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Youtube risarcisce per il copyright violato

18 aprile 2017


Youtube risarcisce per il copyright violato

> Diritto e Fisco Pubblicato il 18 aprile 2017



Non è legale caricare su YouTube video tratti da programmi televisivi; la piattaforma deve cancellare i contenuti caricati senza l’autorizzazione dell’autore.

Pubblicare e riprodurre video coperti dal copyright è illegale così come è illegale, per chi li ospita, non rimuoverli se c’è una esplicita segnalazione da parte dell’autore leso nel proprio diritto d’autore. Applicando questi principi il tribunale di Torino (sezione specializzata in materia di impresa) [1] ha recentemente condannato YouTube a cancellare dal proprio archivio dei video di alcune puntate di una telenovela caricati dai propri utenti, in violazione dell’altrui copyright.

Attenzione alla parola «cancellare»: YouTube non può limitarsi semplicemente a oscurare i contenuti, rendendoli però visibili dall’estero o a chi, tramite un server proxy, riesce a simulare un accesso dall’estero. Il video illegale va rimosso completamente.

YouTube ha previsto una sorta di procedura interna per le contestazioni tutte le volte in cui il contenuto pubblicato sia lesivo degli altrui diritti d’autore (o, per usare una denominazione anglosassone, «copyright»). L’autore dell’opera illegittimamente caricata sulla piattaforma apre un reclamo, segnalando alla società americana (di cui è proprietario Google) la violazione dei propri diritti. Tale richiesta viene “notificata” all’utente che ha caricato il video il quale, a sua volta, può presentare un “controreclamo”. Se però questi nulla osserva, il reclamo si considera fondato e YouTube è tenuto a cancellare il contenuto.

Nella sentenza in commento si legge quando segue: «una volta che si verifica che vi è una segnalazione di violazione di copyright e che l’utente che ha caricato il video contestato nulla osserva per dimostrare di essere il proprietario dei diritti vantati da altri, appare evidente che il prestatore dei servizi della società dell’informazione è stato pienamente informato, ed è ora a conoscenza, dell’illiceità del caricamento, avvenuto contro la volontà dell’unico soggetto che rivendica i relativi diritti». (…) «In tal senso, la prima misura è certamente quella di impedire il caricamento da parte dello stesso soggetto di nuovi video, ovvero di controllare con più accuratezza, e con una verifica specifica (anche manuale e non solo automatica), il materiale da questi caricato, e ciò a prescindere dal numero di volte in cui si sono ricevute altre simili contestazioni con riferimento a quel dato individuo (che possono essere due o più), e tenuto anche conto che non è certo un diritto inviolabile del singolo quello di riversare sulla piattaforma Youtube propri video».

Insomma, dopo una segnalazione di violazione del copyright, YouTube deve cancellare definitivamente il contenuto dal proprio archivio e prendere contromisure per evitare che lo stesso autore dell’illecito riproponga la medesima azione.

note

[1] Trib. Torino, sent. n. 1928/2017.

Sentenza n. 1928/2017 pubbl. il 07/04/2017 RG n. 38112/2013

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REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE ORDINARIO DI TORINO

1° Sezione Civile
Sezione Specializzata in materia di Impresa

Il Collegio costituito dai Signori Magistrati:

Dott.ssa Silvia Vitrò
Dott.ssa Silvia Orlando
Dott. Guglielmo Rende
nella composizione prevista per la Camera di Consiglio del 25.1.2017

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa iscritta al R.G. n. 38113/2013 tra:

DELTA TV PROGRAMS s.r.l.

con sede in Torino alla via Roma n. 366 (C.F. 01625280027)
elettivamente domiciliata in Torino alla via Duchessa Jolanda n. 25 presso lo studio degli avvocati Luca Pecoraro e Massimo Travostino del Foro di Torino rappresentanti e difensori

GOOGLE INC.

e

con sede in 1600 Amphitheatre Parkway, Montain View, CA 94043 – 1351 – California, Stati Uniti di America
YOU TUBE LLC
con sede in 901 Cherry Ave, San Bruno, CA 94066 – 1351 – California, Stati Uniti di America

Presidente Giudice Giudice relatore

parte attrice

GOOGLE IRELAND HOLDINGS

Sentenza n. 1928/2017 pubbl. il 07/04/2017 RG n. 38112/2013

con sede in Dublino 2, Irlanda, 70 Sir. John, Rogerson’s
elettivamente domiciliata in Torino alla via Avogadro n. 26 presso lo studio dell’avvocato Caterina Sola del Foro di Torino rappresentante e difensore unitamente agli avvocati Marco Berliri, Massimiliano Masnada, Marta Staccioli, Luigi Mansani e Pierluigi De Palma del Foro di Roma

parte convenuta

OGGETTO: diritto d’autore; ex art. artt. 156 e seguenti della Legge 633/1941; responsabilità dell’internet service provider.
CONCLUSIONI: all’udienza del 31.10.2016 venivano precisate le seguenti conclusioni.

Parte attrice Delta TV Programs s.r.l.:

“Voglia l’Ill.mo Giudice Adito,
– respinta ogni contraria istanza, eccezione e deduzione;
In via istruttoria:
– insiste per l’ammissione delle istanze istruttorie non accolte, formulate da Delta TV Programs S.r.l. in via diretta nella propria memoria ex art. 183 comma 6 c.p.c. n. 2 del 17 novembre 2014 e in controprova nella memoria ex art. 183 comma 6 c.p.c. n. 3 del 9 dicembre 2014;
Nel merito:
– accertata e dichiarata la violazione da parte dei convenuti dei diritti di proprietà intellettuale di Delta ed in particolare dei diritti di sfruttamento economico delle telenovelas di cui al punto 6 della narrativa in fatto dell’atto di citazione di Delta;
– confermare l’ordinanza del Tribunale di Torino del 23 giugno 2014 assunta nel procedimento di reclamo R.G. n. 15218/2014;
– ordinare alle convenute, ai sensi e per gli effetti di cui agli art. 158, 169 e 170 L. 633/1941, la cancellazione e comunque la rimozione dai propri sistemi

pagina 2 di 70

Firmato Da: VITRO’ SILVIA Emesso Da: POSTECOM CA3 Serial#: 13ba3e – Firmato Da: RENDE GUGLIELMO Emesso Da: ARUBAPEC S.P.A. NG CA 3 Serial#: 5d3b3b8a4f5546e6598f707cf134bb49

Sentenza n. 1928/2017 pubbl. il 07/04/2017 RG n. 38112/2013

informatici, o dai sistemi informatici di terzi con cui i convenuti intrattengano rapporti contrattuali per la memorizzazione e la conservazione dei files relativi alle telenovelas di cui al punto 6 della narrativa in fatto dell’atto di citazione, di tutti i files in questione;

– disporre nei confronti delle convenute ai sensi dell’art. 156 della legge n. 633/1941 l’inibitoria della trasmissione, diffusione e messa a disposizione del pubblico, per il tramite dei siti internet www.youtube.com e www.youtube.it o di qualsiasi altro sito o mezzo di comunicazione, delle opere di cui al punto 6 della narrativa dell’atto di citazione, eventualmente anche indicando le opportune modalità da adottare quali ad esempio l’adozione di un sistema che combini l’uso di parole chiave relative alle opere contestate e l’utilizzo del sistema di ContentID;

– fissare, ai sensi e per gli effetti dell’art. 156 della legge n. 633/1941, una penale pari ad Euro 1.000 al giorno per ciascuna delle telenovelas di cui al punto 6 della narrativa in fatto, per ogni inosservanza a quanto disposto in accoglimento alle richieste di rimozione ed inibitoria di cui sopra;

– condannare i convenuti ai sensi dell’art. 158 della legge n. 633/1941 al risarcimento di tutti i danni patrimoniali subiti e subendi da Delta derivanti dalla violazione dei predetti diritti, quantificati in Euro 13.097.000,00, oltre al mancato compenso per “copia privata” e oltre ai danni subiti successivamente all’instaurazione del presente giudizio, ovvero in quella maggiore o minore misura che il Giudice riterrà dovuta, oltre a interessi e rivalutazione, danni da liquidarsi eventualmente anche in via equitativa da parte del Giudice;

– ordinare che ai sensi dell’art. 166 L. 633/1941 il dispositivo del provvedimento cautelare e della sentenza vengano pubblicati ad esclusive spese dei convenuti sulle edizioni cartacee e online dei seguenti quotidiani nazionali: La Stampa, Il Corriere della Sera, Il Sole 24 Ore, in italiano ed in inglese;

– Con vittoria di spese e di onorari tutti di giudizio e patrocinio, oltre IVA e CPA, sugli importi imponibili”.

(v. il verbale dell’udienza del 31.10.2016).
Parti convenute You Tube LLC, Google Inc e Google Ireland Holdings: “rigettarsi tutte le domande attoree”.
(v. il verbale dell’udienza del 31.10.2016).

MOTIVI DELLA DECISIONE
1. L’oggetto del presente giudizio e le tesi delle parti.

Il presente giudizio ha ad oggetto la domanda di inibitoria e tutela risarcitoria svolta dalla società attrice Delta TV Programs s.r.l. in relazione ai diritti di sfruttamento economico da essa vantati in ordine a n. 18 prodotti audiovisivi (telenovelas) asseritamente lesi dal servizio di videosharing approntato e gestito dal portale internet You Tube.

