HOME Articoli

Lo sai che? Litigio sul lavoro con colleghi e capo, cosa si rischia

Lo sai che? Pubblicato il 5 aprile 2017

Articolo di




> Lo sai che? Pubblicato il 5 aprile 2017

Nel caso di litigio coi colleghi bisogna vedere chi ha iniziato prima, mentre lo sfogo contro il capo è ammesso solo se il lavoratore è esasperato.

Sul lavoro è facile perdere la pazienza: ma sia che ciò avvenga con i colleghi che con il capo è facile passare dalla semplice sanzione disciplinare al licenziamento. A chiarire come stanno le cose è la Cassazione con due recenti sentenze che affrontano appunto il problema dei litigi sul lavoro.

Litigio e violenza tra colleghi

Nel caso di litigio verbale con i colleghi di lavoro, sfociato poi in una vera e propria scazzottata, la responsabilità è di chi, per primo, è passato dalle parole alle mani. Secondo la Cassazione [1], la giusta causa del licenziamento per chi ha litigato con i colleghi può essere stabilita solo una volta accertato chi ha iniziato per primo, in quanto «una cosa è passare alle vie di fatto per difendersi dall’aggressione fisica subita dall’antagonista, altro è farlo per aggredire l’altro fisicamente».

Attaccar briga con un collega non è tanto grave quanto passare alle vie di fatto per mera difesa: in tali casi, non sussiste il licenziamento del dipendente che per difendersi dall’aggressione subita da un altro lavoratore lo colpisce, provocandone lesioni personali.

Rispostaccia al capo

Lo sfogo con il capo è ammissibile solo in un clima di forti tensioni aziendali, se il lavoratore è esasperato e se sono in atto delle contestazioni. Diversamente, negli altri casi, può scattare il licenziamento per la rispostaccia data dal dipendente al datore di lavoro. Secondo la Cassazione [2], non c’è giustificazione per chi inveisce nei confronti dei vertici aziendali con frasi minacciose. Oltre alle possibili implicazioni penali, c’è anche la perdita del lavoro.

note

[1] Cass. sent. n. 8710/17 del 4.04.2017.

[2] Cass. sent. n. 8815/17 del 5.04.2017.

Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 15 dicembre 2016 – 4 aprile 2017, n. 8710
Presidente Nobile – Relatore De Marinis

Svolgimento del processo

Con sentenza dell’8 luglio 2014, la Corte d’Appello di Firenze, investita, quale giudice di rinvio, del giudizio promosso da A.M. nei confronti della Esselunga S.p.A. confermava la decisione resa dal Tribunale di Firenze e accoglieva la domanda proposta con il ricorso introduttivo avente ad oggetto la declaratoria di illegittimità del licenziamento disciplinare intimatogli per essere passato alle vie di fatto nel corso di un violento alterco con un collega avvenuto nella cella frigorifera del reparto macelleria ed aver cagionato al medesimo lesioni personali.
La decisione della Corte territoriale discende dall’aver questa ritenuto non provato l’addebito contestato, in difetto di qualsiasi elemento istruttorio che consenta di attribuire all’A. la responsabilità del litigio e l’iniziativa dello sbocco violento dello stesso e, pertanto, sproporzionata la sanzione irrogata.
Per la cassazione di tale decisione ricorre la Società, affidando l’impugnazione a due motivi, poi illustrati con memoria, cui resiste, con controricorso l’A. .

