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Auto di lavoro: risarcimento doppio per l’incidente stradale

17 aprile 2017


Auto di lavoro: risarcimento doppio per l’incidente stradale

> Diritto e Fisco Pubblicato il 17 aprile 2017



Il danno da fermo tecnico deve essere risarcito se l’automobile incidentata serve come mezzo per lo spostamento dovuto all’attività lavorativa.

Se fai un incidente stradale e l’auto deve stare per qualche giorno dal meccanico per le dovute riparazioni, hai diritto a un ulteriore risarcimento (oltre a quello sostenuto per la spesa dell’officina) se dimostri che tale mezzo ti serve per lavorare. È il cosiddetto «danno da fermo tecnico» riconosciuto costantemente dalla giurisprudenza e, da ultimo, da una recente sentenza del Tribunale di Firenze [1]. In pratica spetta un risarcimento doppio a chi non può usare l’auto di lavoro: uno per i danni economici conseguenti alle spese di riparazione, un altro per gli inconvenienti che derivano dal fatto di essere rimasti “a piedi”. Ma procediamo con ordine.

La legittimazione processuale dello studio associato

La sentenza in commento affronta preliminarmente un altro problema: quello del diritto a promuovere una causa in capo al rappresentante dello studio associato. Ad agire in giudizio – a prescindere dalla proprietà dell’auto di pertinenza dei singoli associati – può anche essere lo Studio come associazione professionale, in persona del proprio rappresentante. In proposito, la Cassazione [2] ha chiarito che lo studio professionale associato, seppur privo di personalità giuridica, rientra «a pieno titolo nel novero di quei fenomeni di aggregazione di interessi cui la legge attribuisce la capacità di porsi come autonomi centri di imputazione di rapporti giuridici, muniti di legale rappresentanza». Il che significa che lo studio associato ha legittimazione processuale, attiva o passiva e può, ad esempio, chiedere un risarcimento del danno. Tali associazioni possono infatti «stare in giudizio nella persona di coloro ai quali, secondo questi accordi, è conferita la presidenza o direzione».

Il danno da fermo tecnico

Come abbiamo anticipato in apertura, chi non può usare l’auto di lavoro ha diritto a un doppio risarcimento: quello per le riparazioni e quello per la necessità di trovare mezzi alternativi per potersi recare in azienda, allo studio o al negozio. È il cosiddetto «danno da fermo tecnico».

Per «danno da fermo tecnico» si intende il pregiudizio economico subito dal proprietario dell’autovettura danneggiata a seguito di un incidente stradale derivante dall’impossibilità di utilizzarla per il lasso di tempo necessario alla riparazione della stessa. Anche durante la sosta forzata, infatti, l’auto continua a generare spese (si pensi, ad esempio, alla tassa di circolazione ovvero al premio della polizza assicurativa) comunque sopportate dal proprietario oltre alla naturale perdita di valore del veicolo a seguito del sinistro. Senza contare le spese necessarie a valersi di veicoli alternativi, come un taxi, un’auto in leasing o anche la semplice scomodità di dover chiedere un passaggio o l’auto di amici o parenti.

Il danno da fermo tecnico genera, più nel dettaglio, due sottotipi di danno: il danno emergente e il lucro cessante:

  • il danno emergente si configura ogniqualvolta il proprietario dell’auto dovrà sostenere delle spese vive per far fronte alla situazione determinatasi (ad esempio, costi di noleggio, costi di trasporto, costi di deposito, etc.). In altre parole, il proprietario del veicolo danneggiato subisce un danno emergente nel caso in cui si trovi a dover sostenere un esborso;
  • il lucro cessante, invece, si configura quando l’indisponibilità del bene incida negativamente sul patrimonio del danneggiato determinandone una perdita (si pensi al caso della impossibilità di svolgere il proprio lavoro per la mancata fruizione del mezzo) [3].

In ordine alla prova da fornire per dimostrare il danno da fermo tecnico, i giudici si sono divisi in due correnti di pensiero:

  • secondo alcuni il danno non va dimostrato perché automatico (per usare un gergo tecnico, esso si considera «in re ipsa» ossia connesso al fatto stesso). Secondo tale orientamento, ciò che conta per la risarcibilità di un danno è che il danneggiato sia stato privato del veicolo per un certo periodo di tempo, anche a prescindere dall’uso effettivo a cui esso era destinato, giacché l’auto è, anche durante la sosta forzata, continua ad essere fonte di spese;
  • secondo altri invece è necessario fornire la prova specifica della perdita economica subita. Pertanto il risarcimento per fermo tecnico del veicolo viene riconosciuto solo se la perdita patrimoniale che ne deriva può essere provata.

note

[1] Trib. Firenze sent. n. 512/17 del 17.02.2017.

[2] Cass. sent. n. 15694/11.

[3] Così “Circolazione stradale e RCAuto – Percorso operativo (Il Sole 24 Ore)” di Francesca De Luca.