1.1. Le tesi di parte attrice Delta TV.

Con atto di citazione e contestuale ricorso cautelare in corso di causa ex art. artt. 156 e seguenti della legge n. 633/1941 e 669 bis e ss. e 700 del c.p.c. del 19.12.2013, depositato in Cancelleria in data 23.12.2013, l’odierna società ricorrente Delta Tv Programs s.r.l. ha esposto quanto segue:

a) essa attrice è una società operante nel settore dell’edizione, produzione, noleggio, distribuzione, compravendita e commercializzazione di programmi audiovisivi e televisivi;

b) essa ricorrente, fra l’altro, è titolare esclusiva dei diritti di sfruttamento economico di alcune telenovelas di produzione sudamericana;

c) in particolare, la Delta Tv Programs s.r.l. è titolare dei seguenti n. 18 prodotti audiovisivi per i territori dell’Italia, Principato di Monaco, Svizzera, San Marino, Malta e Vaticano:

1) Betty La Fea/Ecomoda; 2) Padre Coraje;
3) 009 Central;
4) Dolce Valentina;

5) Vidas Robadas; 6) Marilena;
7) Sortilegio;
8) Ines Durante;

Sentenza n. 1928/2017 pubbl. il 07/04/2017 RG n. 38112/2013

9 Cielo Rojo;
10) Un volto due donne;
11) Vento di Passione;
12) Celeste;
13) Topazio;
14) Gloria sola contro il mondo;
15) La forza del desiderio;
16) I due volti dell’amore;
17) Fiori d’arancio;
18) Antonella;
d) i diritti di sfruttamento economico di tali telenovelas vengono

licenziati o sub licenziati sul territorio italiano ad emittenti televisive su scala nazionale o regionale, nell’ambito dell’attività di impresa di Delta TV;

e) essa ricorrente Delta TV è altresì titolare dei diritti sulla versione italiana delle opere audiovisive in questione per aver provveduto al doppiaggio delle opere in lingua originale attraverso mezzi propri ovvero tramite contratti con terzi prestatori di servizi;

f) i diritti di cui sopra comprendono, fra l’altro, quello che spetta al produttore originario o avente causa, di percepire il compenso per la cosiddetta “copia privata”;

g) essa ricorrente recentemente è venuta a conoscenza che un certo numero di episodi delle telenovelas predette sono stati caricati, nella loro versione italiana prodotta da Delta TV sui siti internet youtube.com e youtube.it, ove sono accessibili direttamente e gratuitamente da tutti gli utenti internet;

h) digitando il titolo delle telenovelas in questione elencate sul motore di ricerca google.com compare, nella prima pagina dei risultati di ricerca, il link al sito youtube.com, nel quale vengono visualizzati i links ad un certo numero di episodi della telenovela a cui l’utente è interessato;

i) la visione degli episodi in parola è preceduta o accompagnata da uno spot pubblicitario, anch’esso sotto forma di filmato, ovvero come messaggio grafico di testo banner;

j) tali spot e banner pubblicitari variano nel tempo, essendo oggetto di un’attività di aggiornamento costante;

k) la possibilità di visionare gratuitamente da parte degli utenti di google e youtube reca ad essa ricorrente ingenti danni, poiché pregiudica lo stesso modello di business adottato da Delta TV, atteso che nessun operatore economico è disposto ad investire per rendersi licenziatario, dietro corresponsione di un prezzo, dei diritti televisivi relativi ad un prodotto audiovisivo al quale si possa accedere liberamente e gratuitamente tramite la rete internet;

l) inoltre, fra i danni patiti, va altresì ricompreso quello derivante dalla mancata percezione del compenso per “copia privata” che Delta avrebbe avuto diritto di ricevere in relazione alla vendita di supporti (dvd/videocassette/memorie USB) destinati alla registrazione delle opere per uso privato: la disponibilità dell’opera on line annulla la necessità per l’utente di registrarla e conservarla, essendo reperibile in ogni momento sul sito in questione;

m) inoltre, lo svilimento dell’opera conseguente alla sua diffusione pubblica mediante internet e alla sua libera gratuita accessibilità impedisce o riduce considerevolmente il numero di passaggi su emittenti televisive con conseguente riduzione anche del compenso sopra indicato, gestito per conto della SIAE dall’APT (Associazione Produttori Televisivi), tenuto anche conto che le trasmissioni su siti quali youtube.com non sono considerate equivalenti a quelle televisive e la durata delle stesse non è oggetto di computo ai fini della determinazione della predetta indennità di copia privata;

n) essa ricorrente, preso atto delle suddette asserite violazioni dei propri di diritti di sfruttamento economico delle opere per cui è procedimento, ha quindi diffidato le convenute a: 1) interrompere la trasmissione delle predette opere attraverso il sito youtube.com e rimuovere tutto il materiale che contenesse diritti di proprietà intellettuale di Delta Tv Programs s.r.l.; 2) astenersi dal perpetuare nuove e ulteriori violazioni impedendo il caricamento sul sito internet di ulteriore materiale in violazione dei diritti di proprietà intellettuale di Delta TV Programs; 3) risarcire i danni prodotti da tali violazioni.

1.2. Le tesi delle parti convenute Google Inc e Youtube LLC.

Con congiunta memoria di costituzione, depositata in data 12.3.2014, le convenute Google Inc e Youtube LLC, dopo aver sollevato difetto di legittimazione attiva in capo alla società attrice in riferimento ad alcuni prodotti audiovisivi per cui è causa, essendo scaduti i relativi diritti di licenziatario ovvero per non essere gli stessi estesi anche al territorio italiano o alla diffusione a mezzo di rete internet, hanno chiesto la reiezione di tutte le domande di merito e cautelari avanzate dall’attrice sulla base delle seguenti argomentazioni e considerazioni:

a) è in primo luogo cessata la materia del contendere giacché Youtube LLC, una volta ricevuta la notifica del ricorso, e avendo avuto accesso alla documentazione prodotta con l’atto di citazione, è venuta a conoscenza per la prima volta degli URL (Uniform Resource Locator) relativi ai filmati presenti su youtube.com aventi ad oggetto le telenovelas per cui è causa (v. il doc. n. 23 del fascicolo di parte attrice);

b) a seguito di detta intervenuta conoscenza, essa convenuta Youtube LLC ha provveduto a rimuovere i relativi filmati elencati nel doc. n. 23 di controparte, con ciò determinando la cessazione della materia del contendere;

c) a prescindere da ciò, nessuna responsabilità può essere imputata alle resistenti Google Inc e Youtube LLC atteso che il regime di responsabilità giuridica relativo ai fornitori di servizi internet di videosharing è quello delineato per gli hosting provider dal D. Lgs. 70/2003 attuativo della Direttiva 2000/31/CE;

d) prima della citazione a giudizio e della notificazione dell’odierno atto di citazione, nessuna diffida specifica e analitica, contenente l’elenco degli URL di cui sopra, è stata recapitata ad esse convenuti, e pertanto, nessun addebito di responsabilità può essere loro mosso, giacché la normativa sopra richiamata, come anche interpretata dalla giurisprudenza nazionale e comunitaria intervenuta sul punto, non prevede alcun obbligo di controllo preventivo sui contenuti che vengono caricati sul sito gestito dall’hosting provider al fine della fornitura agli utenti di un servizio di videosharing;

e) da un lato, infatti, la diffida stragiudiziale del 25.3.2013 inviata da Delta TV (anteriormente all’instaurazione del presente contenzioso) era priva della precisa indicazione degli URL, dall’altro lato, deve ritenersi principio consolidato quello per cui la preventiva individuazione dei contenuti web di carattere illecito costituisce un’attività che non può gravare sul provider, ma, piuttosto, deve essere il risultato di un’attività rimessa, in primo luogo, al titolare del diritto che si afferma leso.

1.3. Le tesi della parte convenuta Google Ireland Holdings.

La parte convenuta Google Ireland Holdings deduce, a sua volta, il proprio difetto di legittimazione passiva, associandosi inoltre nel merito alle difese delle convenute Google Inc e Youtube LLC.

2. L’esito della fase cautelare.

Nel corso della fase cautelare svoltasi in corso di causa la parte attrice Delta TV ha rassegnato le seguenti conclusioni:

“In via cautelare

Accertato che quanto posto in essere dai convenuti e descritto nella narrativa in fatto viola i diritti di proprietà intellettuale di Delta

[1] – ordinare, ai sensi e per gli effetti di cui agli art 158, 169, e 170 L. 633/1941, ovvero ai sensi dell’art. 700 c.p.c. la cancellazione o comunque la rimozione dai propri sistemi informatici o dai sistemi informatici di terzi con cui i convenuti intrattengano rapporti contrattuali per la memorizzazione e la conservazione dei files relativi alle telenovelas di cui al punto 6 della narrativa tutti i files in questione;

[2] – disporre, ai sensi e per gli effetti di cui all’art. 163 L. 633/1941, comma 1, del D.Lgs. 10 febbraio 2005, n. 30, ovvero ai sensi dell’art. 700 c.p.c., l’inibitoria della trasmissione o diffusione, per il tramite dei siti internet www.youtube.com e www.youtube.it delle telenovelas di cui al punto 6;

[3] – fissare, ai sensi e per gli effetti degli articoli 156 e 163 L. 633/1941 una penale pari ad Euro 1.000,00 al giorno per ciascuna delle telenovelas di cui al punto 6 della narrativa in fatto, per ogni inosservanza a quanto disposto in accoglimento alle richieste di rimozione ed inibitoria di cui sopra”.

Con ordinanza del 5.5.2014 il Tribunale in composizione monocratica ha rigettato le domande così avanzate sul presupposto che in ordine ai files oggetto di diffida con indicazione dell’URL (di cui al doc. n. 23 allegato all’atto di citazione) fosse intervenuta cessazione della materia del contendere per intervenuta rimozione dei relativi files (e ciò in relazione a quanto emerso nelle udienze sino ad allora celebratesi) e che, in relazione alla richiesta inibitoria per il futuro nuovo caricamento da parte di soggetti terzi, al momento, non si potesse prefigurare un obbligo di sorveglianza preventiva in capo alle convenute, le quali, allo stato degli atti, non potevano qualificarsi quali hosting attivi partecipanti in prima persona alla formazione e all’esposizione dei contenuti pubblicati sul sito You Tube.

