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Lo sai che? La nuova responsabilità professionale del medico

Lo sai che? Pubblicato il 10 aprile 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 10 aprile 2017

Dalla medicina difensiva del medico a quella di Stato. I nuovi criteri per l’imputazione della responsabilità penale: negligenza e imprudenza non più scusabili.

Da sabato 1 aprile è in vigore la nuova legge (cosiddetta Gelli-Bianco) che va a ridisegnare, tra l’altro, il sistema dei criteri di imputazione penale della responsabilità dei sanitari per i casi di cosiddetta «colpa medica».

Prima di entrare nello specifico del tema dell’indagine è opportuno chiarire un punto: l’articolo non si propone di elaborare un forbito commento critico alla legge – non è questo lo spirito della nostra rubrica – ma solo quello di cercare di fornire al lettore delle informazioni e delle nozioni, per così dire, di base, per una sua iniziale valutazione circa i profili di (eventuale) responsabilità penale per colpa medica alla luce della nuova legge.

Ci si propone, in altri termini, di definire i margini di responsabilità penale del medico per i casi in cui vi siano stati errori di diagnosi e/o errori di cura, spiegando i nuovi criteri di imputazione di responsabilità penale, partendo dall’individuazione dell’obiettivo dichiarato dal legislatore.

L’obiettivo della legge: arginare la medicina difensiva

L’obiettivo dichiarato del legislatore è quello di arginare il fenomeno della cosiddetta «medicina difensiva»  che si «verifica quando i medici prescrivono test, procedure diagnostiche o visite, oppure evitano pazienti o trattamenti ad alto rischio, principalmente (ma non esclusivamente) per ridurre la loro esposizione ad un giudizio di responsabilità per malpractice» (ovvero pratiche medico/diagnostiche errate) [1]. Secondo la riportata definizione si dovrebbe distinguere tra «medicina difensiva positiva», che si verificherebbe quando vi sia un eccesso di test e/o procedure diagnostiche e una «medicina difensiva negativa», nel caso in cui si evitino pazienti e/o trattamenti perché potenzialmente pericolosi, non per la salute del paziente (si badi bene) ma per il medico che potrebbe, per essi, incorrere in sanzioni penali per errori di diagnosi e/o di cura.

Da questo punto di vista un elemento merita subito di essere evidenziato: secondo le nuove previsioni di legge le cosiddette «linee guida» [2] dovrebbero assumere una importanza e una influenza tale che l’imperizia del medico non sarebbe più penalmente rilevante e punibile se il suo comportamento, pur imperito, sia conforme alle regole dettate dalle linee guida. Mi spiego meglio. Per esprimere il concetto in maniera più chiara dobbiamo fare un passo indietro cercando prima di definire i concetti di imperizia, imprudenza e negligenza, tipici dei reati colposi.

L’imperizia può essere definita come la insufficiente abilità o attitudine all’esercizio di una determinata attività medico/sanitaria che richiede conoscenze e esperienze specifiche per l’esercizio di quella pratica medica (può considerarsi imperito, volendo fare un esempio, l’ortopedico relativamente a una pratica sanitaria appartenente ad altra specializzazione medica).

Si definisce come imprudenza, tradizionalmente, il comportamento di chi violi specifiche regole di condotta che hanno l’obiettivo di evitare determinate conseguenza quale esito prevedibile (o possibile) del comportamento vietato, oppure la violazione di regole che impongono una specifica cautela nella loro attuazione.

Volendo fare degli esempi che chiariscano il significato della imprudenza in senso giuridico, possiamo pensare al caso di un intervento chirurgico particolarmente delicato eseguito, appunto imprudentemente, da un medico «non specializzato; oppure, per esemplificare ancora di più, possiamo pensare alle regole del codice della strada nella parte in cui vietano di sorpassare il veicolo che precede se non vi sia la striscia discontinua sulla carreggiata e, comunque, di farlo impegnando la corsia di sorpasso per il minor tempo possibile. Quest’ultimo esempio, anche se non direttamente attinente con il tema dell’articolo, può più chiaramente aiutare a comprendere il concetto di imprudenza.

Si parla, di negligenza, invece, quando per trascuratezza, dimenticanza, superficialità di giudizio e/o di operato, si ometta di compiere determinate azioni o di avere specifiche attenzioni che il caso richiederebbe (l’esempio tipico di cui, di tanto in tanto le cronache danno notizia riportano, può essere quello della garza chirurgica lasciata nell’addome del paziente).