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TRIBUNALE ORDINARIO DI FIRENZE

SECONDA SEZIONE CIVILE

Il Tribunale, nella persona del Giudice dott. Luca Minniti ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile di I grado iscritta al n. r.g. 101/2014 promossa da:

AN.OL. (…), con il patrocinio dell’avv. DO.SI. (…) elettivamente domiciliato in via (…) 50100 FIRENZE presso il difensore avv. GU.AL. ATTORE e CONVENUTA IN RICONVENZIONALE

Contro

STUDIO AR.AN. con il patrocinio dell’avv. CA.MA. elettivamente domiciliato in VIA (…) 50129 FIRENZE presso il difensore avv. CA.MA. CONVENUTO ATTORE IN RICONVENZIONALE

GI.PO. (…), LA.AN. (…),

CONVENUTI CONTUMACI

SPA (…), con il patrocinio dell’avv. NI.VA. e dell’avv. , elettivamente domiciliato in VIA (…) 50129 FIRENZE presso il difensore avv. NI.VA. TERZO CHIAMATO

MA.CA.

NE.CA.

CONVENUTI CONTUMACI

RAGIONI DI FATTO E DI DIRITTO DELLA DECISIONE

Con atto di citazione notificato in data 11.03.2013 lo Studio Ar. di An., Ca. e Po., conveniva davanti al giudice di Pace di Firenze, per l’udienza del 7.5.2013, la signora Ol. per far accertare la responsabilità della stessa nella causazione del sinistro avvenuto in data 12.09.2012, verso le ore 16.35 circa, in Firenze, via (…), e per l’effetto condannarla al risarcimento dei danni patrimoniali patiti.

Lo Studio Ar. sosteneva che la signora Ol., alla guida del velocipede Mod. Ho., percorrendo via (…), lato via (…), con direzione via (…), giunta in prossimità del lato curvilineo destroso a 90esimo che unisce via (…) con via (…), invadeva l’opposto senso di marcia, urtando il veicolo (…) (tg. (…)) condotta dal sig. Ne.Ca., che procedeva regolarmente sulla destra della propria corsia in direzione opposta.

Nel giudizio innanzi al Giudice di Pace di Firenze, la signora Ol.An. si costituiva con comparsa di costituzione e risposta, eccependo in via preliminare la mancanza di legittimazione attiva dello Studio Ar., e chiedendo, in via riconvenzionale, l’accertamento della responsabilità del Sig. Ne.Ca. in solido con lo Studio Ar.An. o colui che risulterà proprietario dell’auto (…) e la Compagnia Assicuratrice Sa. e, per l’effetto, il risarcimento dei danni subiti a seguito delle lesioni riportate nel sinistro. La signora Ol. eccepiva altresì l’incompetenza per valore del Giudice adito.

Il Giudice di Pace, con ordinanza resa il 5.11.2013, si dichiarava incompetente per valore a favore del Tribunale di Firenze e assegnava il termine di sessanta giorni per la riassunzione della causa.

In data 7.1.2014, la Sig.ra Ol.An. citava in giudizio lo Studio Ar. di, i Signori Gi.Po. e La.An. Chiedeva, inoltre, l’autorizzazione a chiamare in causa la Compagnia Assicuratrice Sa. (oggi Un. SpA) e il sig. Ma.Ca., per sentire dichiarare la carenza di legittimazione attiva dello Studio Ar. ed ottenere la condanna dello stesso, nonché della chiamata in causa Un. e del sig. Ne.Ca. al risarcimento dei danni subiti.

Si costituiva in giudizio Studio Ar.An., chiedendo il rigetto della domanda attorea e ponendo domanda riconvenzionale volta ad ottenere l’accertamento della responsabilità del fatto dell’odierna attrice e, per l’effetto, la condanna della stessa al pagamento dei danni subiti dallo Studio Ar.

All’udienza del 12.06.2014, il Giudice disponeva l’integrazione del contraddittorio nei confronti di Ma.Ca. Nessuno compariva per Gi.Po. e per La.An.

All’udienza dell’11.2.2015 il giudice dichiarava la contumacia di Ma.Ca. e disponeva l’integrazione del contraddittorio nei confronti di Un. e Ne.Ca. Si costituiva in giudizio Un. e, all’udienza dell’1.7.2015, il Giudice dichiarava la contumacia di Ne.Ca.

All’udienza del 10.11.2016, il Giudice tratteneva la causa in decisione.

La causa è stata istruita con interrogatorio formale del convenuto Ne.Ca., con prove per testi e con prove documentali.

Sulla legittimazione attiva e sul merito della domanda di “Studio Ar.” di An.Ca.

