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Donazioni ricevute per riconoscenza: devo restituire tutto?

20 giugno 2017 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 20 giugno 2017



 Le donazioni remuneratorie sono soggette sia a collazione che a riduzione: pertanto, per determinare la massa da dividere, occorre sommare il relictum al donatum.

Può accadere che una persona doni a un’altra un bene senza esserne obbligata, solo per un sentimento di riconoscenza nei suoi confronti, per i suoi meriti o, ancora, per ripagarla di un servizio che le ha fatto o che ha promesso di fare. Si tratta delle cosiddette donazioni remuneratorie. Il problema che esse pongono si pone nel momento in cui si apre la successione del donante: occorre, cioè, capire se i beni oggetto di questa particolare forma di donazione devono essere considerati o meno nella massa da dividere. In parole povere, in presenza di donazione ricevute per riconoscenza, si deve restituire tutto oppure quei beni non fanno parte dell’eredità che andrà, poi, divisa? Secondo una sentenza del Tribunale di Brindisi [1], anche le donazioni remuneratorie sono soggette a collazione e a riduzione [2]. Ne consegue che, per determinare la massa da dividere, occorre sommare ai beni rimasti (il cosiddetto relictum) quelli che sono stati donati (il donatum).

La vicenda

Un uomo faceva causa a suo fratello, chiedendo la divisione giudiziale dell’eredità dei genitori, previa collazione delle donazioni effettuate in favore di quest’ultimo dalla madre che, quando era in vita, gli aveva donato un’abitazione e una quota di un altro immobile. Il fratello sosteneva che detti atti di liberalità erano dovuti ai servizi dal lui resi a vantaggio di entrambi i genitori: si trattava, cioè, di donazioni remuneratorie e – come tali – non soggette a collazione [3].

La collazione opera solo nei rapporti tra discendenti ed il coniuge superstite

Collazione: cos’è?

Quando una persona muore, per stabilire l’esatto ammontare dell’asse ereditario, sul cui importo andranno quindi calcolate le quote dei successori, occorre conteggiare non soltanto i beni presenti alla sua morte (patrimonio residuo), ma anche quelli oggetto di donazione a favore dei discendenti o del coniuge e da questi ricevuti durante la vita del donante. Per capirci, se il genitore – da vivo – ha donato al figlio una somma di denaro, il figlio, se accetta l’eredità, deve calcolare nella propria quota il valore della donazione stessa. Facciamo un esempio: Mario muore e lascia due figli, Maria e Marietto. In vita ha donato a Maria 500 euro e lascia un patrimonio di 2000 euro. Maria accetta l’eredità: dovrà imputare i 500 euro e, cioè, la donazione, alla propria quota. Quindi abbiamo: eredità complessiva = 2500 euro, 1250 euro a testa. Poiché Maria ha già ricevuto 500 euro, le spettano solo 750 euro. È questo il meccanismo alla base della collazione.

3 tipi di donazione remuneratoria: per riconoscenza, per i meriti del beneficiario, per speciale remunerazione

Donazione remuneratoria: cos’è?

Chiarito cosa si intende per collazione, diciamo ora che la tesi del fratello – secondo cui le donazioni remuneratorie non sono soggette a collazione – non è condivisibile.

Come abbiamo detto in apertura, si parla di donazione remuneratoria in riferimento a una donazione fatta da un soggetto spontaneamente e liberamente, cioè senza avere alcun obbligo, per un sentimento di riconoscenza nei confronti di un’altra persona, o in considerazione di meriti di questa o, ancora, per ripagare un servizio che una persona ha fatto o che ha promesso di fare.

Tale donazione può essere di tre tipi:

  1. la donazione fatta per riconoscenza nei confronti del beneficiario della donazione o di un membro della sua famiglia;
  2. la donazione fatta in considerazione di meriti del beneficiario della donazione: si tratta di una donazione fatta sulla base di un sentimento di ammirazione che si prova nei confronti dei meriti acquisiti da un altro soggetto, per esempio per particolari qualità di questo o per attività degne di merito che ha svolto a vantaggio dell’intera collettività, di determinate categorie di persone o anche di singoli individui (diversi da chi fa la donazione o dai suoi familiari);
  3. la cosiddetta donazione per speciale remunerazione: si tratta di quella fatta spontaneamente dal donante per un servizio resogli o promessogli dal beneficiario della donazione (ad esempio, per ricompensare l’opera gratuita prestata da un medico). Attenzione: non si deve trattare di una donazione fatta perché la legge o un obbligo morale o sociale impongono di pagare il servizio; chi la fa deve decidere spontaneamente e liberamente con la consapevolezza di non avere nessun obbligo di farlo.

Nel caso di specie, il fratello dice che, donandogli gli immobili, la madre voleva compensarlo per il servizio di assistenza morale e materiale da lui prestato agli anziani genitori.

