Donna e famiglia I genitori possono cacciare fuori di casa il figlio?

Donna e famiglia Pubblicato il 17 aprile 2017

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I genitori possono mandare via di casa il figlio maggiorenne, ma resta l’obbligo di mantenerlo se questi non ha raggiunto l’indipendenza economica.

L’idea che i genitori possano invitare (o addirittura obbligare) i figli ad andare via di casa e a cercare una propria autonomia, soprattutto di tipo economico, è un’idea che a molti sembra innaturale; ad altri invece appare come il naturale sviluppo di una personalità sana e indipendente. Al di là di quelle che però sono le convinzioni morali e le argomentazioni di tipo sociale, è anche giusto chiedere cosa consente la legge in proposito. I genitori possono cacciare fuori di casa il figlio?

L’Italia ha sempre avuto una società basata prevalentemente su una struttura familiare: a differenza dei paesi nord europei, dove i figli vanno via di casa in età giovane – alcuni già da minorenni – la famiglia italiana resta integra per molto più tempo, a volte fino al decesso dei genitori. Tuttavia, anche questa tradizione sta cedendo il passo ai tempi: la progressiva demolizione della famiglia in senso “ampio” sta portando, nel nostro Paese, ad avere nuclei più ristretti (composti solo da genitori e figli e non più anche da nonni, zii e zie come succedeva una volta). In alcuni casi, la prole va via di casa molto presto per trovare un lavoro in altre località. E quando ciò non succede sono gli stessi genitori a incoraggiare i figli a dotarsi di una propria autonomia, cercando un altro appartamento in cui vivere, anche nella stessa città.

Cosa prevede, in proposito, la legge? Un figlio ha diritto a restare in casa dei genitori oppure può essere sbattuto fuori in qualsiasi momento? E se anche i genitori possono imporre al figlio di trovare un’altra sistemazione dove vivere, devono dargli un “preavviso” o possono metterlo alla porta dall’oggi al domani? Cerchiamo di capire cosa prevede la legge.

Figli minorenni: hanno diritto a vivere a casa dei genitori?

Rimarrà deluso chi sperava di trovare un articolo di qualche legge o del codice che preveda l’obbligo di coabitazione dei figli minori o non ancora autosufficienti. In realtà, nessuna norma impone esplicitamente ai genitori di tenere con sé, in casa, i figli. È anche vero, però, che l’intero ordinamento (sin dalla costituzione) garantisce la famiglia come formazione sociale e il diritto al mantenimento di coloro che non sono capaci di provvedere a sé stessi. Ecco, in particolare, cosa stabilisce la legge riguardo all’eventuale possibilità dei genitori di mandare via di casa i figli.

La prima norma che viene in rilievo è contenuta nella Costituzione [1]: « È dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori del matrimonio».

La seconda è nel codice civile [2]: « Il matrimonio impone ad ambedue i coniugi l’obbligo di mantenere, istruire, educare e assistere moralmente i figli, nel rispetto delle loro capacità, inclinazioni naturali e aspirazioni». Come ben si potrà già intuire, si tratta di una norma ormai vetusta, perché subordina il dovere dei genitori alla presenza di un matrimonio, mentre ben sappiamo che oggi la legge equipara i figli nati dentro il matrimonio a quelli nati fuori. Dunque, gli stessi doveri valgono per i genitori sposati che per le coppie di fatto.

In verità l’articolo di riferimento nei rapporti tra genitori e figli, che disciplina i relativi doveri e diritti, è un altro [3], rimasto al passo coi tempi e che possiamo utilizzare come base della presente analisi. Ecco cosa dice la norma:

«Il figlio ha diritto di essere mantenuto, educato, istruito e assistito moralmente dai genitori, nel rispetto delle sue capacità, delle sue inclinazioni naturali e delle sue aspirazioni.

«Il figlio ha diritto di crescere in famiglia e di mantenere rapporti significativi con i parenti.

(…).

«Il figlio deve rispettare i genitori e deve contribuire, in relazione alle proprie capacità, alle proprie sostanze e al proprio reddito, al mantenimento della famiglia finché convive con essa».

L’obbligo di mantenimento comprende non solo i bisogni primari nell’ambito della famiglia, ma anche le spese necessarie per una personale vita di relazione e, soprattutto nel caso dei minori, per lo sviluppo psicofisico dei figli. Esso, quindi, comprende anche le spese per un eventuale vitto e alloggio alternativo. In altre parole, questo significa che se i genitori decidono di mandare via di casa il figlio, devono comunque provvedere a pagargli un affitto o procurargli un altro tetto ove vivere: spese, queste ultime, che restano a loro carico finché il figlio non è indipendente e autonomo economicamente. Difatti l’obbligo di mantenimento non viene automaticamente meno con il raggiungimento della maggiore età da parte del figlio, ma permane finché durano la possibilità, la necessità o l’opportunità familiare secondo il costume e finché egli non raggiunga la propria indipendenza economica. Tuttavia, se ciò è dovuto all’inerzia, alla pigrizia e all’ingiustificato rifiuto del figlio di accettare uno o più lavori (conformi, anche se non alle sue più rosee aspettative, alla sua formazione), l’obbligo di mantenimento da parte dei genitori cessa definitivamente.

In altri termini, l’obbligo dei genitori ma non può protrarsi «oltre ogni ragionevole limite», ma viene meno quando il figlio è colpevole di non essere stato in grado di rendersi autosufficiente da solo (ad esempio: è da molti anni iscritto all’università e non dà esami; pur avendo un diploma non ha mai cercato lavoro; ecc.) oppure quando il figlio si è reso ormai economicamente autosufficiente. Se il figlio ottiene un lavoro stabile, perde il diritto al mantenimento e questo diritto non rivive se successivamente – anche dopo poco tempo – viene licenziato. Solo se versa in condizioni fisiche tali da renderlo ormai incapace di lavorare (malattie anche mentali) può sperare almeno negli alimenti (somma necessaria alla sopravvivenza).

La Cassazione ha chiarito, a riguardo, che «il figlio maggiorenne che ha raggiunto l’indipendenza economica, ovvero che è stato posto nelle concrete condizioni per potere essere economicamente autosufficiente, non ha più diritto al mantenimento da parte dei genitori».

Torniamo ora al problema di partenza: i genitori possono sbattere fuori di casa il figlio? Sembrerebbe di no in caso di figlio minorenne. Sebbene la legge non parli esplicitamente di dovere di coabitazione, la Cassazione [5] ha più volte detto che, per i figli con meno di 18 anni, va imputata ai genitori la responsabilità per gli atti illeciti compiuti dai minori; il che implica il loro potere-dovere di esercitare la vigilanza sul comportamento dei figli stessi, in relazione al quale potere-dovere assume rilievo determinante il perdurare della coabitazione [5]. Pertanto, se è vero che è sempre più anticipato il momento in cui i minori si allontanano dalla sorveglianza diretta dei genitori, è anche vero che l’obbligo di vigilanza dei genitori ha assunto contorni diversi, mentre il compito di impartire insegnamenti adeguati e sufficienti deve essere assolto con maggior rigore anche per effetto dell’anticipo dell’emancipazione dal controllo genitoriale.

Come dire che il mutamento dei costumi non esonera i genitori dalla responsabilità per i comportamenti dei figli minori.

Figli maggiorenni: hanno diritto a vivere a casa dei genitori?

Parzialmente diverso è il discorso per i figli maggiorenni. In questo caso, viene meno la responsabilità civile dei genitori, ma permane l’obbligo di mantenimento. Quindi bisogna fare una differenza:

  • figli maggiorenni non autosufficienti: i genitori che mandano via di casa il figlio, restano obbligati a mantenerlo e, quindi, a versargli i soldi non solo per un affitto, ma anche per tutte le spese necessarie a vivere e a formarsi (università e corsi post universitari, vitto, abbigliamento, altre spese ormai non più ritenute voluttuarie come l’uso di un computer, di un telefonino, ecc.);
  • figli maggiorenni autosufficienti: i genitori possono mandare via di casa il figlio senza più alcun obbligo nei suoi confronti.