Parte attrice, in via preliminare, sosteneva la mancanza di legittimazione attiva di “Studio Ar.” di An.Ca., ritenendo la controparte non titolare del diritto fatto valere in giudizio, in quanto non proprietaria dell’autoveicolo coinvolto nel sinistro. Orbene, la questione sollevata dalla parte non attiene alla legittimazione ad agire, bensì alla titolarità del diritto fatto valere in giudizio. La Suprema Corte, a riguardo, con la sentenza 16 febbraio 2016 n. 2951, si è espressa, per l’ennesima volta, limpidamente affermando che l’istituto della legittimazione ad agire si iscrive nella cornice del diritto d’azione, il diritto di agire in giudizio. L’azione a tutela del diritto costituisce momento essenziale di un ordinamento perché solo per essa si può parlare di giuridicità dell’ordinamento. Se un diritto non è tutelabile, non è un diritto. (…) La legittimazione ad agire serve ad individuare la titolarità del diritto ad agire in giudizio. Ragionando ex art. 81 c.p.c., per il quale “fuori dai casi espressamente previsti dalla legge, nessuno può far valere nel processo in nome proprio un diritto altrui”, essa spetta a chiunque faccia valere nel processo un diritto assumendo di esserne titolare. Secondo una tradizionale e condivisibile definizione la “parte” è il soggetto che in proprio nome domanda o il soggetto contro il quale la domanda, sempre in proprio nome, è proposta. Oggetto di analisi, ai fini di valutare la sussistenza della legittimazione ad agire, è la domanda, nella quale l’attore deve affermare di essere titolare del diritto dedotto in giudizio. Ciò che rileva è la prospettazione (discorso analogo vale per la simmetrica legittimazione a contraddire, che attiene alla titolarità passiva dell’azione e che anch’essa, dipende dalla prospettazione nella domanda di un soggetto come titolare dell’obbligo o della diversa situazione soggettiva passiva dedotta in giudizio). Nel caso in cui l’atto introduttivo del giudizio non indichi, quanto meno implicitamente, l’attore come titolare del diritto di cui si chiede l’affermazione e il convenuto come titolare della relativa posizione passiva, l’azione sarà inammissibile. Naturalmente ben potrà accadere che poi, all’esito del processo, si accerti che la parte non era titolare del diritto che aveva prospettato come suo (o che la controparte non era titolare del relativo obbligo), ma ciò attiene al merito della causa, non esclude la legittimazione a promuovere un processo. L’attore perderà la causa, con le relative conseguenze, ma aveva diritto ad intentarla. Alla luce di tali considerazioni, quindi, la legittimazione ad agire di Studio Ar. di An.Po. è senza dubbio sussistente, ritenendo la parte di essere titolare del diritto al risarcimento del danno patrimoniale dovuto al pagamento della fattura relativa ai danni riportati dall’autovettura coinvolta nel sinistro de quo.

Altra questione, invece, è la titolarità della posizione soggettiva vantata in giudizio.

Nel caso di specie ha agito lo Studio Ar. associazione professionale in persona del rappresentante ancorché la proprietà dell’auto è di pertinenza dei singoli associati.

Com’è noto (Cfr Cass. civ. sent. n. 15694/2011) “anche se privo di personalità giuridica, lo studio professionale associato rientra a pieno titolo nel novero di qui fenomeni di aggregazione di interessi cui la legge attribuisce la capacità di porsi come autonomi centri di imputazione di rapporti giuridici, muniti di legale rappresentanza in conformità della disciplina dettata dall’art. 36 c.c.”, che stabilisce che “L’ordinamento interno e l’amministrazione delle associazioni non riconosciute come persone giuridiche sono regolati dagli accordi degli associati. Le dette associazioni possono stare in giudizio nella persona di coloro ai quali, secondo questi accordi, è conferita la presidenza o direzione”. Ed inoltre che “l’art. 36 c.c. stabilisce che l’ordinamento interno e l’amministrazione delle associazioni non riconosciute sono regolati dagli accordi tra gli associati, che ben possono attribuire all’associazione la legittimazione a stipulare contratti e ad acquisire la titolarità di rapporti poi delegati ai singoli aderenti e da essi personalmente curati. Ne consegue che, ove il giudice del merito accerti tale circostanza, sussiste la legittimazione attiva dello studio professionale associato cui la legge attribuisce la capacità di porsi come autonomo centro di imputazione di rapporti giuridici”.

A questo riguardo, occorre rilevare che titolare del diritto al risarcimento del danno patrimoniale consistente nel costo di riparazione, conseguente a sinistro stradale non è necessariamente il proprietario od il titolare di altro diritto reale sul bene mobile, ma anche chi, avendo il possesso o la detenzione del veicolo, risponda nei confronti del proprietario dei danni occorsi allo stesso e abbia provveduto a sue spese, avendovi interesse, alla riparazione del mezzo (Cass. civ. n. 21011/2010). Per cui il possessore o il detentore dovrà dimostrare da un lato, la sussistenza di un titolo in virtù del quale è obbligato a tenere indenne il proprietario, e, dall’altro, che l’obbligazione scaturente da quel titolo sia stata già adempiuta, in modo da evitare che il terzo proprietario possa pretendere anche egli di essere risarcito dal danneggiante (Cass. 26 ottobre 2009 n. 22602). La Suprema Corte ha ulteriormente evidenziato che “in tema di legittimazione alla domanda di danni, deve ritenersi che il diritto al risarcimento può spettare anche a colui il quale, per circostanze contingenti, si trovi ad esercitare un potere soltanto materiale sulla cosa e, dal danneggiamento di questa, possa risentire un pregiudizio al suo patrimonio, indipendentemente dal diritto, reale o personale, che egli abbia all’esercizio di quel potere. E’ dunque tutelabile in sede risarcitoria anche la posizione di chi eserciti nei confronti dell’autovettura danneggiata in un sinistro stradale una situazione di possesso giuridicamente qualificabile come tale ai sensi dell’art. 1140 c.c.” (Cass. 23 febbraio 2006 n. 4003, 20 agosto 2003 n. 12215). Nel caso di specie, tuttavia, lo Studio Ar., sebbene abbia provato l’adempimento del pagamento della fattura di riparazione n. 135 del 16.10.2012, emessa dalla “Autocarrozzeria Ce. S.n.c.” (doc. in atti), non ha dimostrato alcun titolo in virtù del quale ha assunto l’obbligazione nei confronti dei signori An., Ca. e Po., comproprietari della vettura coinvolta nell’evento de quo. Difatti, prova alcuna è stata fornita in giudizio idonea a d integrare tale presupposto per il riconoscimento del diritto. Ed ancor prima neppure è stata allegato il titolo in forza del quale avrebbe assunto l’obbligazione. Di conseguenza non può dirsi sussistente il nesso di causa tra il sinistro de quo e il costo sopportato dallo Studio Ar. e, pertanto, la sua domanda riconvenzionale non può trovare accoglimento.

