Diritto e Fisco | Articoli

È diffamazione se pubblico le accuse penali?

6 Aprile 2017
È diffamazione se pubblico le accuse penali?

Nel riportare il capo di imputazione presente nel fascicolo penale, per come scritto dal pubblico ministero, non vi è diffamazione.

Non c’è diffamazione nel riportare il capo di imputazione che pende su una persona, anche se poi le accuse formulate dal pubblico ministero risultano inconsistenti e l’imputato viene assolto (in tal caso, tutt’al più, quest’ultimo avrà diritto alla rettifica della notizia, per riportare la realtà dei fatti). Pertanto non commette reato il giornalista che pubblica una notizia presa da un provvedimento giudiziario, come una sentenza di condanna di primo grado o un rinvio a giudizio. L’importante è essere fedeli al testo del documento e non eccedere o travisare o dare per certe notizie che ancora non lo sono (dire, ad esempio, che Tizio è stato condannato quando invece il processo si deve ancora celebrare è reato). Lo ha chiarito la Cassazione con una recente sentenza [1].

Secondo i giudici supremi, una notizia, mutuata da un provvedimento giudiziario, va considerata vera se è fedele al contenuto del documento. Non si può, infatti, chiedere al giornalista di dimostrare la fondatezza delle decisioni assunte in sede giudiziaria.

Insomma, nel diritto di cronaca di un giornalista, del titolare di un sito o di un blog vi rientra anche la possibilità di pubblicare le notizie di una accusa penale, senza dover vagliarle e verificare se siano fondate o meno. L’importante è non travisarle.

È pertanto sufficiente che l’articolo pubblicato corrisponda al contenuto degli atti e provvedimenti del tribunale, non potendo richiedersi al giornalista di accertare e dimostrare la fondatezza delle decisioni assunte in sede giudiziaria e dovendo, d’altra parte, il criterio della verità della notizia essere riferito agli sviluppi dell’indagine e dell’istruttoria, quali risultano al momento della pubblicazione dell’articolo e non già secondo quanto successivamente accertato dal giudice.


note

[1] Cass. sent. n. 8807/2017.


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