La donazione remuneratoria è diversa dalle liberalità d’uso

Nulla impedisce certamente a un genitore, in considerazione dei servizi resi dal figlio, di fargli un dono: in questo caso si può parlare non solo di donazione remuneratoria ma potrebbe anche trattarsi di una liberalità d’uso. Nella donazione remuneratoria il donante ringrazia il donatario, devolvendogli qualcosa, senza che il valore della donazione sia proporzionato o comunque correlato al servizio reso. Quindi, se l’importo donato è proporzionale al servizio reso (par intenderci, se il figlio ha percepito quanto avrebbe percepito una badante, per offrire la medesima assistenza), si tratta di liberalità d’uso che non è assoggettabile a collazione. Se, invece, l’importo è sproporzionato rispetto al servizio reso, si tratta di una donazione remuneratoria, assoggettabile a collazione: nel nostro caso, si è verificata proprio questa ipotesi per cui le donazioni che il fratello ha ricevuto vanno sommate alla massa ereditaria rimasta e, quindi, soggette a collazione.

note

[1] Trib. Brindisi sent. n. 448 del 14.03.2017.

[2] Cass. sent. n. 20387 del 2008; Cass. sent. n. 11873 del 1993.

[3] Per il combinato disposto degli artt. 770 e 742 cod. civ.

[4] Prevista dagli artt. 553 e ss. cod. civ.

 

Fonte della sentenza: lesentenze.it

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Tribunale di Brindisi, sezione civile, in funzione del Giudice Unico dott.ssa Gabriella Del Mastro ha pronunziato la seguente

SENTENZA

nella causa civile iscritta al n. 800653/2009 R.G. avente ad oggetto “divisione ereditaria”, trattata e passata in decisione all’udienza dell’1.12.2016 con l’assegnazione dei termini di legge per il deposito di comparse conclusionali e memorie di replica

TRA

GESUE’ FRANCESCO, elettivamente domiciliato in San Pietro Vernotico presso lo studio  dell’avv.  Serena  Neglia,  dalla  quale  è  rappresentato  e  difeso  in  virtù  di

mandato a margine dell’atto di citazione

ATTORE

E

GESUE’ ANTONINO, elettivamente domiciliato in San Pietro Vernotico presso lo

studio dell’avv. Paolo Leccisi, dal quale è rappresentato e difeso in virtù di mandato a margine della comparsa di costituzione

CONVENUTO

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con atto di citazione regolarmente notificato, Gesuè Francesco citava dinanzi a questo Tribunale il germano Gesuè Antonino chiedendo la divisione giudiziale del compendio ereditario relitto da Gesuè Cosimo e Martina Vincenza, previa collazione delle donazioni effettuate in favore del convenuto dalla madre.

Si costituiva in giudizio Gesuè Antonino, chiedendo il rigetto della domanda attrice.

La causa veniva istruita mediante interrogatorio formale del convenuto, prova testimoniale e consulenza tecnica d’ufficio.

All’udienza dell’1.12.2016 la causa, previa precisazione delle conclusioni come da relativo verbale in atti, veniva riservata in decisione con l’assegnazione dei termini di legge per il deposito di comparse conclusionali e memorie di replica.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Preliminarmente deve essere  disattesa la eccezione di inammissibilità della domanda di divisione formulata dal convenuto in conseguenza della mancata proposizione, da parte dell’attore, dell’autonoma e pregiudiziale domanda di riduzione delle donazioni per lesione della legittima.

Nel caso in cui il legittimario è chiamato all’eredità alla successione ab intestato sul relictum, egli non ha bisogno alcuno, per ottenere quanto riservatogli, di ricorrere all’azione di riduzione delle donazioni eseguite in vita dal de cuis. L’esistenza, infatti, di un relictum esclude la necessità dell’esperimento dell’azione di riduzione delle donazioni, essendo sufficiente, al fine di tutelare la quota di spettanza, che il legittimario proponga la domanda di divisione con collazione.

Nel caso di divisione tra legittimari e in assenza di dispensa dalla collazione contenuta nella donazione fatta in vita dal de cuius, l’istituto della collazione è idoneo ad assicurare la parità di trattamento tra i vari condividenti mediante la sommatoria del relictum e del donatum al momento dell’apertura della successione e ciò sul presupposto che il de cuius, facendo in vita una donazione in favore di uno dei futuri coeredi, abbia inteso solo anticipargli tutto o parte della sua eredità di guisa che, all’atto di successione, il bene donato deve essere considerato come un acconto, se non addirittura come il saldo della quota ereditaria.

L’obbligo della collazione sorge automaticamente a seguito dell’apertura della successione (salva l’espressa dispensa da parte del de cuius nei limiti in cui sia valida) e i beni donati devono essere conferiti  indipendentemente da  una  espressa  domanda  dei condividenti, essendo sufficiente a tal fine la domanda di divisione e la menzione in essa della esistenza di determinati beni, facenti parte dell’asse ereditario da ricostruire, quali oggetto di pregressa donazione.

