Diritto e Fisco | Articoli

Chi dà da mangiare ai cani randagi ne è responsabile

6 aprile 2017


Chi dà da mangiare ai cani randagi ne è responsabile

> Diritto e Fisco Pubblicato il 6 aprile 2017



Chi sfama un cane randagio assume una posizione di garanzia con il conseguente obbligo di controllare e custodire l’animale adottando ogni cautela per evitare e prevenire possibili aggressioni a terzi a prescindere dalla formale proprietà dell’animale.

Chi è responsabile del morso di un cane randagio abitualmente ospitato nel cortile di una persona, allontanatosi per qualche minuto? Se una persona è solita a dare da mangiare a un animale per sfamarlo e poi questo azzanna un passante può giustificarsi dicendo «non è mio»? La risposta è in una sentenza che la Cassazione ha pubblicato ieri [1]: chi dà da mangiare ai cani randagi ne è anche responsabile.

La legge attribuisce la responsabilità per i danni provocati dall’animale non solo al proprietario del cane, ma anche a chi ne ha la custodia momentanea, come chi lo ospita nel proprio cortile per dargli da mangiare e tra i due finisce per crearsi un rapporto di abitualità.

Così, se un passante viene improvvisamente attaccato da uno o più cani randagi, usciti dalla recinzione di una villetta ove sono soliti mangiare i resti di cibo lasciati loro dal proprietario della casa, quest’ultimo è responsabile penalmente del reato di lesioni colpose per aver omesso la custodia degli animali. Inutile sostenere che i cani non sono di proprietà del titolare del villa, ma sono da ritenere sotto la diretta responsabilità del Comune e dell’azienda sanitaria.

La Cassazione coglie la palla al balzo per ribadire il costante insegnamento giurisprudenziale secondocui non c’è bisogno di essere proprietario di un cane per rispondere delle eventuali lesioni da questo provate; anche il detentore assume una posizione di garanzia con il conseguente obbligo di controllare e custodire l’animale adottando ogni cautela per evitare e prevenire possibili aggressioni a terzi, anche all’interno della propria abitazione. Tale posizione di garanzia prescinde dalla nozione di appartenenza ed è dunque irrilevante il dato formale relativo alla registrazione dell’animale all’anagrafe canina o all’apposizione di un micro chip di identificazione «atteso che l’obbligo di custodia sorge ogniqualvolta sussista una relazione anche di semplice detenzione tra l’animale e una data persona».

Il codice penale [2] stabilisce che chiunque lascia liberi, o non custodisce con le debite cautele, animali pericolosi da lui posseduti, o ne affida la custodia a persona inesperta, è punito con la sanzione amministrativa da euro 25 a euro 258.

Dalla lettura della norma si intuisce che l’obbligo di evitare che l’animale morda o azzanni i passanti spetta a chi ne ha la detenzione materiale e di fatto ed è del tutto inifluente la proprietà in senso civilistico.

note

[1] Cass. sent. n. 17145/17 del 5.04.2017.

[2] Art. 672 cod. pen.

Autore immagine 123rf com

Corte di Cassazione, sez. IV Penale, sentenza 13 gennaio – 5 aprile 2017, n. 17133
Presidente Blaiotta – Relatore Menichetti

Ritenuto in fatto

1. Il Giudice di Pace di Palermo assolveva C. E. dal reato di lesioni colpose ai danni di P. G., morso da un cane di proprietà dell’imputato.
2. Secondo la ricostruzione dei fatti esposta in sentenza, il P., indossando il casco e la divisa di portalettere, era giunto con la moto davanti al cancello aperto di casa C. e, sebbene invitato a non entrare e a fermarsi, aveva percorso il viale che conduceva alla villa con il braccio proteso in avanti per porgere una busta, ed era stato aggredito dal cane che era sfuggito alla presa della padrona.
La pronuncia assolutoria era motivata dalla considerazione che l’ingresso del postino, avvertito di non entrare, aveva costituito un fatto imprevedibile e non evitabile dal custode del cane, ed inoltre non sanzionabile perché verificatosi all’interno di una proprietà privata, con la conseguenza che andava escluso l’elemento soggettivo della colpa.
3. Ha proposto ricorso il Procuratore della Repubblica di Palermo per due motivi.
3.1. Con il primo lamenta inosservanza ed erronea applicazione della legge penale, in quanto, contrariamente a quanto sostenuto in sentenza, l’ingresso di un postino presso un’abitazione privata era un’attività assolutamente ordinaria e prevedibile da parte del proprietario dell’animale, che non poteva ritenersi esentato da responsabilità per aver apposto un cartello con la scritta “attenti al cane”.
3.2. Con il secondo motivo deduce mancanza e manifesta illogicità della motivazione in merito alla circostanza che l’evento era avvenuto all’interno della proprietà C., ritenuta in base alla testimonianza di un vicino i casa, mentre dalla relazione di servizio risultava che il postino al momento dell’aggressione si trovava fuori dal cancello, dopo essere scappato alla presa della padrona.

