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Frugare nelle tasche altrui in palestra è un reato grave

12 Aprile 2017


Frugare nelle tasche altrui in palestra è un reato grave

> Diritto e Fisco Pubblicato il 12 Aprile 2017



Il tentativo di rubare nelle tasche degli indumenti di uno spogliatoio di una palestra è furto in privata dimora.

Basta infilare le mani nelle tasche di un indumento altrui – come un giubbotto, un cappotto, un pantalone, una giacca, ma anche una borsa o uno zaino – per poter essere incriminati di tentato furto. Il semplice fatto di frugare nelle tasche altrui è reato, anche se non «consumato» ma solo «tentato». Non solo: se ciò avviene nello spogliatoio di una palestra, la punizione è più pesante perché si tratta di «privata dimora». A chiarirlo è una recente sentenza della Cassazione [1]. Per comprendere il principio e le implicazioni che esso comporta ricorriamo al consueto esempio.

Immaginiamo che una persona venga sorpresa, nello spogliatoio di una palestra, a mettere le mani nelle tasche di soprabiti e di jeans lasciati da alcuni dei clienti sulle panche e sugli appendiabiti. In verità, il testimone oculare riesce a intravedere solo l’atto delle dita che frugano all’interno degli indumenti altrui, ma non sa con certezza se lì dentro ci sono soldi, orologi, telefoni, ecc., se l’autore di tale condotta sta tentando di sottrarli o, magari, sta solo cercando un proprio oggetto. Tuttavia, il gesto è inequivocabile: si tratta di un volgare frugare nelle tasche altrui. Può bastare per integrare il delitto di furto [2]? Sì, ma solo quello «tentato» [3], posto che manca la prova dell’effettivo impossessamento del bene altrui. A riguardo, infatti, il codice penale stabilisce che chi compie atti idonei, diretti in modo non equivoco a commettere un delitto, risponde di delitto tentato, se l’azione non si compie o l’evento non si verifica. Ed è indubbio che frugare nelle tasche sia un gesto «non equivoco» che evidenzia l’intenzione di rubare.

C’è però un ulteriore elemento da considerare. Il codice penale, con una norma apposita [4], punisce il furto nella privata dimora con sanzioni più gravi del furto semplice, sanzioni che consistono nella reclusione da uno a sei anni e nella multa da 309 a 1.032 euro. Ma rubare nello spogliatoio della palestra, mettendo le mani negli abiti altrui, si può considerare al pari di rubare in una privata dimora? Sì, almeno secondo la Cassazione. Difatti, per «privata dimora» si devono intendere tutti i luoghi, non pubblici, nei quali una persona si trattiene, «in modo permanente oppure transitorio e contingente», per compiere atti di vita privata o attività lavorativa. Integra, pertanto, gli estremi del reato di furto tentato in privata dimora il comportamento di chi viene sorpreso, nello spogliatoio di un circolo sportivo, di una piscina o di una palestra, a frugare nelle tasche altrui [5]. Il che è agevolmente comprensibile, ove si consideri che gli utenti, recandosi nei locali di una palestra, per effettuare attività sportiva, lasciano negli spogliatoi i propri abiti e i propri effetti personali. Basta un testimone che abbia visto il colpevole con le “mani nel sacco” ossia frugare negli abiti lasciati all’interno dello spogliatoio.

note

[1] Cass. sent. n. 18089/17 del 10.04.2017.

[2] Art. 624 cod. pen.

[3] Art. 56 cod. pen.

[4] Art. 624 bis cod. pen.

[5] Cass., sent. n. 12180/2014.

