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Appello: omessa indicazione dei motivi e nullità dell’atto

2 aprile 2017


Appello: omessa indicazione dei motivi e nullità dell’atto

> L’esperto Pubblicato il 2 aprile 2017



Impugnazione inammissibile se l’appellante non indica, nell’atto processuale, i punti di censura della sentenza di primo grado.

La mancata specificazione dei motivi dell’appello integra una nullità che determina l’inammissibilità dell’impugnazione, con conseguente effetto del passaggio in giudicato della sentenza di primo grado, senza possibilità di sanatoria dell’atto a seguito di costituzione dell’appellato, in qualunque momento essa avvenga. A salvare dalla nullità l’atto processuale non vale neanche il comportamento dell’appellante che, in corso di causa o già alla prima udienza, specifichi i motivi dell’appello. Lo ha affermato la Cassazione con una recente sentenza [1] che chiarisce quali sono le conseguenze dell’omessa indicazione dei motivi di appello e la conseguente nullità dell’atto. Ma procediamo con ordine e vediamo come si scrive un atto di appello.

Se nell’appello non sono indicati i motivi

La Corte ricorda che, nel giudizio di appello, la cognizione del giudice resta circoscritta alle questioni dedotte dall’appellante attraverso specifici motivi e tale specificità esige che, alle argomentazioni svolte nella sentenza impugnata, vengano contrapposte quelle dell’appellante, volte ad incrinare il fondamento logico-giuridico delle prime (non essendo le statuizioni di una sentenza separabili dalle argomentazioni che le sorreggono). Pertanto, nell’atto di appello, alla parte volitiva deve sempre accompagnarsi una parte argomentativa che confuti e contrasti le ragioni addotte dal primo giudice. Il tutto a pena di inammissibilità dell’appello: inammissibilità rilevabile d’ufficio e non sanabile per effetto dell’attività difensiva della controparte.

Leggi anche Come scrivere l’atto di appello.

Al giudice non basta, per dedurre i motivi dell’appello, che l’atto processuale consenta di individuare le statuizioni concretamente impugnate, ma è altresì necessario, pur quando la sentenza di primo grado sia censurata nella sua interezza, che le ragioni sulle quali si fonda il gravame siano esposte con sufficiente grado di specificità da correlare, peraltro, con la motivazione della sentenza impugnata.

Se nell’appello manca qualche pagina

Sempre la Cassazione, con una più recente sentenza [2], ha chiarito quali sono le conseguenze se, nell’atto di appello, manca qualche pagina e, ciò nonostante, lo stesso viene notificato alla controparte. In tal caso – specifica la Corte – la notifica dell’atto di appello carente di una o più pagine (purché l’originale, depositato nei termini presso la Corte di appello, sia completo), costituisce un vizio del procedimento di notificazione sanabile con effetti retroattivi mediante la rinnovazione della notifica oppure per effetto della costituzione della parte appellata.

note

[1] Cass. sent. n. 18932/16 del 27.09.2016.

[2] Cass. sent. n. 2041/17 del 27.01.2017: «La notifica dell’atto di appello mancante di una o più pagine (purché l’originale, ritualmente depositato, sia completo), non integra una difformità dell’atto rispetto al modello legale, bensì un vizio del procedimento notificatorio, sanabile “ex tunc” mediante la rinnovazione della notifica ovvero per effetto della costituzione dell’intimato».

Autore immagine: 123rf com

Cassazione civile, sez. I, 27/09/2016, (ud. 25/02/2016, dep.27/09/2016), n. 18932

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1 – Con sentenza depositata in data 15 ottobre 2001 il Tribunale di Foggia, pronunciando sulle domande rispettivamente proposte dall’impresa (OMISSIS) S.p.a. e dall’IACP di (OMISSIS) in relazione a un appalto stipulato per la realizzazione di settantotto alloggi, aventi ad oggetto reciproci addebiti di inadempimento e conseQuenziali pretese risarcitorie, dichiarava che detto contratto si era risolto per inadempimento di entrambe le parti e per tale ragione rigettava ogni pretesa risarcitoria, nonchè le domande avanzate dall’IACP nei confronti del chiamati in causa Comune di Foggia, Enel Distribuzione S.p.a. e Telecom Italia S.p.a..