Considerato in diritto

1. Il ricorso è fondato.
2. Questa Corte ha chiarito ripetutamente che la pericolosità degli animali non può essere ritenuta solo in relazione agli animali feroci, ma può sussistere anche per gli animali domestici che, in date circostanze, possono divenire pericolosi, ivi compreso il cane, animale normalmente mansueto, la cui pericolosità deve essere accertata in concreto, considerando la razza di appartenenza ed ogni altro elemento rilevante. Ne consegue che al proprietario del cane fa capo una posizione di garanzia per la quale egli è tenuto a controllare e custodire l’animale, adottando ogni cautela per evitare e prevenire possibili aggressioni a terzi, anche all’interno dell’abitazione (Sez.4, sent.n.6393 del 10 gennaio 2012, Rv.251951; Sez.4, sent.n.18814 del 16 dicembre 2011, Rv.253594).
Sulla scorta di tali principi sono affette da vizi logici e giuridici le argomentazioni del Giudice di Pace, il quale ha omesso di valorizzare, a carico del proprietario dell’animale, la circostanza che il cane non era stato adeguatamente custodito, tanto che aveva approfittato della momentanea apertura del cancello d’ingresso alla proprietà per liberarsi dalla presa, evidentemente non ferma, della C. G., figlia dell’imputato, ed aggredire il postino mordendolo al braccio.
Va poi osservato che il cane, peraltro di grossa taglia, andava controllato sia all’interno sia all’esterno della proprietà, come correttamente rilevato dal Procuratore ricorrente, il quale ha evidenziato che la motivazione della impugnata sentenza, nella parte in cui attribuiva un’imprudenza alla stessa parte lesa che aveva fatto ingresso nel giardino nonostante il divieto “attenti al cane”, appare censurabile anche laddove non ha tenuto conto della relazione di Servizio redatta dai Carabinieri, confermata in dibattimento, che attestava invece che l’aggressione era avvenuta fuori della proprietà dell’imputato, cioè per l’uscita del cane dal cancello e non per l’ingresso della persona offesa.
Il Giudice di Pace non ha poi considerato che il proprietario non può dirsi esonerato dal custodire adeguatamente l’animale dal sol fatto di aver apposto un cartello con la scritta “attenti al cane”. Un tal genere di cartello costituisce mero avviso della presenza del cane, che certo non esaurisce gli obblighi del proprietario di evitare che l’animale possa recare danni alle persone, obblighi che andavano adempiuti assicurando il cane ad un guinzaglio o ad una catena, ovvero custodendolo in una zona del giardino che non gli consentisse di avvicinarsi agli estranei ovvero di scappare.
Carente l’impugnata sentenza anche sotto questo profilo, atteso che, attribuendo la responsabilità dell’evento al comportamento avventato del postino, e ritenendo connaturato nel cane l’istinto di difesa del padrone e del proprio territorio, ha formulato il giudizio controfattuale in maniera illogica e giuridicamente non corretta, nel senso che “il cane non avrebbe attaccato il postino se questi non fosse entrato nella proprietà”, laddove il giudizio controfattuale doveva essere volto a verificare se la condotta omessa, ossia un’adeguata custodia, ove adempiuta, avrebbe impedito l’evento.
3. La sentenza deve pertanto essere annullata con rinvio al Giudice di Pace per una motivazione che si attenga ai principi di diritto ed ai rilievi argomentativi enunciati da questa Corte.

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata con rinvio per nuovo esame al Giudice di Pace di Palermo.

Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter:

Informativa sulla privacy
DOWNLOAD

ARTICOLI CORRELATI

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI