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Perdita dell’udito sul lavoro: è malattia o infortunio?

11 aprile 2017 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 11 aprile 2017



Il danno da rumore è malattia professionale se conseguenza di specifiche attività previste dalla legge e se la perdita dell’udito è “apprezzabile”.

Alla progressiva e naturale diminuzione dell’udito a causa dell’invecchiamento, si sovrappongono altri danni legati alle condizioni di vita e lavorative. Viviamo infatti costantemente circondati da rumori: passeggiando per strada, accendendo un elettrodomestico in casa, svolgendo determinate attività lavorative. Non tutti sono ugualmente sensibili al rumore, essendovi alcune persone che possono risentire dei suoni particolarmente forti più di altre e riportare dunque, a lungo andare, danni anche gravi.

La diminuzione o la perdita dell’udito (ipoacusia) legate all’attività lavorativa sono definite ipoacusie da trauma acustico cronico e si verificano a seguito dell’esposizione prolungata a rumori con particolari caratteristiche. Si tratta di diminuzioni dell’udito generalmente simmetriche, dunque riguardanti entrambe le orecchie. Quando cessa l’esposizione al rumore, l’evoluzione della sordità si arresta, ma il danno ormai prodotto è irreversibile.

Il danno acustico da rumore può essere prevenuto con opportune misure ambientali e personali (caschi, cuffie, pareti fonoassorbenti, ecc.), ma non esiste purtroppo alcuna terapia efficace.

Il danno all’udito è considerato malattia professionale solo quando è contratto nell’esercizio ed a causa dello svolgimento di specifiche attività indicate dalla legge, o nell’espletamento di lavorazioni accessorie o complementari a queste, purché svolte nello stesso ambiente [1].

Si tratta, precisamente, delle seguenti attività:

  • lavori dei calderai
  • ribattitura dei bulloni
  • battitura e foratura delle lamiere con punzoni
  • prove dei motori a scoppio
  • produzioni di polveri metalliche con macchine a pestelli
  • condotta di aeromobili
  • fabbricazione di chiodi
  • lavoro di telai
  • taglio di lastre e blocchi di marmo con dischi si acciaio e corona diamantata
  • lavorazioni eseguite con utensili ad aria compressa
  • lavorazioni di produzione degli acciai ai forni ad arco e ad induzione
  • lavorazione con impiego di seghe per metalli
  • prova di dispositivi di segnalazione acustica
  • lavorazione meccanica del legno con impiego di seghe circolari, piallatrici
  • fucinatura nelle fonderie
  • fabbricazione delle falci
  • lavori in galleria con mezzi meccanici ad aria compressa
  • lavori svolti all’interno delle navi (rottura delle lamiere, battitura, verniciatura)
  • tranciatura dei metalli
  • lavori di spray con torce al plasma
  • prova delle armi da fuoco automatiche
  • prova dei motori a reazione.

Perché il danno all’udito possa considerarsi malattia professionale deve comportare una apprezzabile diminuzione della capacità di sentire, da valutarsi caso per caso [2].

Il danno all’udito deve essere riscontrato e certificato dal Servizio di Igiene e Sicurezza del Lavoro dell’Asl, oppure a seguito di visita specialistica su indicazione del proprio medico curante.

Il certificato che attesta l’ipoacusia deve essere consegnato dal lavoratore al datore di lavoro entro 15 giorni dalla visita.

Il datore di lavoro deve dunque trasmettere all’Inail la denuncia di malattia professionale entro 5 giorni dal ricevimento del primo certificato medico, corredata da informazioni in merito all’attività che avrebbe determinato la malattia, le mansioni del lavoratore, gli accertamenti praticati in azienda e l’orario di lavoro.

Successivamente, l’Inail chiamerà a visita il lavoratore e chiederà al datore di lavoro copia del documento aziendale di valutazione dei rischi.

Il lavoratore chiamato a visita dall’Inail dovrà portare con sé:

  • libretto di lavoro;
  • documentazione sanitaria inerente la patologia denunciata;
  • accertamenti sanitari preventivi e periodici svolti in azienda;
  • eventuali attestazioni di invalidità riconosciute in altri ambiti giuridici.

Se la malattia denunciata non è prevista dalle tabelle, l’Inail può avvalersi, in caso di dubbi, della sua struttura tecnica di accertamento del rischio (Contarp) per effettuare indagini ispettive all’interno dell’azienda e quantificarne l’esposizione.

L’Inail, assumendosene i costi, può anche richiedere al lavoratore ulteriori accertamenti sanitari.