Nel caso di specie, non era dunque necessaria (e difatti non è stata proposta) la domanda di riduzione delle donazioni fatte dalla madre in favore del convenuto poiché: 1) all’eredità concorrono solo i due fratelli legittimari e non altri eredi; 2) il donatario non era dispensato dalla collazione; 3) esiste un relictum da dividere.

Ed invero, alla morte di Gesuè Cosimo la massa ereditaria era costituita dalla metà della proprietà dell’immobile sito in Torchiarolo alla via Colombo 37 p.t. (nel NCEU al foglio 29, p.lla 473 cat. A/3) e da tre terreni siti in agro di Cellino San Marco, S.P. 79 (distinti nel  NCT al foglio 5, p.lle 99, 111 e 115). Alla morte di Martina Vincenza, oltre ad un relictum costituito da 1/3 dei tre terreni prima menzionati, vi era anche un donatum costituito da un’abitazione sita in Cellino San Marco alla via San Marco 30 (nel NCEU al foglio 26, p.lla 21 e 23 sub 4) e da una quota pari a 4/6 dell’immobile sito in Torchiarolo alla via Cristoforo Colombo n. 37 (nel NCEU al foglio 29 p.lla 473).

Quanto alla collazione,  pacifica la mancanza negli atti di donazione del 6/9/2000 e del 14/3/2001 della dispensa dalla collazione, il convenuto deduce che detti atti di liberalità sono stati posti in essere dalla Martina Vincenza in favore del figlio Antonino per i servizi resi da  quest’ultimo  a  vantaggio  di  entrambi  i  genitori sicchè  si  è  in presenza  di  donazioni remuneratorie e come tali non soggette a collazione per il combinato disposto degli artt. 770 e 742 c.c.

Pur condividendo la qualificazione degli atti in questione come donazioni remuneratorie (in quanto caratterizzate dalla volontà della donante di compensare il figlio per il servizio di assistenza morale e materiale prestato agli anziani genitori come si evince dalla volontà di “fare cosa grata” espressa nei citati atti), vi è tuttavia che le donazione remuneratorie si sottraggono alla disciplina generale delle donazioni solo per quel che concerne il regime della revocabilità e l’obbligo degli alimenti e che devono invece ritenersi anch’esse soggette sia a collazione che a riduzione (Cass. n.20387/2008; Cass. n.11873/1993).

Ne consegue che ai fini della determinazione della massa da dividere occorre sommare al relictum il donatum.

Orbene, sulla scorta delle condivisibili conclusioni del ctu, l’asse ereditario è dunque composto da: immobile sito in Cellino San Marco alla via San Marco 30;  immobile ubicato in Torchiarolo alla via C. Colombo n.37; terreni in agro di Cellino San Marco S.P. 79, c.da Persano.

L’attore ha dedotto la esistenza di certificati di deposito, buoni del tesoro e di un libretto di deposito a risparmio di cui erano cointestati i coniugi Gesuè-Martina, ma siffatta allegazione è rimasta priva di riscontro probatorio. Né l’attore può supplire alla mancanza di prova invocando l’ordine di esibizione atteso che l’esibizione di documenti non può essere chiesta a fini meramente esplorativi e rispetto a documenti dei quali non è certa la esistenza.

Ciò detto in ordine alla consistenza della massa ereditaria, il ctu ha accertato che l’immobile di  via  San  Marco  n.30  non  è  regolare  dal  punto  di  vista  urbanistico  poiché  presenta difformità rispetto alla planimetria catastale datata 16.4.1952.

Orbene, la difformità dello stato dei luoghi rispetto alla planimetria depositata al catasto non è di ostacolo alla divisione giudiziale della comunione ereditaria, dovendosi le divisioni ereditarie annoverare tra gli atti mortis causa: trattasi invero dell’atto conclusivo della vicenda successoria e quindi di atto che partecipa alla medesima ratio che ha indotto il legislatore dall’escludere gli atti mortis causa dall’ambito di applicazione della disciplina della conformità catastale introdotta dalla legge n.122/2010.

Venendo alle modalità della divisione, il Tribunale ritiene assolutamente condivisibile il progetto divisionale predisposto dal ctu in quanto basato su un attento esame dello stato dei luoghi, su un accurato studio della documentazione in atti, su valutazioni immuni da vizi logico-giuridici e in quanto rispondente alla reale situazione fattuale che vede il convenuto nel possesso dell’immobile di Cellino San Marco.