Con successiva ordinanza collegiale del 23.6.2014, il Collegio in sede di reclamo ex art. 669 terdecies del c.p.c. ha parzialmente riformato il provvedimento di prime cure, fra l’altro, così disponendo:

“ordina a Google Inc. e a YouTube LLC di rimuovere dalla piattaforma YouTube gli audiovisivi di cui agli URL comunicati da Delta TV con il doc. 23 allegato alla citazione;

ordina a Google Inc. e a YouTube LLC di impedire l’ulteriore caricamento sulla piattaforma YouTube dei medesimi materiali, impiegando a tal fine, a propria cura e spese, il software Content ID, e utilizzando come reference files i contenuti caricati agli URL di cui sopra”.

3. L’istruttoria svolta.

L’odierna causa è stata istruita mediante le produzioni documentali delle parti e l’espletamento di consulenza tecnica d’ufficio.

In particolare, al nominato c.t.u. dott. Giuseppe Dezzani sono stati sottoposti i seguenti quesiti formulati con ordinanza del 15.6.2015:

“Esaminati gli atti e i documenti di causa, condotti gli accertamenti necessari e assunte dalle parti le opportune informazioni anche ai sensi dell’articolo 156 bis della L. n. 633/1941, accerti e dica il c.t.u.:

1) se sia o meno possibile inibire la visualizzazione dei prodotti audiovisivi di parte attrice Delta TV (sui siti www.youtube.com e www.youtube.it) sulla base del mero titolo commerciale delle singole “telenovelas”;

2) quale sia il contenuto minimo, dal punto di vista tecnico, di una segnalazione efficiente al fine di consentire alle parti convenute Google Inc. e You Tube LLC di impedire il caricamento delle opere audiovisive di parte attrice sulle piattaforme da esse gestite, ovverosia se oltre all’URL sia possibile individuare altra ulteriore indicazione tecnica utile allo scopo;

3) quali siano stati i meccanismi di caricamento dei singoli files di cui al documento n. 23 del fascicolo di parte attrice;

4) se siano individuabili i soggetti che hanno materialmente caricato i predetti files e se essi hanno partecipato o partecipino ai ricavi pubblicitari generati dalle visualizzazioni in oggetto;

5) quali siano i meccanismi di indicizzazione, segnalazione e abbinamento pubblicitario seguiti con riferimento ai predetti files ;

6) quante sono state le visualizzazioni dei files di cui al documento 23 del fascicolo di parte attrice a far data dalla ricezione della diffida e sino all’attualità;

7) se sia o meno possibile, al fine di evitare il nuovo caricamento dei files di cui al documento n. 23 del fascicolo di parte attrice, adoperare il software Content ID di parte convenuta You Tube usando come “reference file” i files già caricati sulla piattaforma You Tube e oggetto della segnalazione di cui agli URL indicati nel documento n. 23 di parte attrice, ovvero se sia invece assolutamente necessario disporre del file master contenente l’intera puntata del prodotto in questione;

8) se le parti convenute abbiano o meno correttamente adempiuto al disposto di natura inibitoria di cui all’ordinanza collegiale del 23.6.2014”.

4. Sull’eccezione di carenza di legittimazione passiva della convenuta Google Ireland Holdings.

La Difesa convenuta ha eccepito la carenza di legittimazione passiva in capo alla convenuta Google Ireland Holdings.

La Difesa ha invero affermato:

– che la convenuta Google Ireland Holdings è titolare del sito www.youtube.it;

– che detto sito, in realtà, è privo di contenuti e opera un mero “reindirizzamento” verso i contenuti del sito www.youtube.com;

– che la registrazione del sito www.youtube.it, ad opera della società Google Ireland Holdings, è motivata dal fatto che la società You Tube LLC – effettiva proprietaria della piattaforma del sito internet e unico gestore dei relativi servizi – è un soggetto extracomunitario e che “come tale, ai sensi del relativo Regolamento ccTLD, non poteva registrare in Italia il nome a dominio contrassegnato dal ccTLD.it, attività permessa solo a soggetti che hanno cittadinanza, residenza o sede nell’Unione Europea” (v. pagg. 10 e 11 della comparsa conclusionale)

Ebbene, l’eccezione è infondata e va pertanto disattesa.

Come è noto, l’organizzazione internazionale Icann (Internet Corporation for Assigned Names and Numbers) ha – fra l’altro – il compito di incaricare alcuni soggetti di svolgere la funzione di Registro “delegato” per la gestione delle varie estensioni nazionali, merceologiche o tematiche (.it, fr., .com).

Nel 1987 l’Icann ha incaricato il Cnr (Consiglio Nazionale delle Ricerche) di gestire i domini Internet a targa.it..

E’ sorto così il “Registro.it” che ha sede presso l’Istituto di Informatica e Telematica del Cnr di Pisa.

Il Regolamento emanato dal Registro.it ha effettivamente previsto quale requisito per la registrazione di un sito con targa.it la necessità del requisito soggettivo della cittadinanza, residenza o sede presso l’Unione Europea.