1.1 – Con la decisione indicata in epigrafe la Corte di appello di Bari, per quanto in questa sede maggiormente rileva, ha dichiarato inammissibili, per difetto di specificità, i primi due motivi del gravame proposto in via principale dall’impresa appaltatrice, relativi alla pronuncia di risoluzione per inadempimento reciproco, sotto il profilo, il primo, dell’insussistenza di inadempienze da attribuirsi alla stessa appellante, ed il secondo in relazione al giudizio di pari gravità degli addebiti, aggiungendosi, quanto a quest’ultimo, che esso “in ogni caso” appariva infondato anche nel merito.

1.2 – E’ stato altresì rigettato il terzo motivo di appello con il quale l’impresa contestava l’affermazione secondo cui le pretese risarcitorie sarebbero state elise dall’attribuzione di una pari responsabilità delle parti in ordine alla risoluzione per inadempimento, affermandosi che in caso di risoluzione del contratto per inadempimento di entrambe le parti nessuna di esse ha diritto al risarcimento dei danni per l’inadempimento dell’altra.

1.3 – Dalla conferma del giudizio espresso dal Tribunale in merito alla risoluzione del contratto per inadempimento di entrambe le parti derivava, inoltre, il rigetto del gravame proposto in via incidentale dall’IACP, con il quale, in maniera speculare rispetto alle doglianze di controparte, si chiedeva che la risoluzione fosse dichiarata per inadempimento dell’impresa appaltatrice.

1.4 – Per la cassazione di tale decisione la curatela del fallimento della S.p.a. (OMISSIS) propone ricorso, affidato ad otto motivi, illustrati da memoria, cui resiste con controricorso l’IACP, che interpone ricorso incidentale, con due motivi, resistiti da controricorso.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

2 – Con i primi tre motivi, deducendo rispettivamente vizio di omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, la curatela sostiene che la Corte di appello, richiamando il giudizio di inammissibilità, per difetto di specificità, già espresso in relazione al primo motivo di gravame, lo avrebbe esteso al secondo, senza indicare le ragioni in base alle quali detta censura sarebbe stata connotata da genericità. La contraddittorietà, in particolare, consisterebbe nel contestuale rilievo dell’infondatezza del motivo in esame.

2.1 – Con il quarto mezzo si denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 342 c.p.c.: con il secondo motivo di gravame l’appellante non solo avrebbe evidenziato l’erroneità dell’affermazione del Tribunale inerente a un reciproco inadempimento delle parti, ma avrebbe anche indicato le ragioni in virtù delle quali tale giudizio non era predicabile dal punto di vista pratico e teorico.

2.2 – Con il quinto mezzo si sostiene che la sentenza impugnata avrebbe violato l’art. 342 c.p.c., art. 163 c.p.c., commi 3 e 4, e art. 164 c.p.c., comma 3, in quanto la costituzione del convenuto, che non avrebbe sollevato eccezioni, avrebbe sanato il vizio di genericità del gravame rilevato dalla corte territoriale.

2.3 – La sesta censura attiene alla violazione degli artt. 1453 e 1455 c.c.. Si sostiene che il carattere unitario della valutazione della colpa dell’inadempimento non consentirebbe la risoluzione del contratto in favore di entrambe le parti.

2.4 – Con il settimo mezzo si denuncia insufficiente motivazione in relazione alla ritenuta equivalenza, sotto il profilo della gravità, delle Inadempienze delle parti.

2.5 – Con l’ottavo mezzo, deducendo violazione e falsa applicazione dell’art. 1453 c.c., si contesta il diniego di accoglimento della pretesa risarcitoria fondato sul reciproco inadempimento.