Conseguentemente, l’asse ereditario deve essere diviso mediante attribuzione a:

Gesuè Antonino della piena proprietà dell’immobile situato in Cellino San Marco alla via San Marco 30 (nel NCEU al foglio 26, p.lla 21 e 23 sub 4) e del terreno sito in Cellino San Marco, c.da Persano, S.P. 79 (nel NCT al foglio 5, p.lla 99 di ha 00.73.25);

Gesuè Francesco della piena proprietà dell’abitazione situata in Torchiarolo, località San Gennaro, alla via C. Colombo n.37 (nel NCEU al foglio 29, p.lla 473) e del terreno situato in Cellino San Marco, c.da Persano, S.P. 79 (nel NCT al foglio 5, p.lla 111 di ha 00.40.65 e p.lla 115 di ha 00.32.60).

Gesuè Antonino è tenuto a versare a Gesuè Francesco la somma di euro 2.770,00 a titolo di conguaglio.

Detta somma, determinata con riferimento al valore dei beni al momento dell’espletamento della ctu, deve essere maggiorata dell’indice di svalutazione monetaria sopraggiunta dalla data dell’accertamento a quello della pronuncia della sentenza, trattandosi di un debito di valore (cfr. Cass. n.3288/99; Cass. n.4910/98).

Ai sensi degli artt. 2643 e 2651 c.c., la presente sentenza deve essere resa pubblica col mezzo della trascrizione.

Quanto alle spese di lite, queste seguono la soccombenza e vengono liquidate come da dispositivo, ad esclusione di quelle di ctu, le quali, in quanto effettuate nell’interesse comune, vengono poste a carico delle parti nella misura del 50% ciascuna.

P.Q.M.

Il Tribunale di Brindisi, sezione civile, nella persona del Giudice unico di primo grado dott. Gabriella Del Mastro, definitivamente pronunciando sulla domanda proposta da Gesuè Francesco nei confronti di Gesuè Antonino, così provvede:

  1. previa collazione delle donazioni fatte in vita da Martina Vincenza in favore del convenuto, dichiara che l’asse ereditario relitto da Gesuè Cosimo e Martina Vincenza è costituito dall’immobile sito in Cellino San Marco alla via San Marco 30; dall’immobile ubicato in Torchiarolo alla via C. Colombo n.37; dai terreni in agro di Cellino San Marco S.P. 79, c.da Persano;
  1. dichiara sciolta la comunione dei beni ereditari dei defunti Gesuè Cosimo e Martina Vincenza  mediante  attribuzione:  a  Gesuè  Antonino  della  piena  proprietà  dell’immobile situato in Cellino San Marco alla via San Marco 30 (nel NCEU al foglio 26, p.lla 21 e 23 sub 4) e del terreno sito in Cellino San Marco, c.da Persano, S.P. 79 (nel NCT al foglio 5, p.lla 99 di ha 00.73.25); a Gesuè Francesco della piena proprietà dell’abitazione situata in Torchiarolo, località San Gennaro, alla via C. Colombo n.37 (nel NCEU al foglio 29, p.lla 473) e del terreno situato in Cellino San Marco, c.da Persano, S.P. 79 (nel NCT al foglio 5, p.lla 111 di ha 00.40.65 e p.lla 115 di ha 00.32.60);
  1. per effetto  dell’attribuzione,  dichiara  che  la  piena  proprietà  dell’immobile  situato  in Cellino San Marco alla via San Marco 30 (nel NCEU al foglio 26, p.lla 21 e 23 sub 4) e del terreno sito in Cellino San Marco, c.da Persano, S.P. 79 (nel NCT al foglio 5, p.lla 99 di ha 00.73.25) si appartiene a Gesuè Antonino; che la piena proprietà dell’abitazione situata in Torchiarolo, località San Gennaro, alla via C. Colombo n.37 (nel NCEU al foglio 29, p.lla 473) e del terreno situato in Cellino San Marco, c.da Persano, S.P. 79 (nel NCT al foglio 5, p.lla 111 di ha 00.40.65 e p.lla 115 di ha 00.32.60) si appartiene a Gesuè Francesco;
  1. fa obbligo a Gesuè Antonino di versare all’attore, a titolo di conguaglio, la somma di € 2.770,00, oltre rivalutazione dal 24.6.2013 (data di deposito della relazione peritale) alla data di pronuncia della presente sentenza;
  1. ordina la trascrizione della presente sentenza nei registri immobiliari in corso, esonerando il competente Conservatore da ogni responsabilità;
  1. condanna il convenuto al pagamento in favore dell’attore delle spese di lite liquidate in complessivi euro 4.400,00, di cui euro 400,00 per spese, euro 4.000,00 per compensi, oltre spese generali, IVA e CPA come per legge;
  2. pone in via definitiva le spese di ctu –liquidate come in atti- a carico di parte attrice e parte convenuta nella misura del 50% ciascuna.

Brindisi, 14 marzo 2017                          

 

Il Giudice

(dott. Gabriella Del Mastro)

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