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Quanto incide un’auto potente sulla dichiarazione redditi?

2 Aprile 2017
Quanto incide un’auto potente sulla dichiarazione redditi?

L’auto di grossa cilindrata consente all’Agenzia delle Entrate di presumere un reddito superiore rispetto a quello dichiarato, in quanto è elemento indicatore di capacità di spesa.

Chi compra beni di lusso come case e auto di grossa cilindrata deve poter giustificare, al fisco, da dove provengono i soldi usati per l’acquisto: trattandosi, infatti, di beni che da soli indicano una «elevata capacità di spesa», possono essere utilizzati dall’Agenzia delle Entrate come elementi di prova per procedere a un accertamento fiscale (cosiddetto «accertamento sintetico»). È quanto chiarito dalla Commissione Tributaria Regionale di Roma con una recente sentenza [1]. La pronuncia finisce per mettere in guardia tutti coloro che, innamorati delle prestazioni dei motori, si chiedono quanto incide un’auto potente sulla dichiarazione dei redditi.

Lo stesso discorso, però, può essere fatto anche per l’acquisto di una casa, anch’essa considerata bene di lusso, in grado di denunciare una elevata capacità contributiva.

Ma procediamo con ordine e vediamo quali sono i rischi ad intestarsi un’auto di grossa cilindrata.

Quando si acquistano case ed auto potenti, si accende il campanellino d’allarme dell’Agenzia delle Entrate. Ad esempio, l’auto di grossa cilindrata è indice di maggior reddito fino a prova contraria del contribuente. Prova che, quindi, anche a distanza di diversi anni, il contribuente deve essere in grado di fornire, altrimenti l’accertamento è automatico. Questo perché al fisco basta individuare gli indicatori di capacità di spesa per poter procedere a ricostruire il reddito del contribuente. Spetta invece a quest’ultimo dimostrare da dove provengono i soldi usati per intestarsi l’auto potente.

Se l’Agenzia delle Entrate si accorge che c’è qualcosa che non va nella dichiarazione dei redditi è perché ha messo sulla bilancia quanto dichiarato dal contribuente con quanto da lui acquistato: tale analisi (secondo una massima di comune esperienza, secondo cui: «tanto esce, tanto deve entrare») viene effettuata dal cosiddetto redditometro. Ebbene, se il redditometro riscontra uno scostamento di oltre il 20% tra i dati riportati nella dichiarazione dei redditi e i beni acquistati, scatta l’accertamento. L’unico modo per il contribuente di salvarsi è dimostrare che i redditi utilizzati sono esenti (e, quindi, non andavano riportati nella dichiarazione dei redditi: si pensi alla vincita al gioco) oppure regalati da terzi (si pensi alla donazione di un familiare). In entrambi i casi, però, bisognerà dimostrare tali fatti non con testimoni, ma con documentazione, preferibilmente di tipo bancario (estratti conto con la prova della tracciabilità della provenienza del denaro).

Detto ciò è facile comprendere il principio enunciato dalla Commissione tributaria capitolina: è legittimo l’accertamento con metodo sintetico se il contribuente non prova che il maggior reddito legato alle spese per l’acquisto e la gestione dell’auto di grossa cilindrata è costituito in tutto o in parte da introiti esenti o soggetti a ritenuta alla fonte a titolo d’imposta o che gli esborsi sono stati eseguiti da altri soggetti.

Anche la Cassazione è dello stesso avviso e, in passato [2], ha sostenuto che l’unico compito dell’Agenzia delle Entrate è individuare gli elementi indicatori di capacità di spesa. Spetta poi al contribuente difendersi dimostrando il contrario.

Ed è sempre la Cassazione a ricordare che «l’accertamento con metodo sintetico non impedisce al contribuente di dimostrare che il maggior reddito è costituito in tutto o in parte da redditi esenti o soggetti a ritenute alla fonte a titolo di imposta, a condizione che l’entità di tali importi e la durata del loro possesso risultino da idonea documentazione (cosa non avvenuta nel caso esaminato dalla commissione)».


note

[1] CTR Roma, sent. n. 545/17.

[2] Cass. sent. n. 21661/10.

[3] Cass. ord. n. 916/16.

Autore immagine: 123rf com


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