Professionisti Crisi da sovraindebitamento: il piano da proporre ai creditori

Professionisti Pubblicato il 8 aprile 2017

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Legge salvasuicidi: contenuto del piano per la ristrutturazione del debito che deve presentare il debitore.

Il piano, sulla base del quale il debitore sovraindebitato può proporre ai creditori la ristrutturazione del debito, deve prevedere obbligatoriamente,  anche  in  presenza  della  suddivisone  dei  creditori  in classi:

a) le scadenze;

b) le modalità  di pagamento.

La norma consente al debitore di suddividere i creditori in classi senza imporgli le condizioni previste  in  ambito  concorsuale  (art.  124,  comma 2, lettera c) per il concordato fallimentare ex art. 160, comma 1, lettera

c) per il concordato preventivo) lasciandogli la piena ed ampia possibilità di  suddividere  i  creditori  secondo  la  propria volontà.

Da ciò deriva che il debitore non è tenuto a formare le classi raggruppando i creditori secondo la posizione giuridica e gli interessi economi-      ci e, quindi, la errata collocazione  non  è  oggetto  di  sindacato  da  parte  del tribunale neppure in sede di contestazione all’omologazione ai sensi dell’art. 12, comma 1, della legge   3/2012.

La suddivisione dei creditori in classi potrebbe anche essere chiesta dall’organismo di composizione della  crisi  che,  in  sede  di  attestazione  del piano, fa rilevare una certa disorganicità del piano medesimo tale da non  renderlo  fattibile  o  quantomeno  da  non  prevederne  il  buon  esito. La previsione delle scadenze dell’adempimento è un elemento che deve emergere esplicitamente dal piano sulla base del quale il creditore effettua le sue valutazione al fine dell’espressione del consenso alla proposta, quindi  è  un’informazione fondamentale.

Per quanto riguarda il pagamento il  piano  deve  contenere  le  modalità  con le quali sarà effettuato il medesimo che non dovrà essere effettuato obbligatoriamente in denaro ma con qualsiasi altra modalità. Nel caso in  cui la procedura sia attivata da un imprenditore commerciale sotto soglia    è da ritenere che il piano possa prevedere la continuazione dell’attività d’impresa con la conseguenza che il raggiungimento della soglia di adesioni comporta una intrinseca autorizzazione (non espressamente prevista)  per  la  continuazione dell’impresa [1].

È comunque opportuno rilevare che la libertà nella modalità di soddisfazione non può essere utilizzata quale strumento meramente dilatorio al fine di inibire ai creditori di esercitare le azioni esecutive e/o cautelari altrimenti disponibili dagli stessi per tutelare i propri diritti di credito.

Per i pagamenti non effettuati in denaro, pur non essendo obbligatorio è opportuno che sia indicata la percentuale di soddisfazione del creditore in maniera che tutti possano effettuare la loro valutazione e l’organismo  di  composizione  della  crisi  esprimersi  sulla  fattibilità  del piano.

Il  piano  può,  inoltre, prevedere:

1)        le  eventuali  garanzie  rilasciate  per  l’adempimento  dei debiti;

2)        le  modalità  di  liquidazione  dei beni;

3)        l’affidamento del patrimonio del debitore ad un fiduciario per la liquidazione,  conservazione  e  la  distribuzione  del  ricavato  ai creditori.

Qualora l’adempimento delle  obbligazioni  scaturenti  dalla  proposta  che  il debitore propone ai suoi creditori siano garantite da uno o più soggetti  terzi  il  piano  deve  esplicitamente  darne atto.

La norma non pone alcuna limitazione al tipo di garanzia che può essere prestata a favore del debitore per l’adempimento della proposta.

Il piano deve anche illustrare le eventuali modalità attraverso le quali il debitore intende procedere per realizzare i beni destinati a risolvere la situazione di sovraindebitamento. Le indicazioni non devono riguardare soltanto le procedure da adottare (trattativa privata, vendita a mezzo commissionario ecc.) ma anche i tempi nei quali si ritiene ipotizzabile la liquidazione.