Tale regola ha evidentemente lo scopo di consentire comunque l’evocazione di un regime di responsabilità proprio degli ordinamenti comunitari in riferimento all’attività compiuta attraverso l’uso di un determinato nome di dominio con targa.it.

Detto questo, non può certo invocarsi la regola che impone la cittadinanza, la residenza o la sede nell’Unione Europea, per sottrarsi alle finalità che proprio quella regola vuole perseguire.

A prescindere da ciò, appare decisivo osservare come il sito www.youtube.it coincida di fatto con il sito www.youtube.com, atteso che l’utente che digita l’indirizzo www.youtube.it ha immediato accesso, senza soluzione di continuità, al sito www.youtube.com e ai relativi contenuti.

Tale immediata e totale coincidenza di contenuti comporta necessariamente la conseguente assunzione di responsabilità civile, da parte del titolare del sito www.youtube.it, in ordine a eventuali illeciti civili che possano essere compiuti con la diffusione illegittima di contenuti protetti dal diritto d’autore sulla piattaforma di cui al sito www.youtube.com.

Si tratta invero di un pieno recepimento dei contenuti del sito www.youtube.com. cui non può che conseguire un pieno regime di responsabilità civile in ordine ai contenuti così recepiti e approntati.

5. Sull’eccezione di difetto di legittimazione attiva della società attrice Delta TV Programs s.r.l. in relazione alle opere audiovisive per cui è causa.

La Difesa delle convenute ha altresì eccepito il difetto di legittimazione attiva della Delta TV Programs s.r.l. in relazione alle sopra elencate n. 18 telenovelas per cui è causa.

Secondo la prospettazione offerta dalla Difesa delle convenute, la parte attrice Delta TV Programs s.r.l. non avrebbe provato la titolarità in capo a sé dei diritti di sfruttamento economico sulla versione italiana di tutte e 18 le opere audiovisive oggetto del presente giudizio.

In particolare, secondo la Difesa delle convenute, Delta TV:
“(i) non è titolare dei diritti di diffusione delle Opera tramite internet; (ii) non ha provato quali diritti patrimoniali sarebbero stati ad essa

trasferiti;
(iii) non ha provato di avere realizzato la versione italiana delel

telenovelas né, nel caso di produzione da parte di terzi, di averne acquisito i necessari diritti;

(iv) è parte di contratti di licenza scaduti”

(v. pag. 12 della comparsa conclusionale).
Anche questa eccezione è infondata e, pertanto, deve essere disattesa. Sul punto va invero evidenziato come la parte attrice abbia depositato

copiosa documentazione contrattuale attestante l’effettiva sussistenza di contratti aventi ad oggetto la concessione (da parte del produttore originario in favore dell’odierna attrice) della licenza di sfruttamento economico in relazione alle opere oggetto di causa (v. i documenti prodotti dai nn. 3c a 20 c del fascicolo di parte attrice nonché i docc. da 44 a 51 del cennato fascicolo).

Quanto all’obiezione della Difesa delle convenute secondo cui non sarebbe contemplato lo sfruttamento sulla rete internet, osserva il Tribunale che tale ipotesi è espressamente contemplata almeno in riferimento ai contratti depositati in atti di almeno dieci (10) su diciotto (18) delle opere oggetto di causa.

Nei rimanenti casi, deve ritenersi che la mancata espressa previsione del diritto di sfruttamento sulla rete internet nulla rilevi ai fini di causa, atteso che la parte attrice agisce per la tutela dei propri diritti di sfruttamento economico della versione italiana delle cennate telenovelas, la quale versione, a sua volta, costituisce opera (derivata) a sé, tutelabile autonomamente ai sensi dell’articolo 4 della Legge sul diritto d’autore.

L’articolo 4 della legge n. 633 del 1941, invero, stabilisce espressamente quanto segue:

“Senza pregiudizio dei diritti esistenti sull’opera originaria, sono altresì protette le elaborazioni di carattere creativo dell’opera stessa, quali le traduzioni in altra lingua, le trasformazioni da una in altra forma letteraria od artistica, le modificazioni ed aggiunte che costituiscono un rifacimento sostanziale dell’opera originaria, gli adattamenti, le riduzioni, i compendi, le variazioni non costituenti opera originale”.

A prescindere da ciò, si osserva infine come l’articolo 167 della Legge 22 aprile 1941 n. 633 disponga espressamente quanto segue:

“I diritti di utilizzazione economica riconosciuti da questa legge possono anche essere fatti valere giudizialmente:

a) da chi si trovi nel possesso legittimo dei diritti stessi (…)”.

Nel caso in esame appare evidente che la Delta TV Programs s.r.l. si trovi nel possesso legittimo dei diritti in discorso, sia perché essa ha comunque acquisito i diritti di sfruttamento economico dal produttore originario, sia perché ciò è desumibile dal fatto che a fronte di migliaia di files caricati da terzi e poi rimossi da You Tube non vi è stato alcun serio “reclamo” o contestazione da parte dei soggetti terzi che avevano caricato il video, eccezione fatta per una contestazione di un solo utente (con nome utente “Pongalo”), alla quale però non è seguita alcuna azione giudiziaria da parte del predetto utente né un serio disvelamento di un fondato diritto di proprietà intellettuale o autoriale antagonista rispetto a quello vantato dall’odierna attrice.

