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Lo sai che? I diritti di chi soffre di colite

Lo sai che? Pubblicato il 26 aprile 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 26 aprile 2017

La colite è una malattia invalidante che compromette la qualità della vita. Chi ne soffre può però contare su alcuni diritti e agevolazioni. Eccoli di seguito.

Chi soffre di colite, molto spesso, viene visto come un malato immaginario. Si tratta, infatti, di una patologia sottovalutata e classificata come psicosomatica: per colite molti intendono il semplice mal di stomaco causato da ansia e stress che passa nel giro di qualche ora. La verità, però, è un’altra: addome dolente, meteorismo, diarrea o, al contrario, stitichezza costringono a modificare stili di vita e abitudini. Rallentano i ritmi e mettono sotto i piedi l’umore. Ripercussioni non da poco che compromettono la qualità della vita. A soffrirne sono principalmente le donne ma la sindrome del colon irritabile non risparmia nessuno. E – ciò che è peggio – si tratta di una malattia non solo invalidante ma anche incurabile.

Colite: cos’è?

Abbiamo elencato sommariamente quelli che sono i sintomi della colite. Ma cosa li provoca? Tecnicamente un’infiammazione del colon. In realtà, quando c’è di mezzo la colite, a essere coinvolti sono l’intestino e l’apparato digerente in generale.

Colite: quanto mi costi?

A differenza di quanto avviene per la celiachia o per le malattie infiammatorie intestinali, esami e terapie per la colite non vengono rimborsati dal Sistema Sanitario Nazionale.  E non è cosa di poco conto se si considera che la spesa pro-capite stimata dall’Aigo (Associazione Italiana dei Gastroenterologi ed Endoscopisti Ospedalieri) si aggira intorno ai 1200 euro ogni anno.

C’è da dire, tuttavia, che alcune forme di colite particolarmente gravi di tipo cronico, come la rettocolite ulcerosa e la malattia di Crohn, danno diritto all’esenzione dal pagamento del ticket, sia per gli esami clinici specifici, sia sulle prescrizioni dei farmaci necessari per la terapia. Non tutte le regioni, comunque, adottano gli stessi criteri, soprattutto riguardo alla durata dell’esenzione, ma anche al tipo di prestazioni esenti.

Per richiedere l’esenzione è necessario presentare all’Ausl di residenza un certificato medico specialistico attestante la patologia cronica intestinale. In alternativa, si può presentare copia della cartella clinica rilasciata da una struttura ospedaliera pubblica (anche di paesi appartenenti all’Unione europea) o privata riconosciuta, o copia del verbale di invalidità. Potrebbero essere richiesti il codice fiscale e il documento di identità. L’Ausl rilascia un tesserino o un attestato che riporta la tipologia della malattia con il relativo codice identificativo (009.555 e 009.556) e l’elenco delle prestazioni esenti dal pagamento del ticket.

Colite: diritti sul lavoro

Dolore addominale, diarrea e crampi comportano sicuramente difficoltà nello svolgimento del proprio lavoro. Che fare? Il primo passo consiste nel recarsi dal medico curante per una visita, all’esito della quale egli sarà in grado di valutare se la gravità dei dolori o dei disturbi permette o meno lo svolgimento dell’attività lavorativa. In quest’ultimo caso, assegnerà i dovuti giorni di riposo, provvedendo a trasmettere telematicamente all’Inps il certificato di malattia e a fornire il numero di protocollo del certificato al lavoratore; quest’ultimo ha, invece, il compito di avvertire immediatamente l’azienda dell’assenza e di inviare il protocollo della trasmissione del certificato medico al datore di lavoro.

Chiaramente assentarsi dal lavoro a causa della colite significa assentarsi per malattia, con la conseguenza che ci si dovrà sottoporre a una eventuale visita fiscale, garantendo la propria reperibilità (ad eccezione di ricovero ospedaliero o in una diversa struttura sanitaria, anche se in regime di day-hospital) nelle fasce orarie previste a tal fine:

  • dalle 10:00 alle 12:00 e dalle 17:00 alle 19:00, per i lavoratori del settore privato;
  • dalle 9:00 alle 13:00 e dalle 15:00 alle 18:00, per i dipendenti pubblici.

Nel caso in cui il lavoratore debba sottoporsi a terapie o visite specialistiche (per le quali), le assenze alla visita fiscale sono giustificate. Resta inteso, comunque, che il lavoratore deve preavvertire il datore di lavoro e fornire idonea attestazione.

Può anche accadere che il dipendente debba assentarsi per effettuare delle visite mediche o per sottoporsi a terapie ambulatoriali. Il lavoratore viene considerato temporaneamente incapace a svolgere attività lavorativa in presenza di determinati requisiti:

  • la permanenza nel luogo di cura si protrae per tutta la giornata lavorativa;
  • i tempi per rientrare dal luogo di cura impediscono al lavoratore di essere presente in azienda;
  • la terapia a cui il dipendente si sottopone è considerata dal medico incompatibile con l’attività svolta.

Ciò significa che l’assenza sarà indennizzata come avviene normalmente per la malattia, previa produzione, da parte della struttura a cui il dipendente si è rivolto per le cure, di idoneo certificato, da inviare on line all’Inps o, se non è possibile trasmetterlo telematicamente, è necessario un certificato redatto su carta intestata, che indichi:

  • i dati del dipendente;
  • la data di rilascio;
  • l’inizio e il termine del ricovero;
  • la firma del medico e la descrizione della diagnosi.

Al di fuori delle situazioni descritte, le assenze per visite mediche, analisi o terapie dovute alla colite possono essere indennizzate o meno, secondo quanto disposto dal contratto collettivo. Le soluzioni sono diverse:

  • permessi retribuiti tramite la presentazione, da parte del dipendente, di un’attestazione medica che certifichi le prestazioni sanitarie effettuate e l’orario in cui sono state eseguite;
  • scomputo delle assenze, su base oraria, dal monte di ore di permessi retribuiti spettanti, come rol (riduzione dell’orario di lavoro) o ex festività;
  • concessione di permessi non retribuiti.

Colite: per l’Inps sono invalido?

La colite nervosa, pur essendo – come dicevamo in apertura – una malattia invalidante, non è collegata direttamente a una determinata percentuale d’invalidità. Tuttavia, si segnala che alcuni disturbi dell’apparato digerente possono portare al riconoscimento di una certa percentuale di invalidità; ad esempio:

  • la celiachia: è riconosciuta una percentuale d’invalidità che va dal 41 al 50%.
  • la sindrome da malassorbimento enterogeno da patologia pancreatica o intestinale stenoticao infiammatoria o da resezione: è riconosciuta un’invalidità, a seconda della gravità, sino all’80%.
  • le malattie croniche intestinali: è riconosciuta, a seconda della gravità, un’invalidità sino al 100%.

Il riconoscimento dell’invalidità civile dà il diritto di rientrare nella percentuale del 10% delle assunzioni a cui le aziende, pubbliche e private, sono obbligate per legge ad attenersi.


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