Autore immagine: 123rf com

Corte di Cassazione, sez. IV Penale, sentenza 12 gennaio – 10 aprile 2017, n. 18089
Presidente Romis – Relatore Di Salvo

Ritenuto in fatto

1. D.A. ricorre per cassazione avverso la sentenza in epigrafe indicata, con la quale è stata confermata la pronuncia di condanna emessa in primo grado, in ordine al reato di cui agli artt. 56 – 624 bis cod. pen..
2. Il ricorrente deduce violazione di legge e vizio di motivazione, poiché l’unico elemento di prova a carico dell’imputato è la testimonianza del V. , il quale sostiene di aver visto il D. frugare nelle tasche degli indumenti dei ragazzi che erano in palestra, per un allenamento di basket, essendosi convinto che le intenzioni del D. erano delittuose, in quanto quest’ultimo era reduce da un arresto, che aveva avuto un certo rilievo sui giornali locali. Il V. , infatti, dalla posizione in cui si trovava non poteva vedere cosa stesse facendo il D. , che era entrato nella palestra soltanto per recarsi in bagno. E infatti l’operante di polizia giudiziaria ha dichiarato di non aver verificato se dal punto in cui il V. diceva di essersi fermato si potesse vedere all’interno degli spogliatoi.
2.1. Ad ogni modo la palestra di una scuola non è assimilabile a un luogo di privata dimora, onde esula il reato di cui all’art. 624-bis cod. pen.. Ingiustificatamente, d’altronde, la Corte d’appello dà per scontato che l’imputato fosse entrato in palestra appositamente per commettere il reato. Ricorre pertanto esclusivamente il reato di furto semplice, improcedibile per mancanza di querela.
2.2. La Corte d’appello ha erroneamente respinto la doglianza inerente alla ravvisabilità dell’attenuante di cui all’art. 62 n. 4 cod. pen., essendo del tutto verosimile che negli zainetti dei ragazzi non fosse possibile rinvenire che beni di scarso valore.
2.3. Le condizioni economiche e lo stato di tossicodipendenza del ricorrente avrebbero inoltre giustificato un giudizio di bilanciamento delle circostanze in termini di prevalenza delle attenuanti e una più favorevole dosimetria della pena. Si chiede pertanto annullamento della sentenza impugnata.