Sussiste, pertanto, la piena legittimazione attiva della società attrice Delta TV Programs s.r.l.

6. Sul merito della causa.

Per comodità di trattazione ed esposizione verranno partitamente trattate le singole questioni emerse in corso di causa in relazione alle domande svolte dalla parte attrice secondo ordine di rilevanza logico – giuridica.

Di seguito verranno partitamente delibate le singole domande proposte e avanzate dalla parte attrice.

6.1. Sulla natura del servizio di videosharing gestito dalla piattaforma You Tube, la legislazione applicabile al caso di specie e il conseguente regime di responsabilità.

Come emerge dagli atti di causa e dall’esito della consulenza tecnica svolta in corso di causa, You Yube LLC eroga attraverso i siti www.youtube.it e www.youtube.com un servizio di videosharing mediante il quale i singoli utenti possono caricare, sugli host messi a disposizione dal gestore, contenuti video da porre in condivisione con gli altri utenti internet, i quali, dunque, senza alcuna preventiva registrazione, possono accedere e visionare gratuitamente i predetti video, potendo altresì procedere a un commento degli stessi attraverso l’inserzione di un contenuto linguistico a mezzo di appositi post.

Detta attività – allo stato – deve essere inquadrata e sussunta nelle previsioni di cui al D.Lgs. 70/2003, a sua volta attuativo della Direttiva comunitaria 2000/31/CE di cui costituisce una quasi pedissequa trasposizione nell’ordinamento italiano.

L’art. 16 del D. Lgs. 70/2003, rubricato come “Responsabilità nell’attività di memorizzazione di informazioni – hosting”, stabilisce espressamente quanto segue:

“1. Nella prestazione di un servizio della società dell’informazione, consistente nella memorizzazione di informazioni fornite da un destinatario del servizio, il prestatore non è responsabile delle informazioni memorizzate a richiesta di un destinatario del servizio, a condizione che detto prestatore:

a) non sia effettivamente a conoscenza del fatto che l’attività o l’informazione è illecita e, per quanto attiene ad azioni risarcitorie, non sia al corrente di fatti o di circostanze che rendono manifesta l’illiceità dell’attività o dell’informazione;

b) non appena a conoscenza di tali fatti, su comunicazione delle autorità competenti, agisca immediatamente per rimuovere le informazioni o per disabilitarne l’accesso.

2. Le disposizioni di cui al comma 1 non si applicano se il destinatario del servizio agisce sotto l’autorità o il controllo del prestatore.

3. L’autorità giudiziaria o quella amministrativa competente può esigere, anche in via d’urgenza, che il prestatore, nell’esercizio delle attività di cui al comma 1, impedisca o ponga fine alle violazioni commesse.

L’art. 17 del D. Lgs. 70/2003, rubricato come “Assenza dell’obbligo generale di sorveglianza”, a sua volta, dispone:

“Nella prestazione dei servizi di cui agli articoli 14, 15 e 16, il prestatore non è assoggettato ad un obbligo generale di sorveglianza sulle informazioni che trasmette o memorizza, né ad un obbligo generale di ricercare attivamente fatti o circostanze che indichino la presenza di attività illecite.

2. Fatte salve le disposizioni di cui agli articoli 14, 15 e 16, il prestatore è comunque tenuto:

a) ad informare senza indugio l’autorità giudiziaria o quella amministrativa avente funzioni di vigilanza, qualora sia a conoscenza di presunte attività o informazioni illecite riguardanti un suo destinatario del servizio della società dell’informazione;

b) a fornire senza indugio, a richiesta delle autorità competenti, le informazioni in suo possesso che consentano l’identificazione del destinatario dei suoi servizi con cui ha accordi di memorizzazione dei dati al fine di individuare e prevenire attività illecite.

3. Il prestatore è civilmente responsabile del contenuto di tali servizi nel caso in cui, richiesto dall’autorità giudiziaria o amministrativa avente funzioni di vigilanza, non ha agito prontamente per impedire l’accesso a detto contenuto, ovvero se, avendo avuto conoscenza del carattere illecito o pregiudizievole per un terzo del contenuto di un servizio al quale assicura l’accesso, non ha provveduto ad informarne l’autorità competente”.

Tali disposizioni costituiscono – come detto – puntuale e fedele trasposizione dei principi affermati dal legislatore europeo con la Direttiva 2000/31/CE.