Sulla domanda della signora An.Ol.

La disciplina applicabile al caso di specie è certamente quella prevista dall’art. 2054, comma II, c.c. secondo la quale nel caso di scontro tra veicoli si presume, fino a prova contraria, che ciascuno dei conducenti abbia concorso ugualmente a produrre il danno subito dai singoli veicoli. Peraltro, nel caso ad oggetto, la presunzione di concorso in parti uguali alla produzione del danno, prevista da tale disposizione, ad avviso dell’odierno giudicante, non è applicabile, in quanto dalle risultanze istruttorie la responsabilità è ascrivibile in via esclusiva alla ciclista. Difatti, la presunzione di colpa prevista in ugual misura a carico di ciascuno dei conducenti (art. 2054 cod. civ., comma 2) ha funzione meramente sussidiaria, giacché opera solo ove non sia possibile l’accertamento in concreto della misura delle rispettive responsabilità: l’accertamento della colpa esclusiva di uno dei conducenti libera, perciò, l’altro dalla presunzione di responsabilità concorrente, nonché dall’onere di dimostrare di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno (art. 2054, comma 1, c.c.) (Cass. civ., sez. VI ordinanza del 19/02/2014 n. 3876). Per ciò che attiene al caso di specie, dunque, i convenuti, hanno pienamente assolto all’onere della prova contraria. Difatti, come riferito nel corso dell’interrogatorio formale dal signor Ne.Ca. e dai testimoni, l’auto del Ca. è stata urtata dalla bicicletta che viaggiava contromano. Infatti, il teste Ba.Ma., riferendosi alla bicicletta, affermava “era proprio contromano si è spostata verso il muro sulla sinistra; io ero dietro la bicicletta con il motorino, la macchina ha fatto la curva normale e si è trovata la bicicletta davanti”; e, ancora, il teste Fe.Mo. dichiarava “è vero la bicicletta era nella nostra corsia”. Tali deposizioni testimoniali, inoltre, avvalorano la dinamica del fatto ricostruita dalla Polizia Municipale a seguito delle attività di rilievo svolte, delle tracce rinvenute sulla strada e delle dichiarazioni concordanti rese dai testimoni; nel verbale dalla stessa redatto, si legge quanto segue: il velocipede transitava via (…) con provenienza via Villamagna e direzione lato Via (…) quando, giunto nella prossimità del tratto curvilineo destrorso a 90esimo che unisce via (…) stessa con Via (…), effettuava una repentina manovra di spostamento da destra verso sinistra, invadendo completamente il senso opposto di marcia, con direzione lato tratto di via (…), che congiunge il lato Via (…) con il lato Via (…). Durante tale fase di transito contromano in prossimità di curva, il velocipede veniva ad urto con l’autovettura che con provenienza Via (…) (via (…)) aveva appena imboccato Via (…). Non vi sono ulteriori elementi di prova vi sono a sostegno di una ricostruzione diversa del fatto.

Allo stesso modo, alcuna colpa è rinvenibile nella condotta del conducente della vettura. In primo luogo, non risulta che la velocità fosse eccessiva rispetto allo stato dei luoghi e alle condizioni della strada; tale circostanza è, difatti, desumibile dal fatto che, al contrario di quanto sostenuto da parte attrice che affermava di esser stata scaraventata, a seguito dello scontro, ad una distanza di circa trenta metri dal punto d’urto, facendo presumere l’elevata velocità della vettura, i testi escussi hanno tutti dichiarato che il corpo della signora Ol. veniva scaricato ad una distanza di circa quattro metri (il teste Ma. affermava: “non certamente trenta metri, è impossibile, non ha fatto un volo, sicuramente meno di cinque”; il teste Mo. dichiarava: “non è vero sarà stato al massimo tre, quattro metri”), facendo dunque presumere una velocità non eccessivamente elevata. Inoltre, dalle dichiarazioni del teste Ma. (“io ero dietro la bicicletta con il motorino, la macchina ha fatto la curva normale e si è trovata la bicicletta davanti”), si evince come la repentinità dell’azione di impiego dell’altra corsia da parte della bicicletta, abbia reso l’evento imprevedibile e pertanto non evitabile. La circostanza, inoltre, che il signor Ne.Ca. avesse preso la patente da non più di quattro mesi, non può di per sé far presumere che lo stesso abbia violato gli obblighi di comportamento secondo diligenza e prudenza previsti per ogni utente della strada. In assenza, pertanto, di altra prova sul punto, alcun profilo di colpa può rinvenirsi nella condotta del signor Ne.Ca. che era alla guida del veicolo coinvolto.

