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Se a un’offesa rispondo con la violenza chi è responsabile?


Se a un’offesa rispondo con la violenza chi è responsabile?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 17 aprile 2017



L’istigazione scrimina solo l’offesa, ma non la spinta, il pugno o qualsiasi altro atto di violenza. Nel processo civile l’offesa a tu per tu non può essere provata.

C’è una cosa che la recente depenalizzazione dell’ingiuria ha comportato: il rischio di spostare il procedimento penale dall’offensore all’offeso. In altre parole, da quando l’ingiuria è diventata un semplice illecito civile, è molto probabile che il processo penale venga intentato a carico di chi subisce l’offesa piuttosto che a carico di chi la proferisce. Possibile? Sì, e la spiegazione è nelle regole del processo che, evidentemente, chi ha scritto la riforma non ha considerato con la dovuta attenzione. Ma procediamo con ordine e vediamo perché, in caso di provocazione con un’offesa, chi è responsabile finisce sempre per essere la persona offesa.

Immaginiamo una persona che abbia un vicino di casa molto maleducato, il quale è solito aggredire verbalmente i propri interlocutori. Un giorno, al termine di una riunione di condominio, tra i due nasce un diverbio: con parolacce e frasi offensive di tutti i tipi, quello scostumato accusa l’altro di agire in modo errato. Quest’ultimo cerca di calmarlo, invitandolo a riflettere e a usare toni più consoni a due persone che si conoscono appena, ma il primo non ne vuole sapere e, anzi, alza il tono della voce e incrementa la polemica con volgarità di tutti i tipi. Tanto che, non riuscendo più a tollerare un comportamento così scostumato, preso da uno scatto d’ira, la vittima di tale improperio spinge l’altro verso il muro e gli tira un pugno. Il vicino “maleducato”, che stava aspettando forse la scusa, querela il vicino “educato” per violenze private. E inizia il processo penale a carico di quest’ultimo.

Chi ha ragione tra i due? Il vicino scostumato che ritiene di non aver commesso alcun reato perché l’ingiuria è stata depenalizzata, ma che, al contrario, è stato vittima di un atto di violenza ed è stato ferito? Oppure il vicino educato che, invece, ritiene di aver ragione perché istigato e provocato?

In caso di provocazione con un’offesa è responsabile chi tira il pugno

La risposta è abbastanza semplice. L’ingiuria non è più reato, ma solo un illecito civile. In pratica, chi ha ricevuto un’offesa “in faccia” può, al massimo, agire con una causa civile per ottenere il risarcimento del danno. All’esito della causa, il giudice condanna il colpevole a una multa che può andare da 200 a 12mila euro, multa che va a finire nelle casse dello Stato.

Se l’offesa fosse stata proferita in assenza della vittima (ad esempio, nel corso della riunione di condominio con l’assenza del proprietario in questione) scatterebbe invece la diffamazione (che resta reato) [1].

Chi ingiuria un altro, insomma, non commette più un illecito penale.

Al contrario, però, un atto di violenza nei confronti di un’altra persona è sempre reato, anche se determinato da una giusta causa come lo stato d’ira o la provocazione. Il codice penale scrimina, infatti, solo i casi di offesa reciproca [2] e non quelli in cui, all’offesa, consegua una violenza. In buona sostanza, se una persona ingiuria o diffama un’altra, quest’ultima, agendo per istigazione, potrebbe a sua volta ingiuriarla o diffamarla, senza rischiare alcuna sanzione. Ma non può invece sferrarle un pugno perché, in tal caso, ne risponde penalmente.

Detto ciò, si comprende che, è responsabile chi, alle offese risponde con la violenza anche se provocato.

Come difendersi da un’ingiuria?

Ma allora come si può difendere chi è stato offeso ed è vittima dell’ingiuria altrui? Qui sta il secondo (grave) problema della riforma. Spesso le offese vengono proferite “a tu per tu”, nel corso di una discussione a cui non partecipano altre persone se non i due diretti interessati; si pensi al caso di due vicini di casa che si incontrano sul pianerottolo. Ebbene, se è vero che l’unico rimedio per la persona ingiuriata è la causa civile di risarcimento del danno, è anche vero che quest’ultima non avrà la possibilità di dimostrare il torto subito. Difatti, nel processo civile la “vittima” di un illecito non può mai essere testimone di un fatto di causa, anche se non c’erano altri testimoni presenti sul luogo. Invece, nel processo penale la vittima è sempre testimone e le sue dichiarazioni possono essere usate per arrivare a una sentenza di condanna. Questo significa, in sintesi, che la riforma ha privato le persone ingiuriate di un elemento determinate per la difesa nel processo: le proprie dichiarazioni, spesso unica prova per dimostrare le offese subite.

In sintesi, nell’esempio di poc’anzi, il vicino maleducato potrà querelare il vicino educato per il reato di violenza privata, mentre quest’ultimo, oltre a non poter querelare il primo (non costituendo il suo comportamento un reato), non potrà neanche ottenere un risarcimento del danno poiché non ha prove testimoniali a suo favore se non le sue stesse dichiarazioni che, però, nel processo civile non hanno alcun valore.

note

[1] Art. 595 cod. pen.

[2] Art. 599 cod. pen.

Autore immagine: 123rf com

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