Con una successiva comunicazione, l’Istituto assicuratore farà conoscere al lavoratore le sue conclusioni, che potranno accogliere o respingere la richiesta di riconoscimento di malattia professionale, quantificandone il grado di inabilità al lavoro.

Contro le decisioni assunte dall’Inail, il lavoratore può presentare opposizione all’ente stesso.

L’opposizione deve essere presentata presso la sede del domicilio del lavoratore e deve contenere:

  • i dati anagrafici;
  • il riferimento all’evento (numero del caso, data dell’infortunio, data del provvedimento);
  • le motivazioni a sostegno dell’opposizione, allegando il certificato medico dal quale emergano gli elementi giustificativi della domanda.

Il procedimento in opposizione si considera concluso nel termine di 150 giorni (120 per le revisioni).

Il lavoratore può farsi assistere nell’opposizione da un avvocato o dal Patronato.Nel caso in cui l’istanza sia stata rigettata o, se accolta, l’esito non sia soddisfacente, il lavoratore può presentare con la necessaria assistenza di un avvocato, ricorso giudiziale presso il Tribunale del lavoro. Il termine di prescrizione per il ricorso giudiziale è di tre anni e 150 giorni (210 per le revisioni) e decorre dal giorno dell’infortunio [3].

note

[1] Punto 44, Allegato n. 4 al D.P.R. 9 giugno 1975, n. 482.

[2] Art. 78, comma 30, D.P.R. 30 giugno 1965, n. 1124.

[3] Cass., sent.  n. 2285/13 del 31.01.2013.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MIANI CANEVARI Fabrizio – Presidente –

Dott. LA TERZA Maura – Consigliere –

Dott. BANDINI Gianfranco – Consigliere –

Dott. MANCINO Rossana – Consigliere –

Dott. TRICOMI Irene – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 31442-2007 proposto da:

S.S.P., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA FRANCESCO DE SANCTIS 4, presso lo studio dell’avvocato TENCHINI GIUSEPPE, che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato PRUNEDDU GIOVANNI ERNESTO, giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

I.N.A.I.L. – ISTITUTO NAZIONALE PER L’ASSICURAZIONE CONTRO GLI INFORTUNI SUL LAVORO, in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA IV NOVEMBRE 144, presso lo studio degli avvocati RASPANTI RITA e LA PECCERELLA LUIGI che lo rappresentano e difendono, giusta procura notarile in atti;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 63/2007 della CORTE D’APPELLO di CAGLIARI, depositata il 26/04/2007 r.g.n. 243/05;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 29/11/2012 dal Consigliere Dott. IRENE TRICOMI;

udito l’Avvocato PUGLISI LUCIA per delega LA PECCERELLA LUIGI;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. SERVELLO Gianfranco, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

  1. La Corte d’Appello di Cagliari con la sentenza n. 63 del 26 aprile 2007, accoglieva l’impugnazione proposta dall’INAIL nei confronti di S.S.P. nei confronti della sentenza emessa dal Tribunale di Cagliari l’11 febbraio 2005.
  2. Lo S., premesso di aver lavorato dal 1977 esposto al rischio di sordità da rumori in lavorazioni particolarmente rumorose come coltivatore diretto, contraendo un’ipoacusia di natura professionale, poichè l’INAIL aveva rigettato la domanda proposta in via amministrativa il 20 dicembre 2001, aveva adito il Tribunale per l’accertamento del proprio diritto ad un indennizzo in capitale ovvero in rendita commisurato al danno biologico che fosse stato accertato in corso di causa e la condanna dell’istituto assicuratore al pagamento delle relative somme con rivalutazione monetaria, interessi legali e spese.
  3. Il giudice di primo grado accoglieva la domanda dichiarando il diritto dello S. ad una rendita commisurata ad un danno biologico per ipoacusia del 19% dalla domanda.
  4. La Corte d’Appello, su impugnazione dell’INAIL, riteneva fondata l’eccezione di prescrizione formulata dalla stessa, in quanto da parte del ricorrente vi era la consapevolezza dell’esistenza della malattia e dell’origine professionale della stessa.

Ed infatti dalle risultanze di causa, emergeva che quando nel dicembre 2001 lo S. aveva presentato la domanda era interamente trascorso il termine triennale di prescrizione di cui dal D.P.R. 30 giugno 1965, n. 1124, art. 112, atteso, in particolare che lo S. che lamentava acufeni da ipoacusia a sinistra da circa dieci anni (cfr. referto di visita otorino 23 luglio 1987), in data 10 ottobre 1987 si sottoponeva ad un esame audiometrico che accertò la lesione cocleare bilaterale pantonale da trauma acustico cronico professionale associato a recruitment. In un successivo esame del 28 gennaio 1989, veniva confermata l’ipoacusia pantonale bilaterale di tipo percettivo.

  1. Per la cassazione della sentenza resa in grado di appello ricorre lo S. prospettando un motivo di ricorso assistito dal prescritto quesito di diritto.
  2. L’INAIL resiste con controricorso, depositando memoria in prossimità dell’udienza ex art. 378 c.p.c..

MOTIVI DELLA DECISIONE 1. Con l’unico motivo di ricorso è dedotta violazione dell’art. 2935 c.c. e del D.P.R. n. 1124 del 1965, artt. 111 e 112, richiamati dal D.Lgs. n. 38 del 2000, art. 13, comma 11, dal D.Lgs. n. 38 del 2000, art. 13, comma 2, e degli artt. 3 e 38 Cost., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3.

Il quesito di diritto è stato così specificato: se può farsi decorrere la prescrizione del diritto ad un indennizzo per malattia professionale prima della presentazione della domanda amministrativa di indennizzo, sulla sola considerazione che la malattia professionale era preesistente alla domanda di indennizzo.

Afferma, in particolare, il ricorrente, in ragione delle disposizioni richiamate, che il termine di prescrizione per la proposizione dell’azione giudiziaria inizia a decorrere dalla presentazione all’Istituto della denuncia con il certificato medico e non dal momento in cui la malattia professionale si manifesta.

La sentenza della Corte d’Appello nell’uniformarsi alla giurisprudenza di legittimità, come formatasi a seguito della sentenza della Corte costituzionale n. 206 del 1988, non avrebbe valutato correttamente il contenuto di tale decisione del Giudice delle Leggi, che lungi dal voler danneggiare il lavoratore, ha inteso i benefici della presunzione di professionalità dell’accertata malattia, non solo quando la domanda sia stata presentata nei termini previsti dalle tabelle delle malattie professionali, ma anche quando la malattia si sia manifestata entro detti termini.

Nella fattispecie in esame, quindi, il termine di prescrizione non sarebbe decorso in quanto l’azione giudiziaria veniva proposta nel termine di tre anni dalla proposizione della domanda amministrativa.

  1. Il motivo non è fondato e deve essere rigettato.

Questa Corte intende dare continuità, condividendolo, al principio già affermato (Cass., n. 27323 del 2005, 14717 del 2006) secondo cui a seguito della sentenza della Corte costituzionale n. 206 del 1988 (dichiarativa dell’illegittimità costituzionale D.P.R. n. 1124 del 1965, art. 135, comma 2, nella parte in cui poneva una presunzione assoluta di verificazione della malattia professionale nel giorno in cui veniva presentata all’istituto assicuratore la denuncia con il certificato medico), nel regime normativo attuale la manifestazione della malattia professionale, rilevante quale “dies a quo” per la decorrenza del termine prescrizionale di cui al D.P.R. 30 giugno 1965, n. 1124, art. 112, può ritenersi verificata quando la consapevolezza circa l’esistenza della malattia, la sua origine professionale e il suo grado invalidante siano desumibili da eventi oggettivi ed esterni alla persona dell’assicurato, che costituiscano fatto noto, ai sensi degli artt. 2727 e 2729 cod. civ., come la domanda amministrativa, nonchè la diagnosi medica, contemporanea, dalla quale la malattia sia riconoscibile per l’assicurato.

La data di presentazione della domanda amministrativa rileva ai fini della decorrenza della prestazione, atteso che la rendita per infortunio sul lavoro o malattia professionale non può decorrere da data anteriore a quella della domanda amministrativa, in conformità al principio secondo cui il titolare del diritto ad una prestazione previdenziale deve manifestare la propria volontà di farlo valere e la manifestazione di tale volontà costituisce il momento di decorrenza del diritto stesso (cfr., Cass., n. 17909 del 2011).

Non è ravvisabile, quindi, nella sentenza della Corte d’Appello, che ha fatto applicazione del principio sopra ricordato nel verificare la decorrenza del termine di prescrizione, alcun contrasto con le disposizioni normative invocate dal ricorrente, nè la lesione dei parametri costituzionali richiamati.

  1. Il ricorso deve essere rigettato.
  2. Le spese seguono la soccombenza e sono liquidate come in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Condanna il ricorrente al pagamento delle spese di giudizio che liquida in Euro tremila per compenso professionale, Euro quaranta per esborsi, oltre accessori.

Così deciso in Roma, il 29 novembre 2012.

Depositato in Cancelleria il 31 gennaio 2013

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