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La notifica al giusto indirizzo ma al piano sbagliato è valida?

11 aprile 2017


La notifica al giusto indirizzo ma al piano sbagliato è valida?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 11 aprile 2017



Se l’ufficiale giudiziario o il postino con l’atto giudiziario sbaglia piano la notifica è nulla ma può essere sanata con il raggiungimento dello scopo dell’atto ossia… impugnandola.

Che succede se l’ufficiale giudiziario o il postino, giunto per notificarci un atto del tribunale, dovesse sbagliare piano? Immaginiamo che, ad un interno diverso dal nostro ma dello stesso stabile, abiti una persona con il nostro stesso cognome: la notifica fatta in un appartamento differente, ma del medesimo edificio, si può impugnare? Di certo, se l’ufficiale giudiziario dovesse trovare qualcuno in casa riceverebbe da quest’ultimo le giuste indicazioni e non si porrebbero problemi. La questione invece diventa più delicata se consegna l’atto a una domestica o, non trovando nessuno nell’appartamento, depositi la raccomandata al Comune. Come ci si orienta in questi casi? La risposta viene da una sentenza della Cassazione pubblicata ieri [1].

Secondo la Corte la notifica effettuata al giusto indirizzo ma al piano sbagliato è nulla. «Nulla»… ma non «inesistente». Che significa questo sul piano pratico? La differenza è sostanziale e implica conseguenze diametralmente opposte. Per spiegarle dobbiamo fare una premessa.

Tutte le volte in cui una notifica errata è nulla, il vizio si sana (e non può più essere contestato) se si dimostra – in qualsiasi modo – che la notifica in questione “ha raggiunto il suo scopo”, ossia che l’atto è finito, in un modo o nell’altro, nelle mani del destinatario. Dunque, in questi casi, anche se la notifica non ha seguito le regole corrette non può più essere impugnata. Facciamo un esempio.

Immaginiamo una persona che, destinataria di una cartella di pagamento o di un decreto ingiuntivo, la riceva dalle mani di un ospite presente in casa sua solo quel giorno e che, per caso, incontrando il postino, abbia ricevuto ugualmente l’atto, firmando il registro delle raccomandate per conto del padrone di casa. La notifica è sicuramente errata: la consegna infatti poteva essere fatta solo al familiare convivente e non a un ospite occasionale. Tuttavia il fatto che il destinatario abbia comunque ricevuto il plico fa sì che questi non possa più contestare il vizio della notifica.

Ebbene, chi impugna una notifica nulla in tribunale non fa altro che dichiarare – anche se tacitamente – che di tale notifica ha avuto notizia (come si può contestare qualcosa che non si conosce?). Si ha quindi una sanatoria.

Diverso è il caso della notifica inesistente, perché manchi dei suoi elementi minimi perché possa ritenersi avvenuta. Si pensi al caso di un soggetto che, pur non rivestendo la qualifica di pubblico ufficiale, esegua la consegna dell’atto giudiziario al destinatario. La notifica inesistente non può mai essere sanata.

Cosa significa tutto ciò nel caso di notifica a un piano sbagliato? Che, essendo tale notifica nulla e non inesistente, essa può essere sanata. Se il destinatario infatti contesta in tribunale la validità del procedimento di notifica, dimostra di aver comunque ricevuto il plico, che quindi l’atto ha raggiunto il proprio scopo e che pertanto il vizio è stato sanato.

Pertanto, se il postino o l’ufficiale giudiziario si sbaglia e consegna la raccomandata a un appartamento diverso dal nostro, ma del nostro stesso palazzo, ciò che conviene fare è … far finta di nulla. Ed eventualmente impugnare il successivo atto, sostenendo che quello precedente non è mai arrivato a destinazione.

note

[1] Cass. sent. n. 9232/17 del 10.04.2017.

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 3, sentenza 9 marzo – 10 aprile 2017, n. 9232
Presidente Amendola – Relatore Frasca

