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Lo sai che? Tenore di vita alto: che rischi col fisco se spendi troppo?

Lo sai che? Pubblicato il 2 aprile 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 2 aprile 2017

L’Agenzia delle Entrate invia l’accertamento fiscale se il tenore di vita è molto al di sopra dei redditi dichiarati e i disinvestimenti sono insufficienti per annullare l’accertamento.

Se il tenore di vita della famiglia non è conforme ai redditi dichiarati scatta l’accertamento dell’Agenzia delle Entrate. Ci si può salvare dal fisco solo dimostrando che i soldi “in più” spesi provengono da redditi «esenti» (ossia che non vanno dichiarati come, ad esempio, le vincite di gioco o i regali) o che sono stati già tassati alla fonte. È quanto chiarito dalla Cassazione con una recente sentenza [1]. Con la pronuncia in commento, i giudici finiscono per dettare una guida sui rischi per chi spende troppo e ha un tenore di vita alto: per questi esiste un modo per contestare l’accertamento fiscale, ma è necessario che forniscano la prova della correttezza degli acquisti compiuti.

Come fa l’agenzia delle entrate a controllare chi spende troppo? Lo strumento utilizzato dal fisco per rilevare gli acquisti di valore rilevante è il redditometro. Dal confronto di quanto dichiarato con quanto speso, il maxi cervellone rileva le eventuali incongruenze, ma solo se superiore al 20%. Di qui scatta una semplice presunzione di irregolarità. Ma questa non basta, da sola, a far scattare l’accertamento. L’Agenzia delle Entrate deve chiamare il contribuente a chiarimenti, per dargli la possibilità di difendersi in via amministrativa e dimostrare di essere in regola. È quello che si chiama contraddittorio preventivo. In altre parole, al contribuente è data la possibilità della prova contraria contro il redditometro.

La possibilità concessa all’Amministrazione finanziaria di inviare ai contribuenti delle richieste informative, tramite anche questionari da compilare, sottoscrivere e restituire, è generalmente anche indicata con l’espressione «potere-questionario» del Fisco.

Questa fase preliminare, oltre ad essere necessaria (senza di essa l’accertamento è illegittimo) è anche molto importante: se, infatti, il contribuente non fornisce la documentazione richiesta non può utilizzarla in un eventuale e successivo giudizio davanti al giudice. Inoltre, nel caso di insufficienza di prove o di mancata partecipazione all’incontro scatta l’accertamento fiscale. Ma l’amministrazione finanziaria deve anche chiarire per quali ragioni ha ritenuto non sufficienti le difese dell’interessato.

Immaginiamo una famiglia che risulti intestataria di più case e auto benché i suoi membri dispongano di redditi molto più modesti rispetto alle spese sostenute. Il redditometro, in questo caso, rileva la macroscopica incongruenza tra i redditi dichiarati e il tenore di vita della famiglia. Prima però di procedere alla formale contestazione dell’accertamento fiscale vero e proprio, l’Agenzia delle Entrate chiede al contribuente di dimostrare da dove provengono i soldi spesi. Questi deve fornire la prova contraria con documentazione (non sono valide le prove testimoniali). Ad esempio, può fornire la prova che i beni sono stati acquistati con somme ottenute tramite donazione, vincite al gioco, smobilizzo di investimenti, vendita di beni (ad esempio, la vendita di un’auto di seconda mano il cui ricavato sia stato usato per comprare una nuova di valore ridotto).

Cos’è il redditometro?

Il redditometro rappresenta per l’amministrazione finanziaria uno strumento di accertamento (cosiddetto «accertamento sintetico») che si basa sulla capacità di spesa di un individuo: si parte dall’elemento certo di spesa per arrivare all’elemento da determinare che è il reddito accertato.

Ma, da solo, il redditometro non può giustificare dell’accertamento. L’accertamento si basa, in realtà, sulle insufficienti prove fornite dal contribuente nella fase del contraddittorio preventivo.

