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Figlio più che maggiorenne: va ancora mantenuto?

29 aprile 2017 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 29 aprile 2017



Ho una figlia di 42 anni laureata che ancora non lavora e che continuo a mantenere anche se non vive con me. Le ho cercato dei lavori ma, a parte qualche lavoretto stagionale, lei li ha sempre rifiutati perché non corrispondenti alle sue aspettative. Dovrò mantenerla fino alla mia morte e pagare tutte le spese della casa che le ho comprato?

Il quesito posto dal lettore non trova una risposta univoca nella legge, che sancisce un generale obbligo per i genitori di mantenere, istruire ed educare i figli, nati che siano fuori o dentro il matrimonio [1]. Occorre invece guardare alla giurisprudenza che con una certa uniformità ritiene che l’obbligo dei genitori di mantenere i figli maggiorenni cessi quando questi abbiano raggiunto l’indipendenza economica [2] intendendosi con questa la percezione di un «reddito corrispondente alla professionalità acquisita in relazione alle normali condizioni di mercato».

Secondo un orientamento della Suprema corte (che è poi quello al quale sembra aggrapparsi al figlia del lettore), affinché venga meno l’obbligo dei genitori di mantenere i figli, una volta raggiunta la maggiore età, non basta che questi abbiano trovato un lavoro, ma occorre che tale impiego sia adeguato alle loro attitudini e aspirazioni [3]. Dunque i genitori sarebbero esonerati dal dovere di mantenimento solo nel caso in cui la prole rifiuti in modo ingiustificato un posto di lavoro in linea con le predette caratteristiche.

Va detto, tuttavia, che sul punto non vi è univocità di vedute in quanto in taluni casi è stato dato rilievo anche alla mancanza di buona volontà dei figli di rendersi autonomi dalla famiglia, anche se in modo parziale [4].

Da quanto il lettore riferisce, sembra che, invece, sia più una sua preoccupazione quella di cercare un posto di lavoro alla figlia, piuttosto che di quest’ultima.

Ebbene, secondo il su citato orientamento giurisprudenziale, qualora il figlio non si dedichi seriamente alla ricerca di lavoro o ne rifiuti le offerte in modo ingiustificato, il genitore obbligato al mantenimento potrà chiedere al Tribunale che detto obbligo venga revocato, provando:

– l’ inerzia del figlio nella ricerca di un impiego

– e, al contempo, la sua effettiva capacità di trovare un lavoro che gli permetta di essere indipendente.

Tra l’altro, nel caso di specie il fatto che la figlia lavori nel solo periodo estivo è riprova di due circostanze: la prima che non si preclude di accettare lavori anche al di sotto delle sue specifiche competenze e formazione universitaria. E l’altra è che comunque in condizioni di lavorare.

Inoltre, secondo una recente pronuncia della Suprema Corte, è sufficiente che il figlio percepisca un compenso anche precario – come ad esempio quello relativo a un “contratto di specializzazione” – a far cessare l’obbligo di mantenimento in capo ai genitori [5]. Pronuncia questa secondo la quale, peraltro, nessuna norma stabilisce che la prole maggiorenne debba «essere aiutata a conseguire risultati confacenti alle sue aspirazioni se questi siano superiori alle aspettative che la famiglia poteva avere creato sul suo futuro professionale». E il fatto che il lettore abbia sempre spronato la figlia a cercarsi un impiego non necessariamente in linea con la sua formazione universitaria (come quello di O.s.s., di baby sitter, di badante o di cameriera) è la dimostrazione del fatto che lui non le ha mai rappresentato delle aspettative di lavoro legate al titolo di studio conseguito.

Mantenimento del figlio maggiorenne: quanto conta l’età?

Il lettore riferisce, inoltre, che la figlia ha già 42 anni: anche questo è un dato di non poco rilievo perché proprio di recente il Tribunale di Roma [6], pronunciandosi in tema di onere della prova circa la sopravvenuta indipendenza del figlio, ha dato importanza proprio al fattore “età”.

Se, infatti, la regola generale vuole che sia dovere del genitore interessato a veder revocato l’obbligo di mantenimento a suo carico quello di dimostrare al giudice il raggiungimento dell’indipendenza economica del figlio [7] tale prova ricadrà invece sul figlio quando questi abbia raggiunto un’età tale da non poter più essere considerato un/a ragazzo/a (come è appunto un quarantenne); in tal caso sarà quest’ultimo a dover provare di aver fatto tutto quanto nelle sue concrete possibilità per trovare una collocazione nel mondo del lavoro.

Tale inversione dell’onere della prova si basa proprio sul fatto che, in caso contrario, il genitore risulterebbe gravato da un’imposizione assoluta (quella cioè del mantenimento del figlio senza un limite di tempo) e, tra l’altro – si precisa in sentenza – verrebbe obbligato, senza giustificazione, a cercare al figlio un lavoro consono alle sue aspettative, come se quest’ultimo «versasse in una condizione di assoluta incapacità d’agire».

Ne consegue che, quando il figlio non riesca a fornire tale prova, anche tenuto conto dell’età, dovrà comunque ritenersi accertato il raggiungimento dell’autonomia economica, con cessazione dell’obbligo del mantenimento.

Merita, inoltre, di essere segnalata a riguardo una pronuncia meno recente [8], che ha precisato che, pur non esistendo un limite di età prestabilito oltre il quale il genitore non è più tenuto a provvedere al mantenimento dei figli, si ritiene che, in generale, il compimento del trentesimo anno di età rappresenti il limite oltre il quale cessa ogni onere di mantenimento a carico del genitore.

Mantenimento al figlio maggiorenne: quale l’importo da versare?

Da tutto quanto esposto, risulta evidente che la tesi sostenuta dalla figlia del lettore (secondo cui sarebbe necessario raggiungere  un obiettivo lavorativo confacente alle proprie aspirazioni per perdere il diritto ad essere mantenuto dai genitori) non fa riferimento ad una giurisprudenza univoca.

Certamente il lettore, con le scelte sinora operate (l’acquisto/donazione di un appartamento, il versamento periodico e sistematico alla figlia della reversibilità della moglie) non ha contribuito a fornire alla donna un “incoraggiamento nel cercarsi un lavoro”, bensì l’esatto contrario; ciò non gli impedisce, tuttavia, di rivolgersi ugualmente al giudice affinché venga disciplinato di qui in avanti il suo eventuale obbligo di mantenimento.

Da quanto mi sembra di comprendere, infatti, non esiste una provvedimento del tribunale che stabilisca in che misura il lettore debba provvedere ai bisogni della figlia, non essendo mai intervenuta tra lui e la defunta moglie una pronuncia di separazione.

In ragione di ciò ritengo che, a seguito della situazione che si è venuta a creare, il lettore, pur non avendo un preciso dovere in tal senso, possa semmai rivolgersi al giudice per chiedere che venga accertata e dichiarata l’inesistenza di un obbligo a suo carico di mantenere la figlia , tenuto conto:

  • dell’età di quest’ultima,
  • del fatto che la stessa ha dimostrato di possedere comunque la capacità di procurarsi un reddito autonomo
  • e che, in ogni caso, ha rifiutato e rifiuta ogni altra occasione lavorativa, crogiolandosi dietro la consapevolezza di essere mantenuta dal padre.

Potrà aver rilievo, a riguardo, la prova della mancata partecipazione a concorsi o della mancata iscrizione della donna nelle liste di collocamento e la dimostrazione (anche fornita attraverso dichiarazioni testimoniali dei datori di lavoro) di averle procurato e proposto più occasioni lavorative, poi rifiutate.

Sarà, poi, onere della, figlia (in considerazione della non più giovane età) dimostrare di aver fatto sinora tutto il possibile per procurarsi un impiego che la renda economicamente autonoma.

In subordine, il lettore potrà domandare al giudice – qualora (se pur difficilmente) lo ritenga ancora obbligato al mantenimento – di determinare l’esatto ammontare di quanto dovuto alla figlia; importo che, tenuto conto delle generose elargizioni di cui la giovane ha già finora beneficiato, del titolo di studio, dell’età e della astratta capacità di trovarsi un lavoro, ritengo sarà inferiore rispetto a quello che le versa attualmente.

Altra soluzione potrebbe essere la proposta di offrire alla figlia di tornare ad abitare presso di lui, versandole i soli alimenti.

note

[1] Art. 30 Cost., art. 147 e 148 co. 1 cod. civ., art. 315 bis cod. civ.

[2] Cfr.Cass. sent. n. 18974/13; Cass. n. 2171/12.

[3] Cass. sent. n. 4555/2012.

[4] Ad esempio, in Cass. sent. n. 7970/2013 è stata ritenuta legittima la richiesta di revoca dell’assegno di

mantenimento nei confronti del figlio maggiorenne che, dopo la conclusione degli studi, non si era

impegnato con serietà nella ricerca di un posto di lavoro.

[5] Cass. sent. n.18974/2013.

[6] Trib. Roma, ord. del 24.1.14.

[7] Cass. 4555/12; Cass. 14123/11.

[8] Trib. Bari, del 21.09.2006.

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