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L’avvocato deve dare il preventivo al cliente?

10 aprile 2017


L’avvocato deve dare il preventivo al cliente?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 10 aprile 2017



Se l’avvocato non rilascia il preventivo scritto al cliente, quest’ultimo può rifiutarsi di pagare una somma superiore a quella che aveva immaginato?

Diciamo la verità: tutte le volte in cui riceviamo un conto particolarmente salato è facile farci assalire dal sospetto che l’altra parte ci “marci” solo perché non siamo stati sufficientemente avveduti da chiedere, in anticipo, il preventivo. E ora, che la prestazione ci è già stata resa e non possiamo più tiraci indietro, il prezzo viene gonfiato. Un sospetto che assale più facilmente con i professionisti poiché, per questi, il compenso non è fissato dalla legge e può variare sensibilmente da persona a persona, nonché dal tipo di attività richiesta, secondo logiche e criteri che i clienti non sempre comprendono. L’esempio più lampante è con l’avvocato. Ci possiamo, allora, sottrarre alla richiesta di pagamento sostenendo che non ci è stato detto, in partenza, a quale spesa saremmo andati incontro? In altre parole, l’avvocato deve dare il preventivo al cliente? Deve essere scritto o può anche essere orale? E se l’avvocato non dice in anticipo a quanto ammonta la sua parcella, cosa può fare il cliente qualora il prezzo gli appaia troppo elevato? Cerchiamo di rispondere a queste più che legittime domande.

La legge [1], in realtà, non impone al legale di stilare un preventivo per l’incarico ricevuto. Non, almeno, di sua iniziativa. Egli lo deve fornire, invece, se il cliente lo richiede in modo espresso. In tal caso, però, il preventivo può essere sia scritto che orale. Chiaramente, se il cliente lo pretende su un foglio di carta, il legale sarà tenuto a rispondere a tale esigenza, elencando nel modo più preciso possibile i costi del giudizio da affrontare. Ma questo non toglie che, durante la causa, potrebbero verificarsi ulteriori eventi non preventivati che potrebbero farne lievitare il costo (si pensi alla necessità di estendere la chiamata in causa ad altri soggetti per rispondere alle difese avversarie). In tali ipotesi la parcella fornita inizialmente dall’avvocato diventa un’indicazione di massima, che potrà essere “aggiustata” alla luce degli imprevisti processuali, senza però travalicarli in modo irragionevole. Insomma, detto in termini pratici, è plausibile aspettarsi un’integrazione, ma non certo il raddoppio del prezzo.

Che succede, però, se il cliente non chiede il preventivo e l’avvocato non glielo dà? In mancanza di accordo tra le parti, nel caso in cui tra questi sorga una discussione sull’importo (evidentemente dall’uno ritenuto eccessivo e dall’altro, invece, congruo) il compenso verrà determinato dal giudice. In pratica, l’avvocato si rivolgerà al magistrato per chiedere di determinare l’esatto importo della parcella dovuta. Ed anche qui non si va incontro a sorprese particolari, perché il giudice è tenuto a decidere secondo i criteri fissati da un decreto ministeriale. Il compenso viene così fissato secondo delle tabelle ministeriali che, di norma, corrispondono a importi inferiori a quanto normalmente praticato dal mercato. Insomma, l’avvocato che chieda una parcella obiettivamente esosa rispetto al valore della lite, ma che non si è curato di far sottoscrivere in anticipo, al proprio cliente, un contratto con l’esatto importo da erogargli, rischia di vedere ridimensionato notevolmente il proprio compenso dal giudice.

Che succede se la controparte che perde la causa viene condannata a pagare le spese processuali? In tale caso, la prassi vuole che l’importo venga poi corrisposto all’avvocato della parte vincitrice: sarà quest’ultima che, ricevendo il bonifico o l’assegno dall’avversario, gira una parte di questo al proprio difensore. Quest’ultimo però potrebbe anche chiedere “qualcosa in più” poiché la condanna alle spese del soccombente non è detto che debba necessariamente coprire l’intera parcella del legale della parte vincitrice.

Il legale che anticipa le spese per conto del proprio assistito ha la facoltà di dichiararsi “antistatario” e ottenere in proprio favore la condanna del soccombente al rimborso delle spese di lite liquidate dal giudice. La circostanza resta tuttavia autonoma rispetto al rapporto professionale che si instaura fra cliente e avvocato, il quale conserva verso il primo il diritto al pagamento del compenso per l’attività professionale svolta.

note

[1] Art. 9 co. 4 Dl 24 gennaio 2012 n.1.

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