Fatto e diritto

Rilevato che:
1. La s.p.a. San Michele Casa di Cura Medical Hotel ha proposto ricorso per cassazione contro la s.r.l. Sipar avverso la sentenza del 27 giungo 2014, con cui la Corte d’Appello di Genova, in accoglimento dell’appello dell’intimata ed in riforma della sentenza di primo grado, resa dal Tribunale di Savona, Sezione Distaccata di Albenga, che l’aveva accolta, ha rigettato l’opposizione a precetto, proposta da essa ricorrente avverso un’esecuzione forzata minacciata sulla base di un decreto ingiuntivo.
2. Mentre il Tribunale aveva ritenuto che la notificazione del titolo esecutivo fosse affetta di inesistenza e che per tale ragione la doglianza circa la sua formazione fosse deducibile con l’opposizione al precetto, viceversa la Corte territoriale ha ritenuto che la fattispecie di inesistenza della notificazione invocata dall’opponente – consistente nell’essere avvenuta la notificazione nell’edificio in cui aveva sede la qui ricorrente, ma non al piano in cui tale sede era situata, bensì ad altro piano, dove aveva sede altra società affittuaria dell’azienda della ricorrente, ed a persona non dipendente né addetta rispetto ad essa – non fosse configurabile e sussistesse una fattispecie di nullità della notificazione del decreto ingiuntivo, che si sarebbe dovuta far valere con l’opposizione ai sensi dell’art. 650 c.p.c..
3. Al ricorso ha resistito con controricorso l’intimata.
4. Essendosi ravvisate le condizioni per la trattazione ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., nel testo modificato dal d.l. n. 168 del 2016, convertito, con modificazioni, dalla I. n. n. 197 del 2016, è stata formulata dal relatore designato proposta di definizione del ricorso con declaratoria di manifesta inammissibilità sotto distinti profili e, gradatamente, con dichiarazione di manifesta infondatezza. Il decreto di fissazione dell’udienza camerale e la proposta sono stati notificati agli avvocati delle parti.
5. Non sono state depositate memorie.
Considerato che:
1. Il Collegio condivide le valutazioni della proposta del relatore nel senso dell’inammissibilità ai sensi dell’art. 366 n. 6 c.p.c. e, gradatamente, nel senso dell’infondatezza.
2. Sotto il primo aspetto si rileva che il motivo di ricorso si fonda su atti processuali, costituiti dalla relata di notificazione del decreto ingiuntivo e da una prova testimoniale, ma riguardo ad essi non si fornisce l’indicazione specifica richiesta dalla norma (Cass. (ord.) n. 22303 del 2008 e Cass. sez. un. n 28547 del 2008; Cass. sez. un. n 7161 del 2010; Cass. 7455 del 2013; con specifico riferimento agli atti processuali Cass. sez. un. n. 22726 del 2011): infatti, non si dice se e dove detti atti sarebbero esaminabili in questo giudizio di legittimità, ove prodotti agli effetti dell’art. 369, secondo comma, n. 4 c.p.c. e nemmeno, quanto alla prova testimoniale si dice in che udienza, evidentemente di primo grado, venne espletata. Inoltre, alla stregua di quanto ammette Cass. sez. un. n. 22726 del 2011 neppure 9i dice, quanto al relativo verbale, di voler fare riferimento – trattandosi di atto processuale che non è nella disponibilità della ricorrente in originale, ma potrebbe esserlo solo in copia, alla sua presenza nel fascicolo d’ufficio del giudice d’appello, ove in esso fosse stato acquisito quello di primo grado.
3. Quanto alla infondatezza, essa emerge dal principio di diritto secondo cui “Il luogo in cui la notificazione del ricorso per cassazione viene eseguita non attiene agli elementi costitutivi essenziali dell’atto, sicché i vizi relativi alla sua individuazione, anche quando esso si riveli privo di alcun collegamento col destinatario, ricadono sempre nell’ambito della nullità dell’atto, come tale sanabile, con efficacia ex tunc, o per raggiungimento dello scopo, a seguito della costituzione della parte intimata (anche se compiuta al solo fine di eccepire la nullità), o in conseguenza della rinnovazione della notificazione, effettuata spontaneamente dalla parte stessa oppure su ordine del giudice ex art. 291 c.p.c..” (Cass. sez. un. n. 14916 del 2016).
Nella specie, la pretesa inesistenza della notificazione riguarderebbe il luogo in cui sarebbe avvenuta, se si intende inerente ad esso anche il piano dell’edificio.
Ciò, si osserva non senza che debba anche rilevarsi che la circostanza che nella specie, secondo la prospettazione della ricorrente, la notifica sia stata ricevuta dalla società affittuaria tramite un soggetto persona fisica ad essa riferibile, ma sempre in situazione in cui la ricorrente era destinataria della notificazione, si presta ad evidenziare in via presuntiva, da superarsi dalla stessa ricorrente, che l’affittuaria non fosse essa stessa incaricata della ricezione degli atti. Di modo che appare più che dubbio che vi fosse finanche una nullità della notificazione.
4. Il ricorso è dichiarato inammissibile e comunque sarebbe stato manifestamente infondato.
5. Le spese del giudizio di cassazione seguono la soccombenza e si liquidano in dispositivo ai sensi del d.m. n. 55 del 2014.
Ai sensi dell’art. 13 comma 1-quater del d.P.R. n. 115 del 2002, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma del comma 1-bis del citato art. 13.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso. Condanna la ricorrente alla rifusione alla resistente delle spese giudiziali, liquidate in Euro seimila, oltre duecento per esborsi, ed oltre alle spese generali al 15% e agli accessori come per legge. Ai sensi dell’art. 13 comma 1-quater del d.P.R. n. 115 del 2002, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma del comma 1-bis del citato art. 13.


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