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Se per evitare un’auto finisco in una buca sulla strada chi paga?

17 Aprile 2017


Se per evitare un’auto finisco in una buca sulla strada chi paga?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 17 Aprile 2017



Quando la caduta nella buca è determinata dalla necessità di evitare un’auto che stava tagliando la strada, il risarcimento va pagato dall’assicurazione di quest’ultima.

L’automobilista che sterza all’improvviso per evitare lo scontro con un’altra auto e, per questo, finisce su una grossa buca sul manto stradale non può chiedere il risarcimento al Comune per la cattiva manutenzione dell’asfalto. La causa del danno è infatti l’altra auto, alla cui assicurazione va presentata la domanda di indennizzo. È quanto chiarito dalla Cassazione con una recente sentenza [1].

Per comprendere meglio il principio fissato dalla Corte facciamo un esempio. Immaginiamo di percorrere la strada e che, ad un tratto, un’auto invada il nostro lato della carreggiata. Per evitare lo scontro frontale con quest’ultima, siamo costretti a sterzare all’improvviso a destra con una manovra tanto repentina quanto poco calibrata; ma nel fare questo una delle ruote della nostra auto finisce in una grossa buca aperta sulla strada e piena d’acqua. Di certo, avremmo evitato la fossa se l’altro veicolo non ci avesse imposto la manovra d’emergenza, anche perché la dimensione della buca era particolarmente grande e, quindi, l’ostacolo risultava visibile. A chi dobbiamo presentare la richiesta di risarcimento?

La risposta della Cassazione è lapidaria ed efficace: poiché la caduta nella buca stradale non si sarebbe mai verificata se l’altra auto non avesse invaso la nostra carreggiata, è solo la condotta di quest’ultima la causa del danno da noi subito. Ed è quindi la sua assicurazione a doverci pagare. Insomma, il vero elemento che ha determinato la rottura del nostro pneumatico è solo la condotta imprudente e imperita dell’altro conducente. Se poi non siamo riusciti a prendere la targa di quest’ultimo perché questa è scappato via, abbiamo la possibilità di rivalerci nei confronti del Fondo di garanzia Vittime della strada, detraendo dall’indennizzo che ci spetta una franchigia di 500 euro. E se il danno è inferiore a tale importo purtroppo non potremo ottenere i soldi che ci spettano.


note

[1] Cass. sent. n. 3039/17 del 6.02.2017.

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 3, sentenza 6 dicembre 2016 – 3 febbraio 2017, n. 3039

Presidente Amendola – Relatore Cirillo

Svolgimento del processo

E stata depositata la seguente relazione.

“1 S. B. e V. C. convennero in giudizio, davanti al Tribunale di Roma, il Comune di Roma e le altre due società di cui in epigrafe, chiedendo il risarcimento dei danni fisici e materiali conseguenti ad un sinistro stradale nel quale la moto condotta dal B., per evitare lo scontro con un altro veicolo, era finita in una grande buca piena d’acqua.

Si costituirono i convenuti, chiedendo il rigetto della domanda. Il Tribunale rigettò la domanda, compensando le spese tra gli attori ed il Comune e condannando gli stessi al pagamento delle spese di giudizio nei confronti delle altre due società.

2.Avverso la sentenza è stato proposto appello da parte degli attori soccombenti e la Corte d’appello di Roma, con sentenza del 24 aprile 2015, ha rigettato il gravame, confermando l’impugnata pronuncia e condannando gli appellanti alla rifusione delle ulteriori spese del grado.

3.Contro la sentenza d’appello ricorrono S. B. e V. C. con atto affidato a due motivi.

Resiste Roma Capitale con controricorso.

Le due società indicate in epigrafe non hanno svolto attività difensiva in questa sede.

4.Osserva il relatore che il ricorso può essere trattato in camera di consiglio, in applicazione degli artt. 375, 376 e 380-bis cod. proc. civ., in quanto appare destinato ad essere rigettato.

5.Con il primo motivo di ricorso si denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 153 e 294 cod. proc. civ., degli artt. 24 e 111 Cost. e dei principi del contraddittorio e del giusto processo.

Si lamenta che la sentenza, confermando la decisione del Tribunale, non abbia ritenuto di poter ammettere la prova per testi tardivamente dedotta, negando l’applicazione dell’istituto della rimessione in termini.

5.1. Il motivo non è fondato.

Si osserva che la valutazione della sussistenza delle circostanze che consentono la rimessione in termini è frutto di una decisione che spetta al giudice di merito; la Corte d’appello, nella specie, ribadendo le argomentazioni rese dal Tribunale, ha ritenuto inverosimile che un testimone presente sul luogo al momento del fatto si fosse potuto rendere reperibile solo un anno e mezzo dopo l’accaduto, quando il processo di primo grado era ormai in fase conclusiva.

Tale semplice e ragionevole rilievo viene contestato opponendo una propria diversa versione dell’accaduto, evidentemente non più esaminabile in questa sede e comunque tale da non evidenziare le prospettate violazioni di legge.

6.Con il secondo motivo di ricorso si denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 1227 e 2051 cod. civ., contestando che la Corte d’appello abbia ritenuto nella specie esistente il caso fortuito incidentale.

6.1. Il motivo non è fondato.

La Corte d’appello, con un accertamento di merito non sindacabile in questa sede, ha comunque escluso che la responsabilità dell’evento dannoso potesse essere ricondotta alla parte convenuta, sul rilievo che mancavano elementi certi in grado di consentire una pacifica ricostruzione dell’accaduto.

Occorre ribadire che anche nella fattispecie di cui all’art. 2051 cod. civ. resta a carico del danneggiato l’onere della prova della sussistenza del nesso di causalità tra la cosa e l’evento dannoso. Nella specie, la Corte di merito ha escluso che tale prova sia stata fornita; e comunque, è lo stesso ricorso ad insistere sul fatto che la caduta sarebbe stata determinata dalla necessità di evitare un veicolo che stava tagliando la strada alla moto, sicché la stessa prospettazione dei ricorrenti appare perplessa circa l’effettiva riconducibilità della caduta alla buca esistente sul manto stradale.

7.Si ritiene, pertanto, che il ricorso vada trattato in camera di consiglio per essere rigettato”.

Motivi della decisione

1.Non sono state depositate memorie alla trascritta relazione.

A seguito della discussione sul ricorso, tenuta nella camera di consiglio, ritiene il Collegio di condividere i motivi in fatto e in diritto esposti nella relazione medesima e di doverne fare proprie le conclusioni.

2.Il ricorso, pertanto, è rigettato.

A tale esito segue la condanna dei ricorrenti in solido al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, liquidate ai sensi del D.M. 10 marzo 2014, n. 55.

Sussistono inoltre le condizioni di cui all’art. 13, comma 1-quater, del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, per il versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti in solido al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, liquidate in complessivi Euro 2.500, di cui Euro 200 per spese, oltre spese generali ed accessori di legge.

Ai sensi dell’art. 13, comma 1-quater, del D.P.R. n. 115 del 2002, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso.


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