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Lo sai che? Debiti della società: cosa rischia il mio fondo patrimoniale?

Lo sai che? Pubblicato il 29 aprile 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 29 aprile 2017

Se il marito costituisce un fondo patrimoniale conferendo solo sue proprietà, mantenendo nell’atto costitutivo la titolarità dei beni, il fondo potrà essere revocato a causa dei debiti imputati alla moglie?

Il lettore ci riferisce che una sas artigiana è costituita da 3 persone: moglie e figlia –  socie accomandatarie -, marito – socio accomandante. Vengono contestate irregolarità verso una dipendente con verbali Inps che generano anche verbali Inail e Agenzia delle Entrate e una vertenza di lavoro. Dice di aver fatto ricorso verso tutti i verbali e verso la vertenza di lavoro. Sia gli enti che la ex dipendente richiedono alle due socie accomandatarie ingenti somme di denaro. Nei confronti del marito, socio accomandante, invece, solo l’Agenzia delle Entrate reclama il pagamento per maggior reddito. Il socio accomandante provvederà in caso di “soccombenza” al pagamento delle somme a lui richieste.

In base a quanto esposto si evince che i debiti descritti sono ascrivibili alla società in accomandita semplice menzionata. Pertanto, a parte la società, solo i soci accomandatari rispondono illimitatamente col proprio patrimonio delle obbligazioni sociali [1]. Limitandosi a questo dato si deve perciò concludere che, per le obbligazioni sociali ricadenti sui soci accomandatari, non rispondono anche i soci accomandanti. Pertanto se, in ipotesi, il creditore della società, una volta infruttuosamente tentato di soddisfarsi esecutivamente sul patrimonio sociale, non riuscisse a ottenere soddisfacimento nemmeno sul patrimonio dei soci accomandatari non potrebbe reclamare alcunché sul patrimonio del socio accomandante.

Quindi, e venendo a rispondere alla domanda, se i fatti addebitati sono obbligazioni della società (ossia se le vertenze riguardano direttamente la sas) allora il patrimonio del socio accomandante è al sicuro indipendentemente dal fondo patrimoniale. L’ipotesi paventata dal lettore potrebbe realizzarsi, invece, nel caso in cui i coniugi siano in comunione legale fra loro e l’obbligazione per la quale il creditore agisce esecutivamente sia stata contratta congiuntamente da marito e moglie o riguardi direttamente un bene della comunione legale o ancora derivi dall’amministrazione di beni in comunione legale o, infine, sia stata contratta per il mantenimento della famiglia, per l’istruzione o l’educazione dei figli, o comunque contratta da uno dei coniugi, anche separatamente, nell’interesse della famiglia. In questo caso specifico, laddove i beni della comunione siano insufficienti a soddisfare i debiti su di essa gravanti, il creditore potrebbe agire in via sussidiaria – quindi dopo aver tentato di soddisfarsi infruttuosamente sui beni della comunione – anche sui beni personali dell’altro coniuge in ragione di metà del credito originario. Solo in questo caso allora il fondo patrimoniale del lettore, costituito con beni a lui personali e senza alcun trasferimento di proprietà a favore dell’altro coniuge, potrebbe esser fatto oggetto di revocatoria per ottenere il “rientro” forzato di quei beni nel patrimonio aggredibile dal creditore, dal momento che esso verrebbe a essere costituito dopo la nascita delle obbligazioni stesse. Tuttavia, non è questo il caso dal momento che le pendenze di cui il lettore parla sono ascrivibili a rapporti societari e, quindi, non riconducibili in via diretta a uno dei due coniugi. Resta invece inteso che il fondo potrà essere revocato per debiti ascrivibili direttamente al marito ove il creditore non riuscisse a soddisfarsi in altro modo. Dunque, concretamente, il rischio di revocatoria potrebbe esservi per le obbligazioni del marito verso l’Agenzia delle Entrate.

Articolo tratto da una consulenza dell’avv. Enrico Braiato

note

[1] Artt. 2313 e ss. cod. civ.


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