In entrambi i casi, però, chi caccia di casa un figlio non può farlo dalla sera alla mattina, chiudendogli la porta e lasciandogli le valigie fuori o cambiando le chiavi di casa. Questo gesto integra uno spossessamento che è contrario al nostro diritto. I genitori devono consentire un margine di tempo necessario a trovare una nuova sistemazione. Questo diritto è riconosciuto non solo ai figli, ma a chiunque conviva abitualmente con il titolare dell’immobile (quindi anche il partner o, addirittura, la badante full time).

Figlio pericoloso: si può mandare via di casa

Il codice civile [6] prevede la possibilità di allontanare i conviventi pericolosi colpevoli di condotte che, anche se non concretizzano veri e propri reati, sono fonte di pericolo per le persone che vivono nella stessa casa e si concretizzano in veri e propri abusi familiari. La norma è stata posta in favore delle donne che hanno un marito violento o dei genitori anziani con un figlio tossicodipendente, ma il suo campo di applicazione è più generale.

Quando la condotta del convivente è causa di grave pregiudizio all’integrità fisica o morale o alla libertà dell’altro coniuge o convivente, si può ricorrere al giudice e chiedergli di emettere uno o più dei cosiddetti ordini di protezione. Con questi “comandi”, il giudice ordina al soggetto pericoloso la cessazione delle molestie ed, eventualmente, l’allontanamento da casa. La durata di tali misure non può superare un anno.

L’emissione di tali ordini può avvenire anche quando la condotta pregiudizievole è posta in essere da un un altro componente del nucleo familiare diverso dal coniuge o dal convivente o nei confronti di altro componente del nucleo familiare diverso dal coniuge o dal convivente.

Agli ordini di protezione si ricorre soprattutto in caso di violenza nell’ambito delle relazioni familiari, conosciuta anche come violenza domestica. Con tale espressione si intende fare riferimento a varie forme di violenza (verbale, fisica o psicologica) esercitate da un membro della famiglia ai danni di un altro e accomunate tutte dal fatto di rappresentare la negazione del valore della persona all’interno della prima formazione sociale in cui dovrebbe svolgersi la sua personalità.

Lo scopo è quello di anticipare il più possibile la tutela della persona debole, consentendole di allontanare il coniuge o il convivente che ha tenuto la condotta pregiudizievole, anche prima che essa acquisti rilievo penale.

note

[1] Art. 30 Cost.

[2] Art. 147 cod. civ.

[3] Art. 315-bis cod. civ.

[4] Cas. sent. n. 1830/2011.

[5] Cass. sent. n. 3964/2014.

[6] Art. 342 bis e ter cod. civ.

Autore immagine: 123rf com


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3 Commenti

  1. Da anni io e mio marito subiamo le prepotenze di nostro figlio di 29enne Abbiamo fatto di tutto per aiutarlo a superare i momenti di rabbia con psicologi e altri specialisti.Dopo anni di esasperazione siamo scappati di casa e questo figlio si comporta sempre allo stesso modo (aggressivo,rompe oggetti e mette le mani addosso il padre)Siamo ricorricorsi alla polizia che ci ha consigliato di denunciare Ora viviamo a casa di mia madre e ho un’altra figlia di 24 anni che è invalida e ha paura del fratello.
    Le istituzioni non aiutano.Cosa possiamo fare?

    1. Mi trovo nella medesima situazione e non ne veniamo a capo. Le giornate sono pesanti, dure e in casa non esiste più pace. Il pericolo che accada qualcosa di irreparabile è sempre dietro l’angolo e non si può più vivere così.
      Ci minaccia in continuo, ci aggredisce verbalmente , e ci esaspera con continue richieste. Qualche volta ci ha anche usato violenza con pugni e calci.
      Abitiamo in provincia di Roma, se avete delle indicazioni da darmi…ve ne sarò grato. Ah, dimenticavo, nostro figlio ha 22 anni , è disabile psichico e lavora.

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