Alla luce di queste considerazioni, deve ritenersi l’esclusiva responsabilità della signora Ol. nella causazione del sinistro de quo e, pertanto, anche la domanda di parte attrice deve essere rigettata.

La reciproca soccombenza giustifica l’integrale compensazione delle spese di lite ad eccezione delle spese della compagnia che neppure in parte è risultata soccombente e che dovrà vedersi rimborsare le spese dalla signora Ol.

P.Q.M.

Il Tribunale, definitivamente pronunciando, ogni diversa istanza disattesa così dispone:

-rigetta la domanda di parte attrice;

-rigetta la domanda di parte convenuta;

-pone a carico di parte attrice le spese di lite a favore di Un. S.p.A. che si liquidano in Euro 3.500,00 per onorari, oltre i.v.a., c.p.a. e 15% per spese generali.

Così deciso in Firenze il 17 febbraio 2017. Depositata in Cancelleria il 17 febbraio 2017.


FERMO TECNICO, DANNO IN RE IPSA

Corte di Cassazione, sezione 6 civile, ordinanza del 11 dicembre 2015, n. 25063

Responsabilità civile – Circolazione stradale – Risarcimento danni – Valutazione e liquidazione – Criteri – Danno derivante da incidente stradale – Cosiddetto fermo tecnico – Natura – Liquidazione in via equitativa – Presupposti – Prova dell’esistenza del danno – Contenuto: prova delle spese sostenute per rinvenire il mezzo sostitutivo – Onere del danneggiato – Liquidazione equitativa: necessità che la durata del fermo non sia particolarmente breve

È vero che il danno da c.d. fermo tecnico può essere presunto nella sua esistenza anche senza che sia necessario provare di aver dovuto sostituire il veicolo o di aver subito dei danni per la sua inutilizzabilità, potendo essere liquidato in via equitativa; tuttavia, spetta alla parte danneggiata che chiede il risarcimento allegare i dati di fatto necessari per la liquidazione, pur se equitativa, del quantum debeatur, specificamente l’importo della tassa di circolazione e dei premi di assicurazione pagati nel periodo di fermo del veicolo, oltre che la tipologia delle riparazioni e la durata di detto periodo (cfr., quanto alla rilevanza della durata del periodo di fermo, Cass. n. 9626/13).

Corte di Cassazione, sezione 3 civile, sentenza del 26 giugno 2015, n. 13215

Il c.d. danno da “fermo tecnico”, patito dal proprietario di un autoveicolo a causa della impossibilità di utilizzarlo durante il tempo necessario alla sua riparazione, può essere liquidato anche in assenza d’una prova specifica, rilevando a tal fine la sola circostanza che il danneggiato sia stato privato del veicolo per un certo tempo, anche a prescindere dall’uso effettivo a cui esso era destinato. L’autoveicolo, infatti, anche durante la sosta forzata è una fonte di spesa per il proprietario (tenuto a sostenere gli oneri per la tassa di circolazione e il premio di assicurazione), ed è altresì soggetto a un naturale deprezzamento di valore (tra le varie, cfr. Cass. n. 22687/13; 23916/06; 12908/04; 17963/02).

Corte di Cassazione, sezione 6 civile, Ordinanza del 4 ottobre 2013, n. 22687

Il c.d. danno da “fermo tecnico”, patito dal proprietario di un autoveicolo a causa della impossibilità di utilizzarlo durante il tempo necessario alla sua riparazione, può essere liquidato anche in assenza d’una prova specifica, rilevando a tal fine la sola circostanza che il danneggiato sia stato privato del veicolo per un certo tempo, anche a prescindere dall’uso effettivo a cui esso era destinato. L’autoveicolo, infatti, anche durante la sosta forzata è una fonte di spesa per il proprietario (tenuto a sostenere gli oneri per la tassa di circolazione e il premio di assicurazione), ed è altresì soggetto a un naturale deprezzamento di valore.

Corte di Cassazione, sezione 3 civile, sentenza del 8 maggio 2012, n. 6907

In tema di danni conseguenti a un sinistro stradale, il proprietario dell’autovettura coinvolta ha diritto al risarcimento da calcolarsi in via equitativa, del danno da fermo tecnico a causa dell’impossibilità di utilizzare il mezzo durante il tempo necessario alla sua riparazione anche in assenza di prova specifica, rilevando a tal fine la sola circostanza che il danneggiato sia stato privato del veicolo per un certo tempo, anche a prescindere dall’uso effettivo a cui esso era destinato. L’autoveicolo è, difatti, anche durante la sosta forzata, fonte di spesa (tassa di circolazione, premio di assicurazione) comunque sopportata dal proprietario, ed è altresì soggetto a un naturale deprezzamento di valore.

