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Piccoli furti in azienda, si può licenziare

7 aprile 2017


Piccoli furti in azienda, si può licenziare

> Diritto e Fisco Pubblicato il 7 aprile 2017



È una sanzione proporzionata il licenziamento del dipendente che ruba al datore di lavoro soldi o altri beni benché di valore ridotto.

Non importa il valore dei beni sottratti all’azienda dal dipendente infedele: anche se di lieve entità, il furto costituisce una giusta causa di licenziamento, ossia un valido motivo per interrompere in tronco il rapporto di lavoro e mandare a casa il dipendente senza il preavviso. Ciò che conta, infatti, è la lesione del rapporto di fiducia che lega quest’ultimo al datore e fa venire meno l’aspettativa di una corretta e integerrima esecuzione dell’attività lavorativa. A chiarirlo è la Cassazione con una recente sentenza che spiega, ancora una volta, quando avviene il licenziamento per giusta causa.

Innanzitutto, la Corte ricorda che il licenziamento deve essere sempre l’ultima spiaggia, l’estrema misura cui ricorrere quando ogni altro tipo di sanzione risulti non adeguata all’illecito commesso dal lavoratore. Il licenziamento, in altre parole, deve essere proporzionato alla violazione disciplinare. La valutazione della proporzionalità del licenziamento disciplinare rispetto al fatto addebitato al lavoratore si basa sulle ripercussioni della condotta sul rapporto di lavoro e sulla sua capacità a mettere in dubbio la futura correttezza del lavoratore nello svolgimento delle sue mansioni, a prescindere dall’entità del danno arrecato. Quindi, non è il valore del bene a far scattare il licenziamento, ma il comportamento in sé, che certo non denota né rispetto per l’azienda, né moralità, né osservanza delle regole e delle leggi. Senza contare che chi ruba una volta potrebbe farlo ancora, e tanto basta per far venire meno la fiducia del datore, che potrebbe da allora sospettare in continuazione del proprio dipendente, pur non potendolo mettere sotto controllo (comportamento posto a una serie di limiti dallo statuto dei lavoratori).

Basterebbe così, per far scattare il licenziamento, che un dipendente rubi pochi litri di gasolio dal deposito dell’azienda o anche un oggetto di scarso valore dal magazzino. In passato, è stato ritenuto legittimo anche il licenziamento di chi utilizza la scheda carburante per spostamenti personali, trattandosi pur sempre di un utilizzo illegittimo di risorse del datore.

I giudici supremi ribadiscono infatti il principio per cui la tenuità del danno cagionato al datore di lavoro non è di per sé sufficiente ad escludere la lesione del rapporto fiduciario intercorrente tra le parti, con la conseguenza che, ai fini della valutazione della proporzionalità del licenziamento rispetto al fatto addebitato al lavoratore, assume rilevanza la ripercussione della condotta sul rapporto di lavoro e la sua idoneità a mettere in dubbio la futura correttezza del lavoratore nello svolgimento delle sue mansioni e ciò a prescindere dall’entità del danno arrecato.

Si parla peraltro di «giusta causa di licenziamento» e neanche di «giustificato motivo soggettivo»: una differenza abissale, perché nel primo caso, la condotta viene ritenuta più grave e implica il licenziamento in tronco, senza preavviso (né la relativa indennità). Nel secondo caso, che ricorre quando l’illecito disciplinare è meno grave, è sempre dovuto il preavviso.

note

[1] Cass. sent. 8816/17 del 5.04.2017.

Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 15 dicembre 2016 – 5 aprile 2017, n. 8816
Presidente Nobile – Relatore Spena

Fatti di causa

Con ricorso al Tribunale di Palermo del 17.8.2011 M.S. , già dipendente di Trenitalia con mansioni di tecnico di manovra, impugnava il licenziamento disciplinare intimatogli in data 18.11.2010 per avere prelevato durante il turno lavorativo del giorno 3.11.2010 circa venti litri di gasolio dal carrello di manovra; deduceva la alterazione momentanea delle proprie condizioni psichiche e, comunque, la mancanza di proporzionalità della sanzione. Il giudice del lavoro, con sentenza del 22.11.2012 (nr. 4773/2012), rigettava la domanda.
La Corte d’appello di Palermo, con sentenza del 3.4-4.6/2014 (nr. 717/2014) rigettava l’appello del M. .
La Corte territoriale rilevava che con l’unico motivo di gravame l’appellante lamentava la erroneità della valutazione del Tribunale in punto di proporzionalità della sanzione.
Osservava che non era dubbia la adeguatezza della sanzione; il fatto commesso costituiva reato in danno del patrimonio aziendale mentre era del tutto irrilevante la limitata entità del valore del bene sottratto.
Per la cassazione della sentenza ha proposto ricorso M.S. , articolando un unico motivo.
Ha resistito con controricorso Trenitalia spa.
Le parti hanno depositato memoria.

Ragioni della decisione

Si dà atto che il collegio ha autorizzato l’estensore a redigere motivazione semplificata.
Con l’unico motivo il ricorrente ha denunziato – ai sensi dell’articolo 360 nr. 3 cpc – violazione o falsa applicazione dell’articolo 2119 cc. in relazione alla statuizione proporzionalità tra illecito e sanzione espulsiva nonché di ininfluenza, ai fini della integrazione della giusta causa di licenziamento, della tenuità del danno patrimoniale cagionato.
Ha dedotto che il giudizio sulla gravità dell’illecito non poteva prescindere dal rilievo della entità del danno patrimoniale subito dal datore di lavoro.
Nella fattispecie di causa la sottrazione di venti litri di gasolio, il cui valore corrispondeva a circa 25-30 Euro, avrebbe potuto giustificare una sanzione conservativa anche in ragione della assenza di precedenti disciplinari gravi e della lunga durata del rapporto di lavoro (22 anni); la condotta era imputabile ad una debolezza momentanea piuttosto che alla determinazione di agire in violazione degli obblighi contrattuali.
Doveva altresì considerarsi che la qualifica del ricorrente – tecnico di manovra – non comportava il maneggio di carburante per cui la condotta non lasciava dubitare della correttezza del futuro adempimento.
Il motivo è in parte inammissibile in parte infondato.
È inammissibile nella parte in cui sottopone a questa Corte una nuova valutazione delle circostanze di fatto, in particolare in punto di intenzionalità della condotta di sottrazione del carburante. La Corte di merito nell’esercizio del suo potere discrezionale di ricostruzione del fatto storico, ha accertato la volontarietà della condotta nella sua più grave forma delle premeditazione (si veda a pagina due della sentenza: “tali modalità di consumazione dell’illecito, da un lato, escludono la asserita occasionalità della condotta e, dall’altro, ne dimostrano la pianificazione”); su tale giudizio non può essere sollecitato un nuovo esame, che esula dalle funzioni di questa Corte di legittimità.
Peraltro nella, fattispecie neppure sarebbe deducibile il vizio della motivazione, sussistendo la preclusione di cui all’articolo 348 ter commi 4 e 5 cpc, applicabile ratione temporis (il ricorso d’appello è del 21.5.2013), per la conformità dell’accertamento di fatto compiuto nei due gradi di merito.
Il motivo è infondato per quanto attiene alla dedotta violazione dell’articolo 2119 cc.
Questa Corte ha reiteratamente affermato (ex plurimis, Cass. nr. 13168/2015 Cass. n. 19684/14, Cass. n. 16864/06 e Cass. n. 16260/04) che la tenuità del danno non è da sola sufficiente ad escludere la lesione del vincolo fiduciario e che ai fini della valutazione della proporzionalità tra fatto addebitato e recesso viene in considerazione non già l’assenza o la speciale tenuità del danno patrimoniale ma la ripercussione sul rapporto di lavoro di una condotta suscettibile di porre in dubbio la futura correttezza dell’adempimento, in quanto sintomatica di un certo atteggiarsi del dipendente rispetto agli obblighi assunti.
La Corte territoriale nel valorizzare la oggettiva gravità della condotta di sottrazione di un bene aziendale, sotto il profilo della patente violazione dell’obbligo di fedeltà e la intensità del dolo non è dunque incorsa nell’errore di diritto denunziato.
Le spese seguono la soccombenza.
Trattandosi di giudizio instaurato successivamente al 30 gennaio 2013 sussistono le condizioni per dare atto – ai sensi dell’art.1 co 17 L. 228/2012 (che ha aggiunto il comma 1 quater all’art. 13 DPR 115/2002) – della sussistenza dell’obbligo di versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la impugnazione integralmente rigettata.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.
Condanna parte ricorrente al pagamento delle spese, che liquida in Euro 100 per spese ed Euro 3.500 per compensi professionali, oltre spese generali al 15% ed accessori di legge.
Ai sensi dell’art. 13 co. 1 quater del DPR 115 del 2002 dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma del comma 1 bis dello stesso articolo 13.

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