3 – Con il primo motivo del ricorso incidentale l’IACP si lamenta della compensazione delle spese processuali, rilevando che la Corte di appello avrebbe dovuto tener conto esclusivamente del rigetto dell’impugnazione principale, con conseguente insussistenza della soccombenza reciproca.

3.1 – La seconda censura è prospettata in maniera subordinata, e speculare, rispetto all’ottavo motivo del ricorso principale: si sostiene che la Corte avrebbe dovuto, anche in caso di reciproco inadempimento, accertare la prioritaria responsabilità della controparte.

4 – I primi tre motivi, da esaminarsi congiuntamente in quanto intimamente correlati, sono inammissibili.

4.1 – Con tali mezzi, infatti, si deducono distinti profili del vizio di motivazione in relazione alla rilevata inammissibilità, per difetto di specificità, del secondo motivo di gravame. Giova in proposito rilevare che, secondo il costante orientamento di questa Corte, non è predicabile il vizio di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, in ordine ad “errores in procedendo”, in relazione ai quali la Corte di cassazione, essendo giudice del fatto, inteso in senso processuale, accerta la sussistenza o meno della violazione denunciata prescindendo dalla motivazione resa dal giudice del merito (Cass., 30 luglio 2015, n. 16164).

5 – Passando all’esame della quarta censura, deve in primo luogo ribadirsi che, con riferimento alla denuncia di specifiche violazioni di norme procedurali la Corte di cassazione è giudice del fatto (inteso in senso processuale) ed ha il potere – dovere di accertarle procedendo all’esame diretto degli atti (Cass., Sez. un., 22 maggio 2012, n. 8077; Cass., 22 gennaio 2006, n. 24856). Non può omettersi di rilevare, tuttavia, che l’esercizio del potere di diretto esame degli atti del giudizio di merito, riconosciuto al giudice di legittimità ove sia denunciato un “error in procedendo”, presuppone comunque l’ammissibilità del motivo di censura, onde il ricorrente non è dispensato dall’onere di specificare il contenuto della critica mossa alla sentenza impugnata, indicando anche specificamente i fatti processuali alla base dell’errore denunciato, e tale specificazione deve essere contenuta nello stesso ricorso per cassazione, per il principio dell’autosufficienza di esso (Cass., 5 agosto 2010, n. 19198; Cass., 31 marzo 2007, n. 8055).

5.1 – A tale onere si è sottratto il ricorrente, il quale si è limitato a formulare le censure in esame senza riprodurre, per intero, l’atto di gravame proposto, riportandone soltanto un breve brano, il cui esame non consente di apprezzare la ricorrenza o meno della violazione denunciata.

Tale giudizio di inammissibilità, come sopra rilevato, avrebbe dovuto essere contestato, mediante la deduzione della violazione dell’art. 342 c.p.c., con l’indicazione delle ragioni per cui avrebbe dovuto essere ritenuta erronea tale statuizione del giudice di appello, e sufficientemente specifico, invece, il motivo di gravame sottoposto a quel giudice, riportandone il contenuto nella misura necessaria ad evidenziarne la pretesa specificità (Cass., 20 settembre 2006, n. 20405; Cass., 31 marzo 2007, n. 8055).

Detto principio (ribadito di recente proprio in relazione a ricorso con cui si deduceva la violazione dell’art. 342 c.p.c.: Cass., 10 gennaio 2012, n. 86), non contrasta con l’orientamento secondo cui il giudice di legittimità non deve limitare la propria cognizione all’esame della sufficienza e logicità della motivazione con cui il giudice di merito ha vagliato la questione relativa a un vizio afferente alla nullità dell’atto introduttivo del giudizio per indeterminatezza dell’oggetto della domanda o delle ragioni poste a suo fondamento, ma è investito del potere di esaminare direttamente gli atti ed i documenti sui quali il ricorso si fonda: le Sezioni unite di questa Corte, proprio nel risolvere il relativo contrasto, hanno riaffermato la necessità che la censura sia stata proposta dal ricorrente “in conformità alle regole fissate al riguardo dal codice di rito” (Cass., 22 maggio 2012, n. 8077).