Corte di Cassazione sezione 3 civile, sentenza del 27 gennaio 2010, n. 1688

In tema di risarcimento del danno materiale da sinistro stradale, trova applicazione il consolidato principio giurisprudenziale, di ordine generale, in ragione del quale il risarcimento del danno da fatto illecito ha la funzione di porre il patrimonio del danneggiato nello stesso stato in cui si sarebbe trovato senza l’evento lesivo e, quindi, trova presupposto e limite nell’effettiva perdita subita da quel patrimonio in conseguenza del fatto stesso, indipendentemente dagli esborsi materialmente effettuati (tra le varie, cfr. Cass. 5 luglio 2002, n. 9740). In virtù di questo stesso principio, con riferimento al cosiddetto danno da fermo tecnico subito dal proprietario dell’autovettura danneggiata a causa della impossibilità di utilizzarla durante il tempo necessario alla sua riparazione, è stato affermato che è possibile la liquidazione equitativa di detto danno anche in assenza di prova specifica in ordine al medesimo, rilevando a tal fine la sola circostanza che il danneggiato sia stato privato del veicolo per un certo tempo, anche a prescindere dall’uso effettivo a cui esso era destinato. L’autoveicolo è, difatti, anche durante la sosta forzata, fonte di spesa (tassa di circolazione, premio di assicurazione) comunque sopportata dal proprietario, ed è altresì soggetta a un naturale deprezzamento di valore, del veicolo (Cass. 9 novembre 2006, n. 23916).

Corte di Cassazione, sezione 3 civile, sentenza del 17 gennaio 2008, n. 877

Il danno da fermo tecnico può essere liquidato in via equitativa senza una prova specifica sul danno effettivamente subito, atteso che anche durante la sosta il proprietario del veicolo è tenuto a sopportare le spese di gestione inerenti al veicolo stesso.

Corte di Cassazione, sezione 3 civile, sentenza del 7 settembre 2007, n. 18883

In tema di risarcimento del danno da incidente stradale il c.d. danno da fermo tecnico, subito dal proprietario dell’autovettura per la impossibilità di utilizzarla durante il tempo necessario per la sua riparazione, può essere liquidato in via equitativa, indipendentemente da una prova specifica in ordine al danno subito, in quanto anche durante la sosta egli è tenuto a sopportare le spese di gestione del veicolo che è, altresì, soggetto a un naturale deprezzamento di valore.

Corte di Cassazione, sezione 3 civile, sentenza 9 novembre 2006, n. 23916

In tema di risarcimento del danno derivante da incidente stradale, con riferimento al cosiddetto danno da fermo tecnico subito dal proprietario dell’autovettura danneggiata a causa della impossibilità di utilizzarla durante il tempo necessario alla sua riparazione, è possibile la liquidazione equitativa di detto danno anche in assenza di prova specifica in ordine al medesimo, rilevando a tal fine la sola circostanza che il danneggiato sia stato privato del veicolo per un certo tempo, anche a prescindere dall’uso effettivo a cui esso era destinato. L’autoveicolo è, difatti, anche durante la sosta forzata, fonte di spesa (tassa di circolazione, premio di assicurazione) comunque sopportata dal proprietario, ed è altresì soggetta a un naturale deprezzamento di valore, del veicolo.

Tribunale di Roma, sezione 12 civile, sentenza del 5 gennaio 2006

Il danno da fermo tecnico dovuto ad un sinistro stradale può essere liquidato in via equitativa, indipendentemente dalla prova specifica, in difetto di elementi di prova contraria. Ciò che conta è infatti che il danneggiato sia stato privato del veicolo per un certo tempo, anche a prescindere dall’uso effettivo a cui esso era destinato, essendo il veicolo fonte di spese che vanno comunque a ricadere sul proprietario, quali sono le spese per la tassa di circolazione e per il premio assicurativo.

Corte di Cassazione, sezione 3 civile, sentenza del 13 luglio 2004, n. 12908

Il Giudice di merito non può ignorare che il danno al mezzo meccanico da sinistro stradale provoca al danneggiato un ulteriore pregiudizio economico indipendente dall’uso effettivo a cui era destinato, in quanto il veicolo è fonte di spese anche durante la sosta che vanno perdute per il proprietario. In presenza di un danno certo ma non determinato nella sua entità, il Giudice di merito ha l’obbligo di provvedere alla liquidazione del medesimo in via equitativa, servendosi di tutti i mezzi a disposizione, tutte le volte che il danno, per l’esiguità delle riparazioni, non risulti irrisorio.

Corte di Cassazione, sezione 3 civile, sentenza del 14 dicembre 2002, n. 17963

In tema di risarcimento del danno da incidente stradale, il cd. “danno da fermo tecnico” subito dal proprietario dell’autovettura per l’impossibilità di utilizzarla durante il tempo necessario alla sua riparazione può essere liquidato in via equitativa, indipendentemente da una prova specifica in ordine al danno subito, in quanto, anche durante la sosta, egli è tenuto a sopportare le spese di gestione del veicolo, che è, altresì, soggetto a un naturale deprezzamento di valore.