Chiariti i concetti di imperizia, negligenza e imprudenza, non si può non condividere quanto già osservato da autorevole commentatore [3] secondo il quale il rischio insito nelle nuove norme, considerato lo «strapotere attribuito alle linee giuda» è quello che «anziché conseguire, la cancellazione della medicina difensiva […]” la nuova legge «avrà assai più probabilmente l’effetto di sostenere la nuova medicina difensiva di Stato».

In pratica, quello che si è fatto, attribuendo alle «linee guida in materia sanitaria» la funzione di discrimine tra la «condotta imperita» penalmente rilevante (e perciò punibile) e quella «imperita ma scusabile» è  solo spostare più in alto il punto nel quale sarà – prevedibilmente – praticata la difesa: a livello del singolo medico (o della singola struttura sanitaria) prima, a livello della formulazione delle «raccomandazioni» e delle «linee guida» in vigenza della nuova legge.

La vecchia disciplina e quella nuova

La legge in vigore prima della recentissima riforma era nota con il nome di legge Balduzzi [4]. Seppur in modo non del tutto chiaro, la precedente normativa prevedeva la distinzione, nell’ambito della colpa, tra la cosiddetta «colpa lieve» a cui contrapponeva la «colpa grave» a seconda, volendo semplificare, della differenza esistente tra il giusto comportamento del sanitario secondo le regole della scienza medica (quello che il medico avrebbe dovuto fare) e quello che in realtà è stato fatto.

In caso di differenze non marcate tra quanto sarebbe stato giusto fare e quanto è stato fatto, relativamente alle giuste pratiche mediche di cui alle raccomandazioni delle linee guida,  il sanitario poteva andare esente da responsabilità penale perché la sua colpa era riconosciuta come «lieve» [5]. Questa distinzione trovava applicazione giurisprudenziale anche relativamente agli errori dovuti alla «imprudenza» e alla «negligenza». Anche l’errore non dovuto a imperizia, ma derivante da  «imprudenza» e/o «negligenza», in pratica, poteva essere ritenuto  «scusabile» se connotato da «colpa lieve».

La legge Gelli-Bianco, invece, non opera più alcuna distinzione tra il grado della colpa, limitando la «scusabilità dell’errore» (nel senso della sua non punibilità) alla sola ipotesi di errore dovuto a imperizia e solo se il sanitario si sia attenuto alla buona pratica medica secondo le raccomandazioni delle linee guida.

Nelle ipotesi, invece, che l’errore del medico (di diagnosi, di cura o di intervento) sia ascrivibile a negligenza e/o imprudenza, la condotta sarebbe penalmente rilevante a prescindere (cioè indipendentemente) dal grado della colpa ovvero, per dirla in modo più comprensibile, indipendentemente dalla gravità degli errori commessi, esponendolo, in questo modo, a una situazione di rischio penale maggiore rispetto al passato, «obbligandolo», di fatto, al rispetto incondizionato e sostanziale delle raccomandazioni delle «linee guida».

Volendo sintetizzare schematicamente, potremmo scrivere che:

  • la nuova legge sulla responsabilità medica «istituzionalizza» le raccomandazioni delle cosiddette «linee guida» che costituiscono, relativamente alla colpa per imperizia, lo spartiacque tra condotte penalmente rilevanti e quelle non punibili perché scusabili;
  • per gli errori dovuti a negligenza e imprudenza, non vi è più alcuna differenza tra «colpa lieve» e «colpa grave» quale elemento di discrimine per la punibilità, venendo ad assumere rilevanza di errore penalmente rilevante qualsiasi episodio di errore medico.

note

[1] La definizione è quella più accreditata ed è stata formulata dall’«Office of Technology Assessment», US, Congress, nel 1994.

[2] Secondo la legge 8 marzo 2017, n. 24 (legge Gelli-Bianco) entro 3 mesi dovrebbe pubblicarsi il decreto ministeriale attuativo dell’elenco delle società scientifiche abilitate alla elaborazioni delle raccomandazioni e linee guida cui i medici dovranno uniformarsi.

[3] Nicola Tedeschini, pag. 8 inserto de «Il Sole 24 Ore», del 5 Aprile 2017;

[4] D.L. 158/2012 del 13.09.2012, convertito in L. n. 189/2012.

[5]  Cass. Sent. n.  45527 del 16/11/2015 “la valutazione del rispetto delle linee guida e della buone pratiche, unitamente al grado della colpa, costituiscano appunto le premesse per discernere l’ambito del penalmente rilevante in materia di responsabilità del medico”.


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