È opportuno segnalare che il debitore potrebbe anche non destinare tutti i suoi beni a soddisfare i creditori lasciandone  fuori  alcuni  come  del resto può lasciare fuori dalla proposta alcuni soggetti che vantano crediti nei suoi confronti. Per esempio, il soggetto titolare del diritto di proprietà di un bene immobile gravato da un mutuo per un importo equivalente al valore del medesimo potrebbe ritenere di riuscire a far fronte al pagamento delle rate del mutuo (anche con l’aiuto di persone a lui vicine)   e, su tale convinzione non coinvolgere nell’accordo il creditore ipotecario e, contemporaneamente, nel mettere a disposizione l’immobile.

In tal caso, i ceditori interessati dalla proposta valuteranno la scelta del debitore e quindi decideranno se esprimere o meno il loro assenso. È opportuno sottolineare che il debitore propone, ma la proposta  deve  essere fatta propria almeno da una parte qualificata di creditori attraverso le adesioni (o detto in altro modo con l’espressione del voto favorevole).

Il piano può anche prevedere, si tratta, quindi, di un’indicazione eventuale, che il patrimonio del debitore sia affidato a un fiduciario con specifichi compiti ed obblighi, come provvedere alla liquidazione, conservazione e, quindi,  alla distribuzione  ai creditori di quanto ricavato.

In tal caso, il debitore attua una vera e propria segregazione del patrimonio da liquidare rispetto al proprio patrimonio residuo (ove ne escluda una parte) in modo tale da costituire una garanzia per i creditori sia     in relaziona ad una eventuale alienazione senza la successiva destinazione del ricavato ma anche dall’eventuale aggressione da parte di ulteriori creditori aventi titolo successivo alla definizione dell’accordo. In pratica, si realizza un trust cosiddetto liquidatorio il cui atto dispositivo sarà costituito dall’accordo con i creditori, che dovrà necessariamente prevedere l’accettazione  del trustee [2].

La previsione dell’affidamento del patrimonio ad un fiduciario non è compatibile  in  presenza  di  beni,  da  utilizzare  per il soddisfacimento dei creditori, sottoposti a pignoramento ovvero quando è previsto dall’accordo poiché, in tal caso, è il giudice che nomina il  liquidatore  (art.  13,  comma  1).

L’affidamento della liquidazione del patrimonio ad un fiduciario è solo “eventuale”, perciò il piano presentato dal debitore potrebbe non prevederlo, rimettendo al giudice la decisione della nomina del liquidatore o provvedervi personalmente considerato che il deposito  della  proposta  non determina lo spossessamento dei beni come avviene invece nella procedura  di  fallimento [3].

È  necessario  sottolineare  che  a  seguito  delle  modifiche  apportate   dal D.L. 179/2012 la norma, pur confermando l’obbligatoria della nomina del liquidatore da parte del giudice nei casi di cui al primo comma dell’art.  13, il piano può prevedere l’affidamento del patrimonio del debitore ad     un “gestore” che però deve necessariamente possedere i requisiti di cui all’art. 28 L.F.  Il gestore, quindi, deve essere un soggetto con determinate professionalità e competenza  riconosciute  a  colui che può  assumere la carica di curatore fallimentare e quindi non può essere un “fiduciario” come  precedentemente  previsto.

La precisazione che il “gestore” debba possedere particolari requisiti è importante considerato che deve adempiere, tra l’altro, a compiti di una certa importanza quale quello della ripartizione e distribuzione del ricavato  ai creditori.

note

[1] CORDOPATRI M., Presupposti di ammissibilità, in Composizione della crisi da sovraindebitamento (a cura di DI MARZIO F.  – MACARIO F.  – TERRANOVA G.), cit. 27.

[2] NONNO G.M., Il presupposto soggettivo di ammissibilità e il contenuto del piano, in Sovrainde- bitamento e usura (a cura di FERRO M.), cit. pag. 101.

[3] FABIANI  M.,  La  gestione  del  sovraindebitamento  del  debitore  “non  fallibile”  (D.L.  212/2011),  in www.ilcaso.it,  cit.


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