Tenore di vita elevato: che può fare l’Agenzia delle Entrate?

Nella sentenza in commento, la Corte ha ribadito il proprio pensiero in merito agli accertamenti fiscali. Per la Cassazione non è sufficiente, pertanto, la dimostrazione dell’esistenza di redditi in ipotesi derivanti dallo smobilizzo di investimenti, ma occorre anche un’indagine al fine di verificare se, sulla base degli elementi sintomatici in atti, i redditi oggetto del disinvestimento siano stati effettivamente utilizzati in funzione del mantenimento del tenore di vita.

note

[1] Cass. sent. n. n. 8043/17 del 29.03.2017.

Autore immagine: 123rf com

Corte di Cassazione, sez. Tributaria Civile, sentenza 15 novembre 2016 – 29 marzo 2017, n. 8043
Presidente Virgilio – Relatore Esposito

Svolgimento del processo

1.Con sentenza depositata l’11/4/2011 la Commissione Tributaria Regionale della Lombardia, sez. distaccata di Brescia, in riforma della sentenza di accoglimento parziale di primo grado, accolse integralmente il ricorso proposto da S.C. avverso l’accertamento dell’Agenzia delle Entrate che aveva rideterminato il reddito del ricorrente per l’anno 2001. L’accertamento era fondato sull’applicazione del redditometro, in base al quale era stata rilevata una macroscopica incongruenza tra i redditi dichiarati e il tenore di vita della famiglia, dal contribuente giustificata con l’utilizzo di somme rilevanti provenienti dallo smobilizzo di investimenti.
2. La Commissione fondava la decisione sul rilievo che le allegazioni del contribuente fossero idonee a giustificare il tenore di vita, rilevando, altresì, che con autonoma sentenza passata in giudicato era stato integralmente accolto il ricorso avverso accertamento basato sulle medesime motivazioni emesso nei confronti della sig.ra O. , moglie del ricorrente, la quale aveva fornito analoghe giustificazioni. Riteneva, pertanto, che ricorresse un’ipotesi di giudicato, essendo identici l’oggetto e le parti.
3. Avverso la sentenza ha proposto ricorso per cassazione l’Agenzia delle Entrate sulla base di quattro motivi. Resiste il contribuente con controricorso.

