di trattamento rispetto agli altri proprietari e pertanto ricorre al giudice. Anche in questo caso il tribunale non può dargli ragione, essendo l’assemblea libera di fare ciò che vuole dei propri interessi economici.

Secondo il Tribunale milanese «…sulle delibere dell’assemblea di condominio edilizio, il sindacato dell’autorità giudiziaria non può estendersi alla valutazione del merito ed al controllo della discrezionalità di cui dispone l’assemblea, ma deve limitarsi al riscontro della legittimità che si estende anche al riguardo dell’eccesso di potere, ravvisabile quando la causa della deliberazione sia falsamente deviata dal suo modo d’essere. Anche in tale evenienza, il giudice non controlla l’opportunità o la convenienza della soluzione adottata dall’impugnata delibera, ma deve solo stabilire se la delibera sia o meno il risultato del legittimo esercizio dei poteri discrezionali dell’assemblea [2]».

note

[1] Trib. Milano, sent. n. 435 del 16.01.2017.

[2] Cass. sent. n. 10199/2012; n. 14560/2004; n. 3938/1994 e n. 731/1988.

Autore immagine: 123rf com

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