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Lo sai che? Spettacolo blasfemo e diritto al risarcimento del danno

Lo sai che? Pubblicato il 14 aprile 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 14 aprile 2017

Se si assiste ad uno spettacolo blasfemo ed anticristiano si ha il diritto di chiedere e di ottenere il risarcimento del danno morale?

Gli appassionati di arte, cinema, teatro, opera, musica e danza sono molti. Ma cosa succede se andando, ad esempio, a teatro o al cinema ci si ritrova ad assistere ad uno spettacolo blasfemo ed anticristiano? Cosa accade se un cittadino si sente “leso” da una rappresentazione artistica o teatrale, tale da poter “turbare” il proprio animo o la propria sensibilità religiosa? Si ha diritto al risarcimento del danno morale oppure non si potrà pretendere nulla?

Con una recentissima sentenza, la Corte di Cassazione ha dato una risposta a queste domande, statuendo – per dirla in poche parole – che l’arte non è mai blasfema. Può non piacere, può risultare provocatoria, creare sgomento, tanto da offendere i sentimenti e le emozioni di qualcuno. Il singolo cittadino, tuttavia, non avrà diritto di pretendere – invocando la propria sensibilità religiosa o morale – alcun tipo di risarcimento.

Questa pronuncia è sicuramente destinata a “far rumore” e potrebbe non essere vista di buon occhio da quanti, seppur appassionati d’arte, siano fervidamente ancorati ai propri valori religiosi e cristiani. Proprio per questo motivo, con la pronuncia in commento, la Corte di Cassazione ha posto l’accento sul principio di laicità dello Stato [2].

Come noto, uno Stato può essere definito  “laico” quando non fa propria una morale di matrice strettamente religiosa per affrontare e risolvere i problemi quotidiani della vita sociale, ponendosi rispetto ad essi in maniera “neutrale”. In quest’ottica esso si contrappone allo Stato “clericale” in cui i precetti propri di una fede sono seguiti dallo Stato medesimo e diventano vincolanti per tutti i consociati.

Nella società contemporanea, multiculturale e multireligiosa il principio di laicità dello Stato costituisce il punto di riferimento fondamentale per evitare fenomeni di fondamentalismo e integralismo religioso e per ottenere il risultato di una civile convivenza fra tutti, a prescindere dalle diverse connotazioni di ciascuno, siano esse religiose, etiche, razziali, linguistiche, etniche, politiche, sessuali ecc.

Ciò posto, in uno Stato laico (qual è il nostro) ed in cui la sfera sociale dovrebbe essere ben distinta rispetto alla sfera religiosa, non si potrebbero in alcun modo «inibire» le manifestazioni artistiche, anche se «sospettate di offendere il sentimento religioso di qualcuno».

Con queste parola la Suprema Corte ha respinto la richiesta di risarcimento per danni morali avanzata da un cittadino nei confronti della Biennale di Venezia, ritenuta “colpevole” di aver messo in scena – nel 2007 – il balletto “Messiah Game”, lettura in chiave sadomaso della Passione di Cristo.

Detto spettacolo era stato ritenuto, da molti, gravemente offensivo «del comune sentire medio del cittadino cattolico, oltre che lesivo del diritto di libertà religiosa garantito dall’articolo 19 della Costituzione».

Analoga accusa era stata mossa nel 1988 nei confronti di un film di Martin Scorsese intitolato “L’ultima tentazione di Cristo”, presentato alla Mostra del Cinema.  Film ritenuto – da molti esponenti del mondo cristiano – addirittura blasfemo.

I Giudici, tuttavia, hanno affermato che tra i «principi fondamentali della Repubblica ci sono la promozione e lo sviluppo della cultura, la libertà dell’arte e della scienza e pertanto sono pienamente consentite le manifestazioni artistiche e scientifiche, che possono svolgersi senza dover subire condizionamenti o indirizzi di sorta».

«La carta costituzionale» sottolinea la Cassazione «afferma la laicità dello Stato, il che esclude il diritto di un singolo cittadino di pretendere che lo Stato impedisca manifestazioni di pensiero contrarie ai principi della religione cristiana, purché non si pongano problemi di ordine pubblico o rilevanza penale». Esiste, infatti, la libertà di manifestazione del proprio pensiero [3] (anche artistico) che in uno Stato laico non può subire condizionamenti “moralistici”.

Vero è che in questi casi il pubblico ha sempre ragione. Ed infatti è sempre il “popolo sovrano”  (insieme alla critica) a decretare il successo o a stroncare un film, un’opera teatrale o una manifestazione artistica. Il pubblico, ovviamente, è liberissimo di esprimere il proprio giudizio che ben potrà essere ancorato alla propria morale o al proprio sentire religioso. A tanto però non potrà far riferimento per chiedere un risarcimento del danno morale.

Ed infatti, il singolo che – invocando la propria sensibilità religiosa – pretenda di ottenere un ristoro economico dopo aver visto una rappresentazione a suo dire blasfema, oltre a non essersi goduto lo spettacolo resterà a mani vuote.

note

[1] C. Cass. sez. I, sentenza n. 1468 del 23.03.2017 (presidente Bernabei, Relatore Sambito)

[2] Il principio di laicità si ricava dalla lettura combinata di numerose disposizioni della Costituzione. Come ha precisato al Corte costituzionale con la sentenza n. 203 del 1989, il principio di laicità, declinato negli articoli 2, 3, 7, 8, 19, e 22, rappresenta un principio “supremo” che non potrebbe essere eliminato neppure mediante il procedimento di revisione costituzionale.

[3] Art. 21 Cost.

Autore immagine: Pixabay


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