Motivi della decisione

1.Con il primo motivo la ricorrente deduce violazione dell’art. 2909 c.c. (ai sensi dell’art. 360 c. 1 n. 3 c.p.c.). Osserva che il giudizio instaurato dallo S. e quello introdotto dalla O. hanno ad oggetto avvisi di accertamento diversi e non riguardano le stesse parti, essendo unico elemento in comune ai due avvisi la casa di abitazione di proprietà di entrambi i coniugi. Data l’insussistenza della identità oggettiva (tra i rapporti dedotti) e soggettiva (tra le parti) la sentenza deve reputarsi viziata da violazione del disposto di cui all’art. 2909 c.c..
2) Con il secondo motivo deduce, ancora violazione dell’art. 38 co. 4 – 5 – 6 DPR n. 600/73 in relazione alle disposizioni di cui al DM del Ministero delle Finanze del 10/9/1992 e alla tabella allo stesso allegata e successive modificazioni ed integrazioni e degli artt. 2728 e 2697 c.c. (ai sensi dell’art. 360 co. 1 n. 3 c.p.c.). Rileva che il ricorso ai parametri dei cui all’art. 38 c. 4 del DPR 600/73 pone una presunzione legale, per superare la quale il contribuente dovrà dimostrare elementi di segno opposto. Nella specie, a fronte di contestazioni dell’Ufficio, basate su presunzioni di legge, il ricorrente ha opposto affermazioni generiche e prive di supporto probatorio.
3. Deduce, ancora, insufficiente motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio quale la insussistenza di idoneo supporto probatorio fornito dal contribuente per superare la presunzione legale di insufficienza dei redditi dichiarati dal contribuente al mantenimento dei beni posseduti e dal tenore di vita della famiglia (art. 360 n. 5). Rileva che la sentenza ha statuito erroneamente che le giustificazioni del contribuente sono più che sufficienti a giustificare il tenore di vita della famiglia, poiché non è stato dimostrato l’effettivo utilizzo delle somme rivenienti da disinvestimenti, né la disponibilità di risorse sufficienti a mantenere i beni indicati dall’ufficio.
4. Deduce, altresì, insufficiente motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio quale la sussistenza dei presupposti di cui all’art. 2909 c.c. ex art. 360 n. 5 c.p.c.. La motivazione sarebbe insufficiente riguardo alla presunta identità soggettiva e oggettiva concernente i due distinti giudizi incardinati dallo S. e dalla O. .
5. Possono essere trattati unitariamente il primo ed il quarto motivo di ricorso. Con gli stessi il ricorrente si duole, sotto diversi profili, perché la Commissione Tributaria Regionale avrebbe ritenuto la sussistenza del giudicato esterno con riferimento a una sentenza emessa nei confronti della moglie del contribuente, sulla base delle medesime circostanze di fatto oggetto del presente giudizio. Le censure non meritano accoglimento, giacché la decisione non sembra fondata sull’efficacia di giudicato della sentenza richiamata. Quest’ultima, infatti, è citata soltanto a conforto della ritenuta correttezza della tesi del contribuente in ordine alle giustificazioni relative alle fonti di reddito e alla idoneità delle medesime a superare la presunzione di cui all’art. 38 D.P.R. 600/1973. Tanto risulta confermato dalle ulteriori argomentazioni sulle quali si fonda la decisione, anch’esse attinenti all’adeguatezza delle giustificazioni fornite.
6. Anche i motivi secondo e terzo sono suscettibili di trattazione congiunta, posto che riguardano entrambi le condizioni atte a superare la presunzione legale di cui all’art. 38 c.4 DPR 600/73, con riferimento alle giustificazioni fornite dal contribuente. Questi ultimi sono fondati. In proposito il collegio intende dare continuità al principio già affermato da questa Corte, secondo il quale “in tema di accertamento delle imposte sui redditi, qualora l’ufficio determini sinteticamente il reddito complessivo netto in relazione alla spesa per incrementi patrimoniali, la prova documentale contraria ammessa per il contribuente dall’art. 38, sesto comma, del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, nella versione vigente “ratione tennporis”, non riguarda la sola disponibilità di redditi esenti o di redditi soggetti a ritenuta alla fonte a titolo d’imposta, ma anche l’entità di tali redditi e la durata del loro possesso, che costituiscono circostanze sintomatiche del fatto che la spesa contestata sia stata sostenuta proprio con redditi esenti o soggetti a ritenuta alla fonte a titolo d’imposta” (Cass. Sez. 5, Sentenza n. 25104 del 26/11/2014, Rv. 633514). Non è sufficiente, pertanto, la dimostrazione dell’esistenza di redditi in ipotesi derivanti dallo smobilizzo di investimenti, ma occorre anche un’indagine al fine di verificare se, sulla base degli elementi sintomatici in atti, i redditi oggetto del disinvestimento siano stati effettivamente utilizzati in funzione del mantenimento del tenore di vita. Un’indagine di tal genere non risulta essere stata compiuta e deve essere demandata ai giudici di merito.
7. La sentenza, per le ragioni indicate, deve essere cassata in accoglimento dei motivi secondo e terzo, rigettati gli altri, con rinvio alla Commissione Tributaria Regionale della Lombardia, che si atterrà ai principi enunciati, alla luce dei quali provvederà ai necessari accertamenti funzionali alla decisione e alle correlate valutazioni, provvedendo anche alla liquidazione delle spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte rigetta il primo e il quarto motivo, accoglie il secondo e il terzo. Cassa la sentenza impugnata in relazione ai motivi accolti e rinvia, anche per le spese del giudizio di legittimità, alla Commissione Tributaria Regionale della Lombardia in diversa composizione.


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