Motivi della decisione

Con il primo motivo, la Società ricorrente, nel denunciare la violazione e falsa applicazione dell’art. 384, comma 2, c.p.c., lamenta a carico della Corte territoriale lo scostamento dal principio di diritto enunciato da questa Corte nel giudizio rescindente, a motivo della conclusione raggiunta, per cui gli elementi istruttori non avrebbero consentito “di tenere per certo che l’A. abbia dato corso alla lite” né di attribuire alla stesso – “l’inizio della lite od un suo atteggiamento intimidatorio”, contrastante con il conseguito accertamento del fatto, a suo dire, indicato nella pronunzia di questa Corte, come dirimente, dato dal “consensuale passaggio alle vie di fatto”.
Il secondo motivo, rubricato con riferimento alla violazione e falsa applicazione degli artt. 1175, 1362, 1363. 1365, 1366, 1375, 1455, 2104, 2105, 2106, e 2119 c.c., degli artt. 212, 217 e 221 del CCNL di settore, è volto ad evidenziare l’incongruità logica e giuridica del giudizio espresso dalla Corte territoriale in ordine alla ricorrenza nella specie dell’invocata giusta causa di recesso, per risultare questo inficiato dall’inesatta individuazione, quanto alla sua estensione ed alla sua reale portata, del parametro di valutazione in relazione al quale andava considerata la sussumibilità della condotta in concreto addebitata al lavoratore.
I due motivi, che, in quanto strettamente connessi, possono essere qui trattati congiuntamente, devono ritenersi infondati.
A riguardo va osservato come la censurata disapplicazione del principio di diritto enunciato da questa Corte in sede di giudizio rescindente sia frutto di una a manipolazione del dictum di questa Corte, operata facendo riferimento ad un inciso di cui al penultimo capoverso della pag. 4 della sentenza di questa Corte, ove si legge “La Corte territoriale…onde stabilire se vi fu consensuale passaggio alle vie di fatto o difesa dall‘altrui aggressione…”, e non al passo della motivazione ove effettivamente questa Corte così indica l’elemento dirimente ai fini del giudizio in ordine alla ricorrenza nella specie della giusta causa di licenziamento “È evidente che, contrariamente a quel che afferma la Corte fiorentina, l’elemento – che la Corte stessa riferisce essere sfornito di prova – relativo alle modalità con le quali ha avuto inizio il contrasto fisico tra i due lavoratori è di fondamentale importanza al fine di stabilire la ricorrenza, in concreto, degli elementi della giusta causa, in quanto, altro è passare alle vie di fatto per difendersi dall’aggressione fisica subita dall’antagonista, altro è farlo per aggredire l’altro fisicamente”.
È palese la differenza tra i due enunciati ed è altrettanto palese, sotto il profilo logico, come la proposizione rilevante ai nostri fini sia quella per cui l’accertamento da compiere fosse quello della riferibilità al lavoratore licenziato dell’iniziativa del passaggio alle vie di fatto e non certo quello dell’accettazione della mera possibilità che, in relazione alla situazione, quel passaggio potesse verificarsi, come presupporrebbe il riferimento alla proposizione strumentalmente richiamata dalla Società ricorrente.
A questa stregua, alcuno scostamento dal principio di diritto di cui alla sentenza di questa Corte può essere addebitato alla Corte territoriale, la cui motivazione appare pertanto immune dai vizi logici e giuridici denunciati con il secondo motivo, atteso che avendo la Corte territoriale, in difformità da quanto richiesto da questa Corte, potuto accertare solo “il consensuale passaggio alle vie di liuto” e non “di tenere per certo che l’A. abbia dato corso alla lite” né di attribuire alla stesso “l’inizio della lite od un suo atteggiamento intimidatorio”, non poteva che concludere, sotto il profilo della proporzionalità della sanzione irrogata alla condotta quale giudizialmente accertata, nel senso dell’insussistenza dell’invocata giusta causa di recesso.
Il ricorso va dunque rigettato.
Le spese seguono la soccombenza e sono liquidate come da dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna parte ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità, che liquida in Euro 100,00 per esborsi ed Euro 4.000,00 per compensi, oltre spese generali al 15% ed altri accessori di legge.
Ai sensi dell’art. 13, comma 1 quater del d.P.R. n. 115 del 2002, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1 bis dello stesso art. 13.


Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 15 dicembre 2016 – 5 aprile 2017, n. 8815
Presidente Nobile – Relatore Spena

Fatti di causa

Con ricorso al Tribunale di Milano del 27.6.2012 P. F., già dipendente di Poste Italiane spa, impugnava il licenziamento disciplinare con preavviso intimatogli in data 5 maggio 2010 per essersi presentato presso la sede di lavoro il giorno 11 febbraio 2010 – in cui era sospeso dal servizio in esecuzione di una sanzione disciplinare- ed avere inveito nei confronti del capo reparto e del capo turno con minacce («tu non vedrai più tuo figlio, tu tua moglie, tu la tua famiglia») tanto da rendere necessario l’intervento dei Carabinieri.
Il giudice del lavoro rigettava la domanda ( sentenza del 24 gennaio 2013 nr. 5428).
La Corte di Appello di Milano, con sentenza dell’1.4-4.6.2014 (nr. 348/2014), rigettava l’appello del lavoratore.
La Corte territoriale precisava che le censure mosse alla sentenza di primo grado si riferivano alla valutazione da parte del Tribunale della proporzionalità della sanzione disciplinare.
La gravità dei fatti non era tuttavia contestabile, attesi il tenore delle frasi profferite nei confronti del caporeparto e del capoturno e la necessità di chiamare i Carabinieri nonché i precedenti specifici, espressamente contestati.
Sotto il profilo soggettivo, le scuse rese dal lavoratore una volta giunti i carabinieri non elidevano la gravità del fatto.
La mancanza di intenzionalità era poco compatibile con la sua dinamica dell’accaduto.
I rilievi contenuti nella relazione medico legale di parte circa le condizioni di salute del F. apparivano poco attendibili, in quanto predisposti nell’ottica difensiva mentre le certificazioni mediche precedenti alla contestazione disciplinare (come quelle successive) non evidenziavano segni particolari di aggressività.
Per la cassazione della sentenza ha proposto ricorso P. F., articolando tre motivi.
Ha resistito con controricorso la società Poste Italiane.
Le parti hanno depositato memoria.

