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Quando parcheggiare sullo spazio destinato al disabile è reato

9 aprile 2017


Quando parcheggiare sullo spazio destinato al disabile è reato

> Diritto e Fisco Pubblicato il 9 aprile 2017



Si rischia la querela e il procedimento penale tutte le volte in cui si parcheggia l’auto in un posto destinato a una specifica persona per via del suo stato di salute.

Inciviltà non è solo violare le leggi stabilite dallo Stato a garanzia della convivenza e della sicurezza, ma anche e soprattutto non rispettare i diritti degli altri cittadini, specie di quelli portatori di invalidità. Qualcuno scrisse su un cartello in prossimità delle strisce gialle destinate al parcheggio per disabili «Vuoi il mio posto? Prendi anche il mio handicap». Una provocazione che coglie sicuramente nel centro, sebbene l’incivile abbia più timore e rispetto del vigile urbano che non delle difficoltà deambulatorie altrui. Così, visto l’andazzo, la Cassazione è appena intervenuta chiarendo che, in determinati casi, parcheggiare sullo spazio destinato al disabile è reato. Possibile? Sì, almeno quando si tratta di un posto destinato a una specifica persona per via della sua particolare disabilità. In questo caso, infatti, non rileva tanto la violazione del codice della strada, ma l’atto di violenza che si pone nei confronti di quella specifica persona. Ecco perché il reato in contestazione è quello di violenza privata [1]. Ma procediamo con ordine e vediamo, più nel dettaglio, quando lasciare l’auto sulle strisce gialle per disabili è reato.

Parcheggiare sulle strisce gialle per disabili: cosa si rischia?

Il codice della strada vieta il parcheggio negli spazi riservati alla fermata o alla sosta dei veicoli per persone invalide (quelle cioè munite del pass invalidi e che sono delimitate dalle strisce gialle). La multa consiste nel pagamento di una somma da 40 a 163 euro per i ciclomotori e i motoveicoli a due ruote e da 84 a 335 euro per i restanti veicoli.

Pertanto, chi parcheggia la propria auto al posto dei disabili viene punito solo con la sanzione amministrativa prevista dal codice della strada.

Viceversa, chi occupa lo spazio espressamente riservato a una persona con problemi di salute incorre nel reato di violenza privata. È quanto ha sancito la Cassazione con una recentissima e interessante sentenza [3].

Il codice penale [2], infatti, stabilisce che chiunque, con violenza o minaccia, costringe altri a fare, tollerare od omettere qualche cosa è punito con la reclusione fino a quattro anni.

La Suprema Corte riprende un indirizzo interpretativo ormai collaudato, anche se con riferimento a qualsiasi tipo di automobilista e non solo a quelli portatori di handicap. Secondo la giurisprudenza, infatti, commette reato cinque lasci la propria auto in prossimità di un cancello o di un garage, impedendo al relativo titolare di entrare o uscire dal proprio spazio. In altre parole la violenza privata scatta perché si costringe la vittima a subire una costrizione dettata dalla condotta altrui, condotta che deve essere quantomeno cosciente. Non importa, il fine specifico di danneggiare l’altra persona: per integrare il reato di violenza privata basta la consapevolezza del parcheggio eseguito in modo da bloccare eventuali altri automobilisti. Il che può derivare anche da semplice incuria o per totale indifferenza alle norme stradali. Sul punto ti invitiamo a leggere un precedente piuttosto recente: Parcheggio incivile, chi blocca il transito commette reato.

Se ciò è vero nei confronti dei “comuni” automobilisti vale ancor di più per gli invalidi, portatori di un interesse ancor più tutelato dall’ordinamento. Ecco perché secondo la Cassazione, è responsabile penalmente per il reato di violenza privata chi parcheggia il proprio veicolo al posto assegnato espressamente al singolo utente disabile. La differenza rispetto a chi lascia l’auto sulle strisce gialle è che se in quest’ultimo caso lo spazio è destinato alla collettività munita di pass, e pertanto non si commette una violenza privata nei confronti di una specifica persona (dunque scatta solo la multa amministrativa), se lo spazio è invece “riservato” a un soggetto determinato per via della sua condizione di salute allora c’è un reato nei confronti di quest’ultimo, costretto a sopportare l’illecito altrui.

