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Lo sai che? Abito da sposa, se non sta bene bisogna pagarlo?

Lo sai che? Pubblicato il 3 aprile 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 3 aprile 2017

Solo dimostrando, in modo preciso, la difformità dell’abito da sposa rispetto alle modifiche richieste è possibile evitare di pagare il prezzo.

Anche se non sta bene come sperato, l’abito da sposa prima provato, poi accettato e su cui la cliente abbia commissionato delle modifiche sostanziali va saldato fino all’ultimo centesimo. Salvo riuscire a dimostrare le difformità del risultato finale rispetto a quanto all’origine pattuito dalle parti. A dirlo è la Cassazione con una recente sentenza [1] che entra nel campo minato della concorrenza tra gli atelier per le grandi occasioni: tra spose alla ricerca dell’abito dei sogni e maison disposte a qualsiasi tipo di “corteggiamento” pur di accaparrarsi la cliente, è giocoforza tentare qualsiasi modifica sull’abito pur di venire incontro ai gusti (spesso difficili e intransigenti) della futura sposa. Ma cosa succede se poi l’abito non sta bene per come ci si era aspettato? Bisogna pagare ugualmente il prezzo? E come dimostrare che «non sta bene»?

È proprio su quest’ultimo punto che si sofferma la Suprema Corte: dire «non mi sta bene» è troppo generico e non si può considerare una prova in senso processuale. Bisogna invece essere in grado di documentare, con rigore quasi scientifico, quali siano i difetti sartoriali riscontrati.

«La gonna è dritta e non cade come nella foto che avevo mostrato alle stiliste»; «le spalline sono troppo sottili»; «la linea è troppo classica»: sono state queste le contestazioni di una ragazza che, dopo aver commissionato alcune correzioni all’abito da sposa visto sul catalogo, non era rimasta poi contenta del risultato. Eccezioni troppo vaghe e generiche, non almeno da portare in un’aula di tribunale, hanno risposto i giudici della Cassazione. Si tratta, infatti, di contestazioni difficilmente dimostrabili, soprattutto perché coinvolgono il gusto personale. Il tribunale deve poter valutare l’esecuzione dell’opera (nella specie si parla di contratto di appalto) sulla base di un criterio oggettivo e non soggettivo. Per risolvere il problema e ancorare la valutazione dei magistrati a qualcosa di certo sarebbe opportuno, prima dell’intervento sartoriale, che le parti specifichino per iscritto le opere da eseguire nel modo più dettagliato possibile, eventualmente ricorrendo all’uso di disegni. Inutile, in questo caso, il ricorso ai testimoni.

note

[1] Cass. sent. n. 8509/17 del 31.03.2017.


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