Considerato in diritto

1. La doglianza formulata con il primo motivo di ricorso è infondata. Costituisce infatti ius receptum, nella giurisprudenza della suprema Corte, il principio secondo il quale, anche alla luce della novella del 2006, il controllo del giudice di legittimità sui vizi della motivazione attiene pur sempre alla coerenza strutturale della decisione, di cui saggia l’oggettiva “tenuta”, sotto il profilo logico-argomentativo, e quindi l’accettabilità razionale, restando preclusa la rilettura degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione o l’autonoma adozione di nuovi e diversi parametri di ricostruzione e valutazione dei fatti (Cass., Sez. 3, n. 37006 del 27 -9-2006, Piras, Rv. 235508; Sez. 6, n. 23528 del 6-6-2006, Bonifazi, Rv. 234155). Ne deriva che il giudice di legittimità, nel momento del controllo della motivazione, non deve stabilire se la decisione di merito proponga la migliore ricostruzione dei fatti né deve condividerne la giustificazione, ma deve limitarsi a verificare se questa giustificazione sia compatibile con il senso comune e con i limiti di una plausibile opinabilità di apprezzamento, atteso che l’art. 606, comma 1, lett. e), cod. proc. pen. non consente alla Corte di cassazione una diversa interpretazione delle prove. In altri termini, il giudice di legittimità, che è giudice della motivazione e dell’osservanza della legge, non può divenire giudice del contenuto della prova, non competendogli un controllo sul significato concreto di ciascun elemento probatorio. Questo controllo è riservato al giudice di merito, essendo consentito alla Corte regolatrice esclusivamente l’apprezzamento della logicità della motivazione (cfr., ex plurimis, Cass., Sez. 3, n. 8570 del 14-1-2003, Rv. 223469; Sez. fer., n. 36227 del 3-9-2004, Rinaldi; Sez. 5, n. 32688 del 57-2004, Scarcella; Sez. 5, n.22771 del 15-4-2004, Antonelli).
1.1. Nel caso in disamina, l’impianto argomentativo a sostegno del decisum è puntuale, coerente, privo di discrasie logiche, del tutto idoneo a rendere intelligibile l’iter logico-giuridico seguito dal giudice e perciò a superare lo scrutinio di legittimità, avendo i giudici di secondo grado preso in esame tutte le deduzioni difensive ed essendo pervenuti alle loro conclusioni attraverso un itinerario logico-giuridico in nessun modo censurabile, sotto il profilo della razionalità, e sulla base di apprezzamenti di fatto non qualificabili in termini di contraddittorietà o di manifesta illogicità e perciò insindacabili in questa sede. Ciò si desume dalle considerazioni formulate dal giudice a quo alle pagine 6-7 della sentenza impugnata, in particolare laddove il giudice a quo ha posto in rilievo l’attendibilità delle dichiarazioni del teste V. , che non aveva mai visto l’imputato prima dei fatti e dunque non poteva essere animato da alcun pregiudizio nei suoi confronti e che ha riferito di aver visto il D. frugare nelle tasche del giubbotto di suo figlio; la compatibilità dello stato dei luoghi interessati dall’evento con quanto riferito dal V. , che ha precisato di aver visto l’imputato all’interno del secondo spogliatoio, in quanto la porta era aperta; l’inattendibilità della versione resa dal D. , il quale non ha neppure ammesso di essere entrato all’interno dello spogliatoio.
2. Nemmeno il secondo motivo di ricorso può essere accolto. Per luogo destinato a privata dimora, nell’ottica delineata dalla norma incriminatrice di cui all’art. 624- bis cod. pen., deve infatti intendersi qualsiasi luogo, non pubblico, in cui una persona si trattenga, in modo permanente oppure transitorio e contingente, per compiere atti di vita privata o attività lavorative (Cass., Sez. 4, n. 20022 del 16-4-2008, Rv. 239980). Integra, pertanto, come correttamente evidenziato dal giudice a quo, gli estremi del reato in esame il fatto commesso nello spogliatoio di un circolo sportivo (Cass., Sez. 5, n. 12180 del 1011-2014, Rv. 262815). Il che è agevolmente comprensibile, ove si consideri che gli utenti, recandosi nei locali di una palestra, per effettuare attività sportiva, lasciano negli spogliatoi i propri abiti e i propri effetti personali.
3. Anche il terzo motivo di ricorso è infondato. Per la sussistenza dell’attenuante di cui all’art. 62 n. 4 cod. pen., occorre infatti che il danno patrimoniale sia, in concreto, particolarmente tenue (Cass., Sez. 5, n. 43342 del 19-10-2005). Occorre, al riguardo, tener conto, oltre che del valore in sé della cosa sottratta, anche del pregiudizio complessivamente arrecato con l’azione criminosa, valutando gli ulteriori danni subiti dalla persona offesa (Cass., Sez. 2, n. 3576 del 23-10-2013, Rv. 260021, che, in riferimento alla targa di un veicolo, ha escluso l’attenuante in ragione delle spese sostenute dalla persona offesa per il rilascio di una nuova targa, di nuova documentazione e di un nuovo tagliando assicurativo; Cass., Sez. 5, n. 24003 del 14-1-2014, Rv. 260201, che ha escluso la ravvisabilità dell’attenuante nel caso di furto di una borsa contenente le chiavi di casa). La predetta circostanza è applicabile anche al delitto tentato, allorché sia possibile stabilire con certezza, sulla base delle modalità del fatto, che, se il reato fosse stato portato a compimento, il danno patrimoniale, per la persona offesa, sarebbe stato di particolare tenuità (Sez. U., n. 28243 del 28-3-2013, Zonni, Rv. 255528). Ciò che non è dato riscontrare nel caso in esame, non risultando dalla motivazione della sentenza impugnata alcun elemento per stabilire il valore dei beni custoditi nello spogliatoio della palestra e costituendo, d’altronde, massima di esperienza, come evidenziato dal giudice a quo, che gli utenti lascino in loco anche portafogli, documenti, chiavi di casa, orologi ed altri beni di un certo valore.
4. Le determinazioni del giudice di merito in ordine al giudizio di valenza e, più in generale, al trattamento sanzionatorio sono insindacabili in cassazione ove siano sorrette da motivazione esente da vizi logico-giuridici. Nel caso di specie, la motivazione della sentenza impugnata è senz’altro da ritenersi adeguata, avendo la Corte territoriale fatto riferimento ai precedenti penali specifici da cui è gravato l’imputato.
5. Il ricorso va dunque rigettato, con conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.


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