Per concludere, se lasciare l’auto sulle strisce gialle fa scattare solo la multa per violazione del codice della strada, quando lo spazio è espressamente riservato ad una determinata persona, per ragioni attinenti al suo stato di salute, alla generica violazione della norma sulla circolazione stradale si aggiunge l’impedimento al singolo cittadino a cui è riservato lo stallo di parcheggiare lì dove solo a lui è consentito lasciare il mezzo.

note

[1] Art. 610 cod. pen.

[2] Art. 158 co. 2, cod. str.

[3] Cass. sent. n. 17794/17 del 7.04.2017.

Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 23 febbraio – 7 aprile 2017, n. 17794

Presidente Palla – Relatore Stanislao

Ritenuto in fatto

1 – Con sentenza del 26 settembre 2016, la Corte di appello di Palermo confermava la sentenza del locale Tribunale che aveva ritenuto M. M. colpevole del delitto di cui all’art. 610 cod. pen., per avere, il 25 maggio 2009, parcheggiato la propria autovettura in uno spazio riservato a G. S., affetta da gravi patologie, così impedendole di utilizzarlo fino alla rimozione della sua autovettura.
Il compendio probatorio si fonda sulle dichiarazioni della S. che aveva riferito di non avere potuto parcheggiare la propria autovettura nello spazio appositamente riservatole dal Comune di Palermo fin dal 2005 perché occupata da un’altra vettura e ciò dalle 10.40 alle 2.20 del giorno successivo quando la Polizia municipale, più volte allertata, provvedeva alla rimozione del mezzo.
L’auto era di proprietà dell’imputato che aveva però affermato che l’aveva affidata in uso al figlio, F. P., ed alla nuora, A. S..
Erano però risultate false le affermazioni della S. di essere stata lei a parcheggiare il mezzo posto che aveva riferito di averla parcheggiata alle 3.00 di notte mentre la S. aveva liberato il posto solo alle successive 8.00 del mattino.
Era quindi fallito il tentativo d’alibi.
La condotta consumata concretava il delitto contestato avendo impedito alla persona offesa di usufruire del parcheggio riservatole
2 – Propone ricorso l’imputato, a mezzo del suo difensore, articolando le proprie censure in tre motivi.
2 – 1 – Con il primo motivo deduce la violazione di legge, ed in particolare dell’art. 610 cod. pen., ed il difetto di motivazione in ordine alla sussistenza della materialità dell’addebito, posto che il parcheggiare l’autovettura in uno spazio riservato non equivale ad impedire intenzionalmente la marcia ad una vettura (che è il caso in cui la Suprema Corte aveva ritenuto concretarsi il delitto di violenza privata). La S. poi ben avrebbe potuto parcheggiare l’auto in altro spazio.
Non vi era prova che l’imputato avesse rifiutato di rimuovere l’autovettura, solo così potendo consumare il delitto ascrittogli.
2 – 2 – Con il secondo motivo lamenta la violazione di legge, ed in particolare degli artt. 192, 530, 533 codice di rito, il difetto di motivazione ed il travisamento della prova laddove la Corte non aveva adeguatamente argomentato il fatto che l’autovettura fosse stata li parcheggiata proprio dal ricorrente.
Non era sufficiente che egli ne fosse l’intestatario ed il fallimento dell’alibi non poteva essere utilizzato come elemento a carico.
2 – 3 – Con il terzo motivo deduce la violazione di legge, ed in particolare dell’art. 603, comma 2, cod. proc. pen., ed il difetto di motivazione in riferimento al rifiuto di acquisizione del decreto di archiviazione che aveva chiuso il procedimento per falsa testimonianza a carico dei testi che si era ipotizzato avere falsamente riferito le circostanze che conducevano alla alternativa responsabilità della S..

