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Celiachia: i diritti degli intolleranti al glutine

8 aprile 2017


Celiachia: i diritti degli intolleranti al glutine

> Diritto e Fisco Pubblicato il 8 aprile 2017



Celiaci: spetta l’invalidità ai sensi della legge 104 del 1992 e le detrazioni fiscali sull’acquisto degli alimenti senza glutine?  

Spesso la celiachia viene sentita, da chi ne è affetto, come una vera e propria malattia invalidante. Ma il celiaco può dirsi davvero «invalido» ai sensi di legge? La questione non è di poco conto atteso che, da tale qualificazione, possono derivare una serie di agevolazioni fiscali e, soprattutto, i benefici previsti dalla legge 104 del 1992. Cerchiamo quindi di vedere cosa garantisce la normativa attuale in materia di celiachia e i diritti degli intolleranti al glutine.

 

I diritti dei celiaci 

Soffro di celiachia: posso avere i benefici della famosa legge 104 per i portatori di handicap?

La legge 104 individua come beneficiari delle agevolazioni previste dalla legge 104 i portatori di handicap ossia coloro che presentano una minorazione fisica, psichica o sensoriale, stabilizzata o progressiva, che è causa di difficoltà di apprendimento, di relazione o di integrazione lavorativa, e tale da determinare un processo di svantaggio sociale o di emarginazione. La stessa legge dispone che gli accertamenti relativi alla minorazione, alle difficoltà, alla necessità dell’intervento assistenziale permanente e alla capacità complessiva individuale residua, sono effettuati dalle Unità sanitarie locali mediante le commissioni mediche. Quindi, il giudizio sullo stato del malato colpito dalla patologia non può essere dato a priori ma compete, caso per caso, alla suddetta commissione medica dell’Asl. In ogni caso, non risulta che vi siano casi di riconoscimento della suddetta inabilità in presenza di patologie come la celiachia.

È possibile scaricare dalle tasse gli alimenti necessari a chi soffre di celiachia?

La legge non prevede specifiche agevolazioni fiscali per chi presenta una permanente intolleranza al glutine: non sono quindi previste detrazioni fiscali per la spesa sostenuta per l’acquisto di alimenti per le persone affette dal morbo celiaco.

Come abbiamo però detto nell’articolo Celiachia, agevolazioni sugli alimenti, una legge del 2005 [1] riconosce una sorta di «bonus acquisti» per determinate categorie di malati ed entro specifici limiti di spesa. In particolare i limiti di spesa mensile sono i seguenti:

  • pazienti con età da sei mesi ad un anno: euro 45,00 indipendentemente dal sesso;
  • pazienti con età fino a tre anni e mezzo: euro 62,00 indipendentemente dal sesso;
  • pazienti con età fino a dieci anni: euro 94,00 indipendentemente dal sesso;
  • pazienti adulti: euro 140,00 per gli uomini, euro 99,00 per le donne.

Il paziente deve essere in possesso di:

  • una certificazione medica rilasciata da struttura pubblica che attesti la presenza della malattia celiaca;
  • una autorizzazione della competente Asl ad usufruire in modo gratuito della erogazione dei cibi.

In ogni caso, un decreto ministeriale del 2001 [3] ha aggiornato i criteri per l’erogazione a carico del servizio sanitario nazionale di tali prodotti e ha definito il fabbisogno calorico dei celiaci e il relativo tetto di spesa per la sua copertura con prodotti dietetici senza glutine, tenendo conto della parte che gli stessi devono avere nell’ambito di una dieta adeguata. Spetta alle Regioni individuare le modalità di erogazione dei prodotti dietetici senza glutine più idonei a garantire un’adeguata assistenza e, nello stesso tempo, un’ottimizzazione dei costi. Pertanto è consigliabile verificare presso il servizio sanitario della propria regione se sia stato riconosciuto il diritto all’erogazione gratuita di prodotti dietoterapeutici senza glutine, così come avviene in alcune regioni d’Italia come, ad esempio, Emilia Romagna, Lombardia, Piemonte.

Un affetto da celiachia può ottenere la conversione del contratto di lavoro da full-time a part-time?

La legge dà diritto al passaggio a un orario a tempo parziale solamente nel caso di lavoratori affetti da patologie oncologiche. Se i contratti collettivi (nazionali o aziendali) non dispongono nulla, a fronte di un rifiuto del datore di lavoro vi è ben poco da fare, se non proporre al datore una trasformazione del lavoro da full time a tempo parziale rispetto alla quale sia prevista una data di scadenza (per esempio, tre mesi), così da consentire al lavoratore di gestire le terapie opportune senza incidere troppo sull’organizzazione del lavoro. Ciò comporterebbe per l’azienda un risparmio sul costo del lavoro, dato che la fissazione di un orario a tempo parziale comporta una riduzione dei costi retributivi e contributivi.

note

[1] Legge n. 123/2005.

[2] D. Min. Sanità del 04.05.2006.

[3] Decreto Min. 8 giugno 2001 «Assistenza sanitaria integrativa relativa ai prodotti destinati a una alimentazione particolare».

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