Corte di Cassazione, sezione 3 civile, sentenza del 3 aprile 1987, n. 3234

Il cosiddetto danno da fermo tecnico subito dal proprietario di un autoveicolo coinvolto in un incidente stradale, può essere liquidato in via equitativa, indipendentemente da una prova specifica, in difetto di elementi di prova contraria (conforme: Corte di Cassazione, sezione 3 civile, sentenza 28.08.1978, n. 4009).

FERMO TECNICO, DANNO DA PROVARE IN CONCRETO

Corte di Cassazione, sezione 3 civile, sentenza del 20 ottobre 2016, n. 21225

Il danno da fermo tecnico di veicolo incidentato deve essere allegato e dimostrato e la relativa prova non può avere ad oggetto la mera indisponibilità del veicolo, ma deve sostanziarsi nella dimostrazione o della spesa sostenuta per procacciarsi un mezzo sostitutivo, ovvero della perdita subita per la rinuncia forzata ai proventi ricavabili dall’uso del mezzo.

Corte di Cassazione, sezione 3 civile, sentenza 26 settembre 2016, n. 18773

Il danno da “fermo tecnico” del veicolo incidentato non è risarcibile in via equitativa – cui è possibile ricorrere solo ove sia certa l’esistenza dell’an – ove la parte non abbia provato di aver sostenuto di oneri e spese per procurarsi un veicolo sostitutivo, ne’ abbia fornito elementi idonei a determinare la misura del pregiudizio subito. Infatti il danno da “fermo tecnico” non può considerarsi in re ipsa quale conseguenza automatica del sinistro e della indisponibilità del veicolo ma deve essere allegato e dimostrato in ragione della effettiva perdita patita dal danneggiato.

Giudice di Pace Milano, sezione 6 civile, sentenza del 9 giugno 2016, n. 5821

In tema di sinistri stradali il risarcimento del c.d. danno tecnico, conseguente al fermo dell’autovettura incidentata, per la riparazione, e relativo al costo dell’auto sostitutiva, è passibile di cessione, ai sensi dell’art. 1260 c.c. ed il cessionario può, in base a tale titolo, chiederne il pagamento al debitore ceduto, non sussistendo alcun divieto alla cedibilità del credito risarcitorio. Ne consegue che il cessionario sarà legittimato ad esperite tutte le azioni esperibili dal ceduto per la tutela del credito, e quindi anche l’azione diretta nei confronti dell’assicuratore. La cessione del credito risarcitorio deve inquadrarsi nell’ambito della cessione del credito in luogo di adempimento, ai sensi dell’art. 1198 c.c., dovendo individuarsi la ragione economico-sociale dell’operazione, nella cessione, da parte del danneggiato, del credito risarcitorio vantato a titolo di fermo tecnico o per spese di noleggio della vettura sostitutiva, nei confronti del responsabile civile, dei suoi garanti ed obbligati, in luogo del pagamento.

Corte di Cassazione, sezione 3 civile, sentenza del 8 gennaio 2016, n. 124

L’indisponibilità di un autoveicolo durante il tempo necessario per le riparazioni è un danno che deve essere allegato e dimostrato; la prova del danno non può consistere nella dimostrazione della mera indisponibilità del veicolo, ma deve consistere nella dimostrazione della spesa sostenuta per procacciarsi un mezzo sostitutivo, ovvero nella dimostrazione della perdita subita per avere dovuto rinunciare ai proventi ricavati dall’uso del mezzo.

Tribunale Milano, sezione 12 civile, sentenza 18 novembre 2015, n. 12952

Il danno da “fermo tecnico”, patito dal proprietario di un autoveicolo a causa dell’impossibilità di utilizzarlo durante il tempo necessario per la riparazione dello stesso, può essere liquidato anche in assenza di una prova specifica. All’uopo, infatti, rileva solo la circostanza che il danneggiato sia stato privato del veicolo per un certo tempo, anche a prescindere dall’uso effettivo a cui esso era destinato. Del resto, l’autoveicolo anche durante la sosta forzata è una fonte di spesa per il proprietario, tenuto a sostenere gli oneri per la tassa di circolazione e il premio di assicurazione, senza considerare che il veicolo è un bene soggetto ad un naturale deprezzamento di valore. (Nella fattispecie, in applicazione dei predetti principi, veniva riconosciuto all’appellante, contrariamente a quanto statuito dal giudice di prime cure, un dato importo, determinato in via equitativa, a titolo di ristoro del pregiudizio per non avere potuto utilizzare il veicolo durante il tempo in cui lo stesso era stato indisponibile per l’esecuzione degli interventi di riparazione resisi necessari a seguito del sinistro stradale oggetto di causa).