Ragioni della decisione

Si dà atto preliminarmente che il Collegio ha autorizzato l’estensore a redigere motivazione semplificata.
1. Con il primo motivo il lavoratore ricorrente ha dedotto omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio.
Con la censura si denunzia l’ accertamento – ai fini del giudizio di proporzionalità – della gravità oggettiva della condotta, assumendosi che la Corte territoriale aveva trascurato di verificare la serietà della minaccia e di considerare che la prestazione lavorativa non era in corso e che i carabinieri erano intervenuti ad episodio già concluso .
2. Con il secondo motivo il ricorrente ha denunziato la violazione dell’articolo 2106 cc.
Il motivo investe il giudizio sulla intenzionalità del comportamento.
Il ricorrente ha lamentato che il giudice del merito aveva tenuto conto di precedenti disciplinari privi di definitività, in quanto giudizialmente impugnati ; ha altresì dedotto che la assenza dal lavoro nei precedenti dieci giorni non escludeva un quadro patologico stabilizzato, che la circostanza dell’essersi presentato sul luogo di lavoro era priva di rilievo, che i giudizi espressi in sentenza erano sforniti di riscontri materiali.
3. Con il terzo motivo il ricorrente ha lamentato violazione degli articoli 428, 2046, 2106 cod.civ. e 3 L. 604/1966 nonché insufficiente e parzialmente omessa motivazione.
Ha censurato il giudizio di proporzionalità della sanzione nella parte in cui escludeva la denunziata incapacità di intendere e di volere al momento dei fatti.
Ha dedotto l’omesso esame delle seguenti circostanze:
– La sua condizione di invalido civile al 50% per «sindrome comiziale in soggetto con pregresse lacero contusioni cerebrali multiple»;
– Il parere medico legale depositato, che attestava la sua vulnerabilità psichica correlata alle condizioni di lavoro, definite in termini di mobbing;
– lo stress lavorativo derivante dai turni di lavoro, che gli impedivano la regolare assunzione dei farmaci e dalle reiterate contestazioni e sanzioni disciplinari, per lo più non proporzionate agli addebiti.
Ha lamentato la mancata ammissione della prova per testi e della CTU .
I motivi, che possono essere congiuntamente trattati, non superano il preliminare vaglio di ammissibilità.
Le censure investono tutte l’accertamento dei fatti operato dal giudice del merito: con il primo motivo in punto di gravità della condotta materiale ( serietà ed offensività della minaccia), con il secondo motivo in punto di elemento soggettivo dell’agente (intenzionalità), con il terzo motivo quanto alla esclusione della incapacità naturale.
Si discute, dunque, non già della applicazione delle norme giuridiche, nonostante la qualificazione esposta nel secondo e nel terzo motivo di ricorso ma della ricostruzione del fatto materiale da parte del giudice del merito, sindacabile nella sede di legittimità soltanto ai sensi e nei limiti di cui all’articolo 360 co. 5 cod.proc.civ.
Nel presente giudizio trova applicazione ratione temporis (ai sensi dell’articolo 54 co.2 D.L. 83/2012) l’articolo 348 ter c.p.c., commi 4 e 5, applicabile ai giudizi di appello introdotti con ricorso depositato dall’I 1 settembre 2012 (la sentenza di primo grado è stata pubblicata in data 24.1.2013).
A tenore della citata disposizione allorquando la sentenza d’appello conferma la decisione di primo grado per le stesse ragioni inerenti alle questioni di fatto il ricorso per Cassazione può essere proposto esclusivamente per i motivi di cui ai numeri 1-2-3 e 4 del primo comma dell’articolo 360; il vizio di motivazione non è dunque deducibile in caso di impugnativa di pronuncia cd. doppia conforme, come nella presente vicenda processuale.
I vizi denunziati, attenendo tutti all’accertamento di fatto, incorrono nella suddetta preclusione.
Le spese seguono la soccombenza.
Trattandosi di giudizio instaurato successivamente al 30 gennaio 2013 sussistono le condizioni per dare atto- ai sensi dell’art. 1 co 17 L. 228/2012 ( che ha aggiunto il comma 1 quater all’art. 13 D.P.R. 115/2002) – della sussistenza dell’obbligo di versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la impugnazione integralmente rigettata.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso.
Condanna parte ricorrente al pagamento delle spese, che liquida in Euro 100 per spese ed Euro 3.500 per compensi professionali ,oltre spese generali al 15% ed accessori di legge.
Ai sensi dell’art. 13 co. 1 quater del D.P.R. 115 del 2002 dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma del comma 1 bis dello stesso articolo 13.


Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter:
Informativa sulla privacy

ARTICOLI CORRELATI

1 Commento

  1. sono una guardia giurata ho avuto una discussione verbale con un capo servizio,in questa discussione erano presenti due testimoni(colleghi).nella discussione sono uscite alcune frasi minacciose nei riguardi del caposervizio.non siamo arrivati alle vie di fatto,ne l’ho minacciato con arma,solo ripeto alcune minacce verbali.il collega mi ha denunciato.l’ispettore di polizia del posto il giorno dopo mi chiama a telefono dicendomi di recare al commisariato del posto.arrivato sul posto mi dice che mi deve ritirare il mio decreto e porto di pistola.perche mi dice che è arrivata una comunicazione dalla questura di foggia per il ritiro delle armi e dei miei titoli di guardia giurata.adesso sono due mesi che non lavoro.sono 28 anni che lavoro come guardia giurata è possibile che una discussione tra due colleghi senza che si arrivi alle vie di fatto possa portare a una decisione del genere.per favore datemi un consiglio

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI