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Lo sai che? Alzheimer: Rsa e Comune non possono esigere alcuna retta

Lo sai che? Pubblicato il 7 aprile 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 7 aprile 2017

Nonostante le pronunce della Cassazione e dei Tribunali nazionali, Comuni e Rsa continuano a chiedere – illegittimamente – ai pazienti e ai loro familiari il pagamento di una quota della retta di ricovero in relazione al reddito Isee.

Il tema della gratuità delle cure per i malati di Alzheimer o con patologie degenerative croniche è un argomento reso, purtroppo, ogni giorno molto attuale dalla realtà.

Ci eravamo già occupati della questione in un precedente approfondimento (leggi Chi deve pagare le cure dell’Alzheimer), ma le problematiche quotidiane dei pazienti e delle loro famiglie ci spingono a tornare sull’argomento.

Il nostro sistema sanitario, gratuito e talvolta eccellente nella cura delle emergenze e delle cure riabilitative, scarica troppo spesso sulle spalle dei malati e delle loro famiglie il peso dell’anzianità e della disabilità cronica.

È noto e pacifico che la retta della Rsa sia composta da una quota sanitaria e da una alberghiera: nel caso di riconoscimento del diritto d’ingresso dell’assistito in Rsa, la quota sanitaria è a carico del Ssn, mentre la quota alberghiera è sottoposta ad una partecipazione economica dell’assistito e della sua famiglia in base al reddito Isee.

La gratuità delle prestazioni in casa di cura dipende dal reddito Isee dell’assistito e dei parenti in linea retta di primo grado, sommando la pensione di invalidità, l’indennità di accompagnamento e perfino la prima casa (in base alla rendita catastale).

I Comuni, sulla base delle loro disponibilità economiche stabiliscono gli importi a proprio carico e quelli dovuti dall’assistito sulla base dell’Isee appunto.

Sebbene la nuova metodologia di calcolo dell’Isee sia stata bocciata dal Tar Lazio [1] e dal Consiglio di Stato [2], molti malati si sono trovati costretti a dover pagare la quota intera o comunque rincarata della retta alberghiera.

La situazione anzidetta, valevole per numerose categorie di degenti in Rsa, non è legittima per i malati di Alzheimer, atteso che per gli stessi – come rilevato dalla Cassazione [3] dai Tribunali di merito [4] – vi è una stretta correlazione tra le prestazioni sanitarie e quelle assistenziali, tanto che anche le seconde devono ritenersi a carico del Ssn.

Tale principio è confermato anche dal Dpcm del 14.2.2001 che pone a carico del Ssn le prestazioni socio-assistenziali ad alta integrazione sanitaria, come quelle necessarie ai malati di Alzheimer. Il posto letto, il cibo, la sorveglianza, sono attività e prestazioni che pur in sé non sanitarie sono comunque strumentali alla cura e alla terapia riabilitativa.

Come di recente ribadito dalla Cassazione [5] i costi per le prestazioni connesse ai «trattamenti farmacologici somministrati con continuità a soggetti con grave psicopatologia cronica ospitati presso strutture che siano dotate di strumentazione e personale specializzato idonei ad effettuare terapie riabilitativenonché a contenere la possibile degenerazione della malattia, sono a carico delle sole Asl».

Non si potrà, pertanto, parlare di quota sociale e quota sanitaria, ma di copertura esclusivamente sanitaria. A tal fine, a nulla rileva la tipologia o il nome delle case di riposo/ricovero, rilevando esclusivamente la natura e finalità delle prestazioni erogate.

Nonostante i principi espressi, nella realtà accade troppo spesso che Rsa e Comuni facciano sottoscrivere ai familiari dell’assistito un impegno di pagamento, col ricatto che altrimenti non sarebbe possibile il ricovero dell’anziano. E i parenti firmano e pagano.

Ma quando l’anziano è disabile grave, ha un’invalidità al 100% e non ha mezzi sufficienti, la retta è a carico del Ssn e del Comune.

In simili circostanze, dunque, nulla può richiedere la Rsa per il ricovero al paziente né ai suoi familiari, né tantomeno può minacciarne le dimissioni senza esporsi al rischio di commettere un reato.

Eventuali atti di impegno da sottoscrivere sono (secondo la giurisprudenza) nulli e, se già sottoscritti, revocabili.

In questi casi è consigliabile procedere immediatamente nei seguenti modi:

  • se il pagamento delle rette è già cominciato: sospendere il pagamento con richiesta di restituzione di quanto già versato;
  • se il pagamento non è ancora iniziato: formalizzare la non debenza di ogni e qualsivoglia pretesa, facendo valere, al contempo, il diritto del degente a ricevere cure e ricovero a spese esclusivamente a carico del Ssn e del Comune.

note

[1] T.A.R. Lazio, sent. n. 2458 dell’11.2.2015.

[2] Cons. Stato, sent. n. 838 del 29.2.2016.

[3] Cass., sent. n. 4558 del 22.03.2012.

[4] Trib. Monza, sent. n. 617 del 1.3.2017; Trib. Verona, sent. n. 689 del 21.3.2016.

[5] Cass., sent. n. 2276 del 9.11.2016.


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7 Commenti

  1. Salve seguo spesso i vostri post, sono molto utili per informare la gente che come me non ha molti mezzi per conoscere le leggi ed è soggetto a discriminazioni come cittadino, vi chiedo di aggiungere whatsApp fra i Social con cui poter condividere i vostri articoli ai miei parenti ed amici sarebbe di Grande Aiuto, grazie

  2. Non diciamo cazzate il metodo che uno paga in basa alla sua condizione economica è più che giusto,visto poi come le brutte acque in cui naviga la sanità Italiana!! Chi se lo può permettere deve pagare punto!!

    1. Io pago una marea di tasse, avrò diritto a qualcosa anch’io o pago solo x i diritti degl’altri? Non diciamo stupidaggini!

    2. Far pagare le tasse sul indennità di accompagnamento è una vergogna, si vede che tu non hai problemi di questo genere

  3. Pagare le tasse sul indennità di accompagnamento è una vergogna ,probabilmente chi dice che è giusto non a una persona cara con problemi gravi di salute

  4. Per quanto riguarda invece i disabili al 100% tipo la sindrome di down perché il centro di riabilitazione mi chiede di fare l’Isee per la compartecipazione? Perché devo pagare tutti i mesi il pulmino e io non posso detrarre nulla, perché le ricevute sono solo per attestare un contributo e non un pagamento?

  5. Il punto è che una persona deve pagare in base alle proprie possibilità e quindi il calcolo della retta in base all’isee è giusto!! La gravità del paziente è un altro discorso non vedo perché se una persona anche se grave con possibilità economiche non deve pagare una parte della retta in R.S.A.

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