5.2 – Con riferimento alla formulazione del motivo di appello in esame, quale risultante dalla relativa trascrizione nel ricorso (“Si impugna la sentenza appellata nella parte in cui assume che gli Inadempimenti sono stati di pari gravità ed hanno in pari misura ostacolato il completamento dei lavori, con la conseguenza che il contratto deve essere risolto per inadempimento di entrambe le parti. Ha infatti errato il Tribunale sia nel ritenere che potesse ravvisarsi nel caso di specie un’ipotesi di inadempimento reciproco, sia comunque, nel verificare che i reciproci inadempimenti sarebbero stati di pari gravità”), deve richiamarsi l’orientamento di questa Corte secondo cui la specificità dei motivi – richiesta dall’art. 342 c.p.c., per la rituale proposizione dell’atto di appello – esige, anche quando la sentenza di primo grado sia stata censurata nella sua interezza, che, alle argomentazioni svolte nella sentenza impugnata, vengano contrapposte quelle dell’appellante, volte ad incrinare il fondamento logico – giuridico delle prime, alla parte volitiva dell’appello dovendosi sempre accompagnare una parte argomentativa – nella specie del tutto carente – che confuti e contrasti le ragioni addotte dal primo giudice.

La tesi sostenuta dal fallimento ricorrente contrasta, quindi, con il principio, più volte affermato da questa Corte, secondo cui nell’atto di appello, ossia nell’atto che, fissando i limiti della controversia in sede di gravame, consuma il diritto potestativo di impugnazione, alla parte volitiva deve sempre accompagnarsi, a pena di inammissibilità del gravame, una parte argomentativa che confuti e contrasti le ragioni addotte dal primo giudice, al qual fine non è sufficiente che l’atto di appello consenta di individuare le statuizioni concretamente impugnate, ma è altresì necessario, pur quando la sentenza di primo grado sia censurata nella sua interezza, che le ragioni sulle quali si fonda il gravame siano esposte con sufficiente grado di specificità da correlare, peraltro, con la motivazione della sentenza impugnata (Cass., 13 aprile 2010, n. 8771; Cass., 18 aprile 2007, n. 9244).

6 – Del pari infondato è il quinto motivo. In proposito vale bene richiamare l’orientamento di questa Corte secondo cui l’inammissibilità non è la sanzione per un vizio dell’atto diverso dalla nullità, ma la conseguenza di particolari nullità dell’appello e del ricorso per cassazione, e non è comminata in ipotesi tassative, ma si verifica ogniqualvolta – essendo l’atto inidoneo al raggiungimento del suo scopo (nel caso dell’appello, evitare il passaggio in giudicato della sentenza di primo grado) – non operi un meccanismo di sanatoria; pertanto, essendo inapplicabile all’atto di citazione di appello l’art. 164 c.p.c., comma 2, per incompatibilità – in quanto solo l’atto conforme alle prescrizioni di cui all’art. 342 c.p.c. è idoneo a impedire la decadenza dall’impugnazione e quindi il passaggio in giudicato della sentenza -l’inosservanza dell’onere di specificazione dei motivi, imposto dall’art. 342 cit., integra una nullità che determina l’inammissibilità dell’impugnazione, con conseguente effetto del passaggio in giudicato della sentenza impugnata, senza possibilità di sanatoria dell’atto a seguito di costituzione dell’appellato – in qualunque momento essa avvenga – e senza che tale effetto possa essere rimosso dalla specificazione dei motivi avvenuta in corso di causa (Cass., Sez. un., 29 gennaio 2000, n. 16; Cass., 3 giugno 2004, n. 10596; Cass., 25 luglio 2005, n. 15558).

6 – Il sesto ed il settimo motivo, da esaminarsi congiuntamente, sono inammissibili.

Come sopra evidenziato, le doglianze in esame riguardano il tema della configurabilità di un giudizio di pari responsabilità nell’ipotesi di reciproco inadempimento, tema che la Corte di appello ha esaminato nel merito, pur avendo dichiarato inammissibile, per difetto di specificità, il motivo di gravame con il quale detta questione era stata dedotta dall’appellante.

Soccorre in proposito il principio, più volte enunciato da questa Corte, secondo cui, qualora il giudice che abbia ritenuto inammissibile una domanda, o un capo di essa, o un singolo motivo di gravame, così spogliandosi della “potestas iudicandi” sul relativo merito, proceda poi comunque all’esame di quest’ultimo, è inammissibile, per difetto di interesse, il motivo di impugnazione della sentenza da lui pronunciata che ne contesti solo la motivazione, da considerarsi svolta “ad abundantiam”, su tale ultimo aspetto (Cass., Sez. un., 30 ottobre 2013, n. 24469; Cass., 19 dicembre 2014, n. 27049; Cass., 20 agosto 2015, n. 17004).

7 – L’esame dell’ultimo motivo – assorbente rispetto alla seconda censura del ricorso incidentale – non può prescindere dal giudicato formatosi, per la ragioni sopra evidenziate – in merito alla risoluzione del contratto per inadempimento di entrambe le parti, essendo stata affermata, per altro, la loro pari responsabilità.

L’intangibilità di tale aspetto, per altro, non consente di accedere a qualsiasi pretesa risarcitoria ricollegata all’inadempimento della controparte, posto che, si condivida o meno la statuizione fondata sulla risoluzione del contratto per reciproco inadempimento delle parti, la formazione del giudicato sul punto della pari responsabilità è ostativa all’accoglimento della domanda di risarcimento del danno avanzata da ognuna delle parti (Cass., 13 giugno 1977, n. 2279). In altri termini, pur considerando la suddetta statuizione distonica rispetto all’orientamento prevalente, secondo il quale in carattere unitario della colpa impone, pur in presenza di reciproci addebiti di inadempimento, di individuare il comportamento colpevole prevalente, addebitando la responsabilità esclusivamente a quel contraente che, con detto inadempimento preponderante, abbia alterato il nesso di reciprocità che lega le obbligazioni assunte con il contratto, dando causa al giustificato inadempimento dell’altra parte (Cass., 17 giugno 2013, n. 14648; Cass., 27 ottobre 2008, n. 25847; Cass. 3 gennaio 2002, n. 27), il giudicato formatosi sulla pari gravità degli inadempimenti non consente l’attribuzione, anche ai fini risarcitori, di un inadempimento colpevole, che costituisce l’elemento fondante del giudizio di responsabilità.

8 – Passando all’esame del ricorso incidentale, richiamato quanto già rilevato in relazione al secondo motivo, va osservato, quanto al primo, che la Corte di appello ha disposto la compensazione delle spese di lite in relazione alla reciproca soccombenza, laddove l’impugnazione proposta in via incidentale dall’IACP non è stata dichiarata inefficacia, bensì – senza che sul punto siano stati avanzati specifici rilievi – rigettata nel merito, richiamando, sia pure in maniera sintetica, le ragioni ìn virtù delle quali era stato affermata l’infondatezza del gravame proposto in via principale.

Correttamente, pertanto, la corte distrettuale ha fondato la propria valutazione circa la compensazione delle spese processuali sulla soccombenza reciproca delle parti, corrispondente a un criterio a tal fine predeterminato dal legislatore, la cui ricorrenza anche nel presente giudizio di legittimità consiglia analoga statuizione con riferimento alle parti che hanno svolto attività difensiva.

PQM

La Corte rigetta il ricorso principale e l’incidentale e compensa le spese processuali relative al presente giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Prima Sezione Civile, il 25 febbraio 2016.

