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Convivenza: restituzione dei soldi per spese e acquisti


Convivenza: restituzione dei soldi per spese e acquisti

> Diritto e Fisco Pubblicato il 9 aprile 2017



Se non c’è stata una donazione espressa, si può chiedere la restituzione dei soldi spesi solo quando questi hanno comportato un rilevante sacrificio economico.

Immaginiamo che, in occasione dell’inizio di una convivenza stabile e duratura sotto lo stesso tetto, una coppia di partner decida di affrontare determinate spese per la casa, per l’arredo e la mobilia, per l’auto e per tutte le altre necessità di vita quotidiana comune. Anche il convivente non proprietario dell’appartamento paga una parte dei costi per la ristrutturazione e per le suppellettili. Spinti dall’entusiasmo e dal reciproco amore, i partner non fanno un conteggio analitico degli esborsi sostenuti da ciascuno dei due né firmano una scrittura privata per la restituzione dei soldi per spese e acquisti in caso di cessazione della convivenza. Cosa prevede la legge in questi casi? È possibile chiedere il rimborso dei soldi spesi in occasione della convivenza? In che termini è possibile avere un risarcimento? La risposta, in questi casi, viene fornita dalla giurisprudenza che ha ormai equiparato totalmente la posizione dei conviventi a quella delle coppie sposate (tranne che per l’obbligo di fedeltà, che non vale per i primi). Vediamo dunque cosa potrebbe succedere in un caso come quello esemplificato qui sopra se, al termine della convivenza, uno dei due dovesse agire per ottenere un rimborso dei soldi anticipati per i bisogni comuni.

Secondo la Cassazione [1], in caso di convivenza, non è possibile ottenere la restituzione dei soldi per spese e acquisti. Questo perché la convivenza di fatto è considerata – al pari della famiglia fondata sul matrimonio – una formazione sociale da cui derivano doveri morali e sociali. Tali doveri influiscono anche sui rapporti di natura patrimoniale. Il convivente pertanto non può chiedere il rimborso di spese e acquisti effettuati nel corso o in relazione alla convivenza. Così non è dovuta la restituzione dei soldi investiti nella casa comune, per l’acquisto o la ristrutturazione. Né si può mettere in discussione la proprietà dell’immobile inizialmente nella titolarità di uno solo dei due conviventi, che rimane quindi solo di quest’ultimo.

Cessata la convivenza, i beni mobili e gli arredi possono essere divisi – se comprati con soldi di entrambi (ad esempio una vendita a rate) – solo nella misura in cui non siano facilmente asportabili (così ad esempio non è per la cucina o per quei mobili incorporati come il condizionatore). Se invece acquistati con i soldi di uno solo dei due a quest’ultimo spetta la restituzione [2].

Tuttavia se un convivente effettua un sacrificio economico sproporzionato, senza con ciò voler fare una donazione e senza ricevere altrettanto in cambio, può esercitare l’azione di arricchimento senza causa per ottenere un congruo indennizzo e riequilibrare il rilevante ed ingiustificato spostamento patrimoniale [3]. Egli deve agire entro massimo 10 anni dal momento dell’acquisto (e non dalla cessazione della convivenza), scaduti i quali il diritto alla restituzione delle spese e degli acquisti fatti per la convivenza si prescrive. È ad esempio il caso in cui partecipi a ingenti investimenti immobiliari dell’altro convivente, o paghi una parte del prezzo di acquisto della casa (per ottenere la restituzione dei soldi, però, è necessario che la somma investita superi i limiti di proporzionalità e adeguatezza comparati alle condizioni sociali e patrimoniali dei conviventi).

Invece se i soldi o gli acquisti sono frutto di una donazione, questa non può essere revocata. Se si tratta però di donazione di soldi o di oggetti di importo non modico, la donazione può essere annullata se non è stata effettuata davanti al notaio. Infatti solo la donazione di valore modesto può avvenire con la semplice consegna del bene o della somma; in tutti gli altri casi è necessario l’atto pubblico (rogito notarile).

note

[1] Cass. sent. n. 1277/2014, n. 3713/2003, n. 11330/2009.

[2] Cass. sent. n. 28718/2013: «Cessata la convivenza il convivente che prova l’esclusiva proprietà dei beni mobili costituenti l’arredamento della casa in cui si svolgeva la vita familiare, ha il diritto di ottenere la loro restituzione dal convivente che li detiene senza titolo, restando essi nella proprietà esclusiva di chi ne è titolare».

[3] Cass. sent. n. 18632/2015, n. 25554/2011.

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