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Infiltrazioni: bastano per chiedere i danni?


Infiltrazioni: bastano per chiedere i danni?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 28 aprile 2017



Mio figlio ha un giardino in un paese arroccato su un masso tufaceo. Sotto c’è una grotta. La proprietaria rileva infiltrazioni d’acqua. Può chiedere l’impermeabilizzazione sul masso tufaceo e i danni?

Con riferimento al quesito posto, è utile evidenziare preliminarmente che non è assolutamente legittima, da parte della proprietaria della grotta, una richiesta di impermeabilizzazione e di risarcimento danni per un evento lesivo non provato con certezza da riscontri oggettivi. Prima di accampare determinate richieste, è di vitale importanza stabilire la provenienza di queste infiltrazioni d’acqua. Ovviamente, tali riscontri devono derivare dall’intervento di un consulente tecnico, geometra, ingegnere o geologo che, attraverso un sopralluogo e un’analisi accurata dei luoghi, possa chiarire, in maniera obiettiva, la situazione. Generalmente, in questi casi, per dirimere queste controversie e raggiungere eventualmente un punto di incontro, viene utilizzato molto lo strumento dell’accertamento tecnico preventivo [1]. L’accertamento tecnico preventivo con finalità conciliativa rientra tra i procedimenti di istruzione preventiva e, pur svolgendosi dinnanzi a un giudice, presenta costi e tempi più ridotti rispetto a una causa civile ordinaria. Decisivo, in questo procedimento, è il ruolo del consulente tecnico nominato dal giudice, il quale, da un lato, è chiamato a redigere una perizia (che, nel caso di specie, riguarderà le cause delle infiltrazioni), dall’altro deve tentare la conciliazione delle parti. Infatti, il consulente, prima di provvedere al deposito della relazione, tenta, ove possibile, la conciliazione delle parti. Se le parti si sono conciliate, si forma processo verbale della conciliazione. Il giudice attribuisce con decreto efficacia di titolo esecutivo al processo verbale.

Questo costituisce uno strumento che mira a ridurre il contenzioso giudiziario, offrendo alle parti in lite la possibilità (non la certezza) di risolvere la controversia in tempi e con costi più ridotti rispetto a una causa ordinaria.

Logicamente, l’accertamento tecnico preventivo deve essere azionato dalla parte istante. Quanto detto viene confermato anche dalla giurisprudenza. La Corte di Cassazione ha statuito che dagli accertamenti e rilievi compiuti in fase preventiva, il giudice può trarre utili elementi che, apprezzati e valutati unitamente e nel contesto delle altre risultanze processuali, possono concorrere a fondare il suo convincimento in ordine alla fondatezza dell’uno o dell’altro assunto [2]. La stessa Corte stabilisce, inoltre, che il giudice può incaricare il consulente di individuare anche le cause e l’entità del danno lamentato dal ricorrente; l’attività del ctu non è quindi strettamente limitata alla cosiddetta “fotografia dei luoghi” [3].

Articolo tratto da una consulenza dell’avv. Rossella Blaiotta

note

[1] Disciplinato dall’art. 696-bis cod. civ., rubricato “Consulenza tecnica preventiva ai fini della composizione della lite”.

[2] Cass. sent. n. 2800 dello 06.02.2008.

[3] Cass. sent. n. 12007, dello 08.08.2002.

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