Depositato in Cancelleria il 27 settembre 2016

Cassazione civile, sez. III, 27/01/2017, (ud. 29/11/2016, dep.27/01/2017), n. 2041

Fatto

FATTI DI CAUSA

  1. – Il Tribunale di Monza, con sentenza del maggio 2009, ritenuta la esclusiva responsabilità di B.L. e della P.M. Costruzioni s.r.l. per la causazione del sinistro stradale verificatosi il (OMISSIS), accertò che la danneggiata G.E. era stata interamente risarcita dalla Toro Assicurazioni S.p.A., compagnia assicuratrice della anzidetta società, proprietaria del veicolo investitore.
  2. – Avverso tale decisione proponeva impugnazione G.E., che la Corte di appello di Milano, con sentenza resa pubblica il 13 marzo 2012, dichiarava inammissibile ai sensi degli artt. 342 e 164 c.p.c..

2.1. – La Corte territoriale osservava che la copia notificata dell’atto di appello, in quanto carente della pagina (n. 9) relativa alle conclusioni dell’appellante, aveva reso impossibile alla Toro Assicurazione S.p.A. “la conoscenza chiara e puntuale delle richieste formulate” e, segnatamente, quanto al preteso risarcimento “per danno morale, biologico, estetico e alla vita di relazione, quantificate dall’appellante solo nella parte relativa alle conclusioni, cioè quella omessa, in Euro 15.000,00”, senza riferimento alcuno “nella parte espositiva dell’atto di citazione in appello di tale quantificazione”.

2.2. – Il giudice di appello soggiungeva che la nullità ex artt. 342 e 164 c.p.c., non poteva ritenersi sanata dalla avvenuta rinotificazione dell’appello, in quanto effettuata dalla G. tardivamente, ossia “successivamente all’udienza di trattazione collegiale e al deposito della comparsa di costituzione e risposta da parte di Toro Assicurazioni”; nè era esigibile, in quanto su “circostanza negativa”, la prova che l’appellante assumeva doversi fornire da parte della compagnia assicuratrice circa l’effettiva notifica dell’atto di appello mancante della pagina relativa alle conclusioni.

  1. – Per la cassazione di tale sentenza ha proposto ricorso G.E. sulla base di due motivi.

Non hanno svolto attività difensiva in questa sede gli intimati Toro Assicurazioni S.p.A., P.M. Costruzioni s.r.l. e B.L., quest’ultimo anche successivamente al rinnovo della notificazione del ricorso, eseguita ai sensi di rito, in forza dell’art. 143 c.p.c..

La causa è pervenuta all’udienza odierna a seguito di rinvio disposto in attesa della decisione delle Sezioni Unite sulla questione degli effetti della mancanza di pagine nella copia notificata dell’impugnazione (in cassazione), rimessa dall’ordinanza interlocutoria n. 25856 del 2015.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

  1. Con il primo mezzo è dedotta la violazione dell’art. 156 c.p.c., u.c., art. 164 c.p.c., comma 5 e art. 342 c.p.c..

La Corte territoriale avrebbe errato a dichiarare l’inammissibilità della impugnazione, giacchè questa, con la costituzione in giudizio della Toro Assicurazioni S.p.A., senza alcuna contestazione o deduzione specifica sulla preclusione/impossibilità della compiuta conoscenza dell’atto di appello e svolgendo tutte le proprie difese, avrebbe raggiunto il suo scopo.

Inoltre, il giudice di secondo grado avrebbe violato l’art. 164 c.p.c., comma 5, dichiarando l’inammissibilità del gravame nonostante avesse autorizzato, all’udienza del 23 febbraio 2011, una nuova notificazione dell’atto di appello, alla quale essa G. aveva provveduto “in termini e regolarmente”.

  1. – Con il secondo mezzo è dedotta la violazione dell’art. 137 c.p.c., comma 2.

La Corte territoriale avrebbe violato la norma sopra indicata in quanto il pubblico ufficiale notificatore aveva attestato la conformità della copia all’originale dell’atto, il quale non risultava mancante della pagina n. 9 relativa alle conclusioni, là dove, poi, la Toro Assicurazioni neppure aveva lamentato, nè comunque dimostrato che l’incompletezza dell’atto gli abbia impedito al sua compiuta conoscenza e l’esercizio del diritto di difesa.

  1. – Il primo motivo è fondato, con assorbimento dell’esame del secondo motivo.

A composizione del contrasto giurisprudenziale insorto sulla questione relativa alle conseguenze processuali derivanti dalla mancanza di una o più pagine nella copia notificata dell’atto di impugnazione, la quale abbia impedito al destinatario la piena comprensione dell’atto e, quindi, menomato il suo diritto di difesa, le Sezioni Unite civili, investite dall’ordinanza interlocutoria n. 25856 del 2015, con la sentenza n. 18121 del 14 settembre 2016, hanno enunciato il seguente principio di diritto: “la mancanza nella copia notificata del ricorso per cassazione, il cui originale risulti tempestivamente depositato, di una o più pagine non comporta l’inammissibilità del ricorso, ma costituisce vizio della notifica sanabile, con efficacia ex tunc, mediante nuova notifica di una copia integrale, su iniziativa dello stesso ricorrente o entro un termine fissato dalla Corte di cassazione, ovvero per effetto della costituzione dell’intimato, salva la possibile concessione a quest’ultimo di un termine per integrare le sue difese”.

Sebbene il principio sia stato enunciato rispetto con riferimento al ricorso per cassazione, esso riveste portata più ampia, attenendo ai rimedi impugnatori in generale e, dunque, anche all’appello, come del resto emerge chiaramente dalla stessa motivazione della citata sentenza delle Sezioni Unite (e dai precedenti giurisprudenziali ivi richiamati).

Motivazione che è calibrata sul rilievo, di ordine sistematico, per cui, “in caso di notifica di un atto di impugnazione mancante di qualche pagina (e sempre che, ovviamente, l’originale, ritualmente depositato, sia completo), non ricorre alcuna difformità dell’atto rispetto al modello legale, nè è ipotizzabile una questione di carenza dei presupposti dell’impugnazione”. Con l’ulteriore corollario che, “in caso di notifica di un atto di impugnazione mancante di qualche pagina, dalla quale sia derivato un vulnus dei diritti alla difesa e al contraddittorio”, è da ritenersi “configurabile un vizio del procedimento notificatorio e non dell’atto”, con possibilità di una sanatoria ex tunc mediante la rinnovazione della notifica ovvero per effetto della costituzione dell’intimato.

A tale principio non si è attenuta la Corte di appello di Milano, avendo dichiarato inammissibile l’appello proposto dalla G. per mancanza della pagina n. 9 dell’atto, relativa alle conclusioni, nella copia notificata, nonostante la costituzione in giudizio della convenuta Toro Assicurazioni S.p.A. (già di per sè sanante) e, finanche, della rinnovata notificazione dell’atto di gravame in corso del giudizio di appello, sebbene dopo la anzidetta costituzione della compagnia di assicurazione.

  1. – Va, dunque, accolto il primo motivo di ricorso e dichiarato assorbito il secondo motivo.

La sentenza impugnata deve essere cassata in relazione al motivo accolto e la causa rinviata alla Corte di appello di Milano, in diversa composizione, la quale, alla luce del principio di diritto enunciato al p. 3 (che precede), dovrà provvedere ad un nuovo esame dell’appello della G..

Il giudice del rinvio provvederà anche alla regolamentazione delle spese del presente giudizio di legittimità.

PQM

LA CORTE

accoglie il primo motivo e dichiara assorbito il secondo motivo del ricorso;

cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia la causa alla Corte di appello di Milano, in diversa composizione, anche per le spese del presente giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 29 novembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 27 gennaio 2017

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