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Se l’amministratore è irreperibile chi paga stipendio e Tfr?

6 aprile 2017


Se l’amministratore è irreperibile chi paga stipendio e Tfr?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 6 aprile 2017



Basta l’insolvenza dell’azienda: non è necessario il fallimento per ottenere il pagamento del Tfr dal Fondo dell’Inps.

Immaginiamo che l’azienda presso cui siamo assunti abbia, tutto ad un tratto, chiuso i battenti, invitandoci a rimanere a casa qualche settimana – non più di un paio di mesi – in attesa di una ristrutturazione societaria e di trovare i soldi per poter ripartire da capo. Invece l’amministratore si rende irreperibile, non risponde più al telefono e nessuno sa che fine abbia fatto. Qualche lavoratore che avanza grosse cifre a titolo di stipendio presenta un’istanza di fallimento e a questi si uniscono anche dei fornitori, ma il tribunale rigetta la domanda perché non ci sono i presupposti (soggettivi e oggettivi) previsti dalla legge. Cosa possiamo fare per ottenere il pagamento dei soldi che avanziamo? Se l’amministratore è irreperibile e l’azienda insolvente chi paga il Tfr? La risposta è stata fornita dalla Cassazione con una recente sentenza [1]. La pronuncia è tutt’altro che isolata e afferma un diritto ormai incontrovertibile in capo al lavoratore.

Quando l’azienda è insolvente e il tribunale non ne può dichiarare il fallimento perché mancano i presupposti (soggettivi e oggettivi) richiesti dalla legge per tale procedura [2], il dipendente può chiedere il pagamento del Tfr al Fondo di Garanzia dell’Inps. Prima di presentare la domanda dovrà dimostrare di aver tentato, almeno una volta, il pignoramento e che tale esperimento non sia andato a buon fine per chiusura dei locali o per assenza di beni di pignorare.

Pertanto, se l’amministratore è irreperibile e l’azienda non ha pagato l’ultima busta paga con il Tfr ai dipendenti, questi ultimi potranno presentare (in vita telematica) la domanda all’Inps che, a sua volta, la girerà al Fondo di Garanzia (istituito presso l’Inps stesso).

Attenzione però: il Fondo di Garanzia copre solo se:

  • il rapporto di lavoro è cessato, a prescindere che ciò sia dovuto a licenziamento o a dimissioni volontarie del dipendente. Dunque non si può chiedere l’intervento del Fondo tutte le volte in cui l’azienda non paghi gli stipendi, ma continui ad operare e il contratto di lavoro è ancora in piedi;
  • il datore di lavoro sia in tutto o in parte insolvente: non devono esserci quindi beni che possono essere pignorabili o, se lo sono, devono essere tali da non consentire di soddisfare il creditore; il che si dimostra dando prova che, esperito un tentativo di pignoramento, questo non è andato a buon fine (ad esempio, esibendo una visura immobiliare da cui risulti che l’azienda non ha immobili e un verbale di pignoramento mobiliare negativo).

L’intervento al Fondo può essere chiesto anche se l’azienda adempie in modo parziale al proprio debito.

Cosa prevede la legge?

La copertura del Fondo di Garanzia dell’Inps per il Tfr è prevista esplicitamente dalla legge [3] che stabilisce quando segue:

«Qualora il datore di lavoro, non soggetto alle disposizioni» della legge fallimentare «non adempia, in caso di risoluzione del rapporto di lavoro, alla corresponsione del trattamento dovuto o vi adempia in misura parziale, il lavoratore o i suoi aventi diritto possono chiedere al fondo il pagamento del trattamento di fine rapporto, sempreché, a seguito dell’esperimento dell’esecuzione forzata per la realizzazione del credito relativo a detto trattamento, le garanzie patrimoniali siano risultate in tutto o in parte insufficienti. Il fondo, ove non sussista contestazione in materia, esegue il pagamento del trattamento insoluto».

Il Fondo di garanzia dell’Inps è stato istituito per sostituirsi al datore di lavoro insolvente nel pagamento del trattamento di fine rapporto dovuto ai dipendenti, distinguendo se il datore è stato sottoposto a fallimento oppure se sia semplicemente inadempiente, anche parzialmente. Nel primo caso, il pagamento è subordinato a tre requisiti:

  • la cessazione del rapporto di lavoro;
  • l’inadempimento integrale del datore di lavoro;
  • l’insolvenza dello stesso.

L’obbligo del Fondo, continua la Corte, sussiste anche se il datore non è assoggettato al fallimento, sia per ragioni soggettive che oggettive, e il pignoramento non dia esiti fruttuosi. Ove il credito non sia stato accertato in sede fallimentare, esso può essere accertato anche in sede diversa. E se il datore non è soggetto a fallimento, il lavoratore può accedere al Fondo di garanzia, sempre che:

  • il rapporto di lavoro sia cessato;
  • il datore sia inadempiente anche parzialmente;
  • a seguito dell’esperimento dell’azione forzata, il datore sia risultato incapiente.

Il lavoratore deve quindi dimostrare che l’azienda non ha beni da aggredire, prova che viene desunta in via presuntiva dall’inutile esperimento del pignoramento.

note

[1] Cass. sent. n. 7924/17.

[2] Presupposti soggettivi: 1.- L’impresa deve aver avuto, nei tre esercizi precedenti la data di deposito dell’istanza di fallimento (o dall’inizio dell’attività se inferiore), un attivo patrimoniale complessivo annuo uguale o superiore a euro 300.000; 2.- l’impresa deve aver realizzato, nei tre esercizi precedenti la data di deposito dell’istanza di fallimento (o dall’inizio dell’attività se inferiore), ricavi lordi complessivi annui uguale o superiore a euro 200.000; 3.- l’impresa deve avere un ammontare di debiti, anche non scaduti, uguale o superiore a euro 500.000. Solo la presenza di tutti e tre i predetti requisiti impedisce all’imprenditore di fallire.

Presupposti oggettivi: L’istanza di fallimento è ammissibile solo se il creditore (o i creditori sommati tra loro) avanza almeno 30mila euro.

[3] Art. 2 legge 297/82.

Autore immagine: 123rf com

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