Considerato in diritto

Il ricorso è infondato e va rigettato.
1 – I giudici del merito hanno accertato che il veicolo di proprietà dell’imputato è rimasto parcato nel posto riservato alla persona offesa, disabile, da prima delle 10.40 del 24 maggio 2009 alle 2.20 del giorno successivo, il 25 maggio 2009.
Ciò aveva impedito a A. S. di parcheggiare la propria autovettura nello spazio vicino a casa, assegnatole a causa della sua disabilità.
La difesa, nel primo motivo di ricorso, eccepisce l’insussistenza degli elementi oggettivi del delitto contestato posto che i precedenti giurisprudenziali sono nel senso che costituisce violenza privata la condotta di chi impedisca la marcia di un’altra autovettura la quale quindi è immediatamente identificabile da chi ne ostacola la marcia, una condotta diversa da quella contestata al ricorrente.
Deve invece sottolinearsi come anche il ricorrente abbia impedito, ponendo la propria autovettura negli spazi riservati, all’avente diritto di parcare la propria autovettura. Con la piena consapevolezza di quanto andava facendo non avendo affatto affermato di non avere notato la segnaletica orizzontale e verticale che segnalava lo spazio come riservato ad un singolo utente, disabile.
Certo, se lo spazio fosse stato genericamente dedicato al posteggio dei disabili la condotta del ricorrente avrebbe integrato la sola violazione dell’art. 158, comma 2, Codice della strada, che punisce, appunto, con sanzione amministrativa, chi parcheggi il proprio veicolo negli spazi riservati alla fermata o alla sosta dei veicoli di persone invalide. Ma, in questo caso, quando lo spazio è espressamente riservato ad una determinata persona, per ragioni attinenti al suo stato di salute (come non si contesta essere avvenuto nel presente caso specifico), alla generica violazione della norma sulla circolazione stradale si aggiunge l’impedimento al singolo cittadino a cui è riservato lo stallo di parcheggiare li dove solo a lui è consentito lasciare il mezzo.
Sussiste pertanto l’elemento oggettivo del delitto contestato.
2 – Ne sussiste anche l’elemento soggettivo, contestato dalla difesa sempre nel primo motivo di ricorso, in considerazione del fatto che l’imputato, avendo visto la segnaletica, era cosciente di lasciare l’autovettura in un posto riservato ad una specifica persona, così impedendole di parcheggiare nello stesso spazio e non l’aveva fatto per quei pochi minuti che avrebbero consentito di dubitare della sua volontà ma aveva parcheggiato l’autovettura la mattina, prima delle 10.40, lasciandovela fino alla notte e quindi impedendo al disabile, a cui era stato assegnato il posto, di parcheggiare il veicolo anche al suo ritorno serale nella propria abitazione. Tanto che, solo alle 2.00, l’autovettura veniva rimossa ma coattivamente dalla polizia locale.
2 – Il secondo motivo è inammissibile perché versato in fatto e, invece, esula dai poteri della Corte di cassazione quello di una “rilettura” degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione, la cui valutazione è, in via esclusiva, riservata al giudice di merito, senza che possa integrare il vizio di legittimità la mera prospettazione di una diversa, e per il ricorrente più adeguata, valutazione delle risultanze processuali (per tutte: Sez. Un., 30/4-2/7/1997, n. 6402, D., riv. 207944; tra le più recenti: Sez. 4, n. 4842 del 02/12/2003 – 06/02/2004, E., Rv. 229369).
Il motivo proposto tende, appunto, ad ottenere una inammissibile ricostruzione dei fatti mediante criteri di valutazione diversi da quelli adottati dal giudice di merito, il quale, con motivazione esente da vizi logici e giuridici, ha esplicitato le ragioni del suo convincimento.
La Corte palermitana aveva dato conto dell’ipotesi alternativa offerta dalla difesa, che l’autovettura fosse stata parcheggiata dalla nuora, e ne aveva dedotto la falsità dal fatto che costei aveva riferito di avere parcheggiato il veicolo in un momento in cui ciò non sarebbe stato possibile posto che lo spazio era occupato dall’avente diritto.
3- E’ inammissibile anche il terzo motivo di ricorso visto che non vi è una conseguenzialità inevitabile fra l’esito del presente procedimento e quello del processo relativo alle false testimonianze costituenti la prova d’alibi anche in considerazione della congrua motivazione offerta dalla Corte territoriale sul punto.
4- Al rigetto del ricorso segue la condanna della ricorrente al pagamento delle spese del grado.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali.

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