Corte di Cassazione, sezione 3 civile, sentenza del 14 ottobre 2015, n. 20620

Il danno da “fermo tecnico” di veicolo incidentato deve essere allegato e dimostrato e la relativa prova non può avere ad oggetto la mera indisponibilità del veicolo, ma deve sostanziarsi nella dimostrazione o della spesa sostenuta per procacciarsi un mezzo sostitutivo, ovvero della perdita subita per la rinuncia forzata ai proventi ricavabili dall’uso del mezzo.

Corte di Cassazione, sezione 2 civile, sentenza del 9 agosto 2011, n. 17135

Il c.d. danno da fermo tecnico non può considerarsi sussistente in re ipsa, per il solo fatto che un veicolo sia stato inutilizzato dal proprietario per un certo lasso di tempo. Come ogni danno, anche quello da fermo tecnico deve essere provato. La prova deve concernere sia il dato dell’inutilizzabilità del veicolo in relazione ai giorni in cui esso è stato illegittimamente sottratto alla disponibilità del proprietario, sia il dato della necessità del proprietario di servirsi del mezzo, cosicché, dalla impossibilità della sua utilizzazione, egli abbia riportato un danno, perché, ad esempio, non abbia potuto svolgere una determinata attività lavorativa ovvero abbia dovuto fare ricorso a mezzi sostitutivi.

Corte di Cassazione, sezione 3 civile, sentenza del 9 marzo 2011, n. 5543

In tema di risarcimento danno da incidente stradale, il c.d. “danno da fermo tecnico” del veicolo incidentato non può considerarsi sussistente in re ipsa, quale conseguenza automatica dell’incidente, ma necessita di esplicita prova che attiene tanto al profilo della inutilizzabilità del mezzo meccanico in relazione ai giorni in cui esso è stato sottratto alla disponibilità del proprietario, quanto a quello della necessità del proprietario stesso di servirsene, così che, dalla impossibilità della sua utilizzazione, ne sia derivato un danno (quale, ad esempio, quello derivante da impossibilità allo svolgimento di una attività lavorativa, ovvero da esigenza a far ricorso a mezzi sostitutivi).

Tribunale Milano sezione 10 civile, sentenza del 30 aprile 2007, n. 5101

Il danno da fermo tecnico ed il danno patrimoniale da lucro cessante ovvero emergente che consegue alla mancata utilizzazione del veicolo per l’altrui colpa, sia che si configuri come danno da lucro cessante, ovvero come danno emergente, deve essere provato dal danneggiato. Infatti, come affermato anche dalla Suprema Corte “il cosiddetto danno da fermo tecnico del veicolo incidentato non può considerarsi sussistente in re ipsa, quale conseguenza automatica dell’incidente, ma necessita, per converso, di esplicita prova, che attiene tanto al profilo della inutilizzabilità del mezzo meccanico in relazione ai giorni in cui esso è stato sottratto alla disponibilità del proprietario, tanto a quello della necessità del proprietario stesso di servirsene, così che, dalla impossibilità della sua utilizzazione, ne sia derivato un danno (quale ad esempio quello derivante da impossibilità allo svolgimento di un’attività lavorativa, ovvero da esigenza di far ricorso a mezzi sostitutivi)” (cfr. Cass. 19.11.1999 n. 12820; Cass. 7.2.1996 n. 970) con l’ulteriore conseguenza che, in difetto dell’adempimento dell’onere di allegazione e di prova della sussistenza ed entità di tale voce di danno, il danno da fermo tecnico non può essere liquidato, neppure in via equitativa.

Corte di Cassazione, sezione 3 civile, sentenza del 19 novembre 1999, n. 12820

In tema di risarcimento danni da incidente stradale, il c.d. “danno da fermo tecnico” del veicolo incidentato non può considerarsi sussistente in re ipsa, quale conseguenza automatica dell’incidente, ma necessita, per converso, di esplicita prova, che attiene tanto al profilo della inutilizzabilità del mezzo meccanico in relazione ai giorni in cui esso è stato sottratto alla disponibilità del proprietario, tanto a quello della necessità del proprietario stesso di servirsene, così che, dalla impossibilità della sua utilizzazione, ne sia derivato un danno (quale, ad esempio, quello derivante da impossibilità allo svolgimento di un’attività lavorativa, ovvero da esigenza di far ricorso a mezzi sostitutivi).

Corte di Cassazione, sezione 3 civile, sentenza del 7 febbraio 1996, n. 970

Nell’ipotesi di esercizio dell’azione diretta nei confronti dell’assicuratore per il risarcimento di danni, riportati da un autoveicolo a causa di un incidente stradale, il ricorso del danneggiato alla procedura di cui agli artt. 3 della legge 23 dicembre 1976, n. 857, e 8 del D.P.R. 16 luglio 1981, n. 45, con la comunicazione all’assicuratore del luogo, dei giorni e delle ore in cui il veicolo è disponibile per l’ispezione, non comporta necessariamente la esistenza di un danno da fermo tecnico per i periodi indicati, salvo che non ricorrono specifiche circostanze che devono essere provate dall’interessato (quali la inutilizzabilità del veicolo per il tipo di danni riportati, finché non sia riparato, ovvero la necessità continua di esso per ragioni di lavoro, cosicché il danneggiato non possa privarsene, senza pregiudizio, neppure per poche ore in giorni da lui scelti).

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