In particolare, sul punto, devono richiamarsi i seguenti “considerando”:

– (…) 42) Le deroghe alla responsabilità stabilita nella presente direttiva riguardano esclusivamente il caso in cui l’attività di prestatore di servizi della società dell’informazione si limiti al processo tecnico di attivare e fornire accesso ad una rete di comunicazione sulla quale sono trasmesse o temporaneamente memorizzate le informazioni messe a disposizione da terzi al solo scopo di rendere più efficiente la trasmissione. Siffatta attività è di ordine meramente tecnico, automatico e passivo, il che implica che il prestatore di servizi della società dell’informazione non conosce né controlla le informazioni trasmesse o memorizzate.

– 43) Un prestatore può beneficiare delle deroghe previste per il semplice trasporto (“mere conduit”) e per la memorizzazione temporanea detta “caching” se non è in alcun modo coinvolto nell’informazione trasmessa. A tal fine è, tra l’altro, necessario che egli non modifichi l’informazione che trasmette. Tale requisito non pregiudica le manipolazioni di carattere tecnico effettuate nel corso della trasmissione in quanto esse non alterano l’integrità dell’informazione contenuta nella trasmissione.

– (44) Il prestatore che deliberatamente collabori con un destinatario del suo servizio al fine di commettere atti illeciti non si limita alle attività di semplice trasporto (“mere conduit”) e di “caching” e non può pertanto beneficiare delle deroghe in materia di responsabilità previste per tali attività.

– (45) Le limitazioni alla responsabilità dei prestatori intermedi previste nella presente direttiva lasciano impregiudicata la possibilità di azioni inibitorie di altro tipo. Siffatte azioni inibitorie possono, in particolare, essere ordinanze di organi giurisdizionali o autorità amministrative che obbligano a porre fine a una violazione o impedirla, anche con la rimozione dell’informazione illecita o la disabilitazione dell’accesso alla medesima.

– (46) Per godere di una limitazione della responsabilità, il prestatore di un servizio della società dell’informazione consistente nella memorizzazione di informazioni deve agire immediatamente per rimuovere le informazioni o per disabilitare l’accesso alle medesime non appena sia informato o si renda conto delle attività illecite. La rimozione delle informazioni o la disabilitazione dell’accesso alle medesime devono essere effettuate nel rispetto del principio della libertà di espressione e delle procedure all’uopo previste a livello nazionale. La presente direttiva non pregiudica la possibilità per gli Stati membri di stabilire obblighi specifici da soddisfare sollecitamente prima della rimozione delle informazioni o della disabilitazione dell’accesso alle medesime.

– (47) Gli Stati membri non possono imporre ai prestatori un obbligo di sorveglianza di carattere generale. Tale disposizione non riguarda gli obblighi di sorveglianza in casi specifici e, in particolare, lascia impregiudicate le ordinanze emesse dalle autorità nazionali secondo le rispettive legislazioni.

– (48) La presente direttiva non pregiudica la possibilità per gli Stati membri di chiedere ai prestatori di servizi, che detengono informazioni fornite dai destinatari del loro servizio, di adempiere al dovere di diligenza che è ragionevole attendersi da loro ed è previsto dal diritto nazionale, al fine di individuare e prevenire taluni tipi di attività illecite”.

Da tale quadro normativo, applicabile al caso di specie, debbono allora inferirsi, anche alla luce della giurisprudenza comunitaria intervenuta sul punto (cfr., ad esempio, la sentenza della Corte di Giustizia UE del 24.11.2011 nel caso Scarlet contro Sabem che ha escluso la ricorrenza di un obbligo di adozione di un sistema di filtraggio preventivo in capo all’Internet Service Provider), i seguenti principi e assunti:

a) non sussiste in capo a You Tube LLC alcun obbligo di preventivo vaglio dell’effettiva titolarità dei diritti d’autore posseduti da parte dei singoli soggetti che caricano i video sullo spazio di memoria a loro messo a disposizione da You Tube medesima;

b) l’unica ipotesi di responsabilità ipotizzabile in capo a You Tube LLC concerne i casi in cui detta società sia informata (anche ab origine) dell’illiceità del contenuto dei video caricati: sussiste infatti, in questa evenienza, responsabilità, per violazione dei diritti di proprietà intellettuale, allorquando il provider, pur specificamente informato, non abbia rimosso i

files segnalati dal legittimo titolare del diritto d’autore violato, ovverosia allorquando non venga adempiuto un obbligo specifico di vigilanza a posteriori, sorto a seguito di apposita segnalazione o diffida.

Lo stato della legislazione attualmente vigente esclude infatti che via sia un obbligo generale di vigilanza preventiva del fornitore di servizi Internet (Internet Service Provider), e quindi anche del soggetto che eroga il servizio di videosharing, atteso che lo stesso si pone in una posizione di neutralità rispetto ai contenuti caricati.

D’altra parte, l’opzione normativa scelta e avallata dal legislatore nazionale ed europeo è conforme e conseguente alla natura del mezzo di comunicazione di cui trattasi: ove infatti si volesse imporre un sistema di controllo e filtraggio preventivo nei servizi di hosting provider ne verrebbe pregiudicata la diffusività e la capillarità della relativa comunicazione la quale si basa sull’adozione di sistemi automatici di caricamento, i quali, evidentemente, non potrebbero operare nelle modalità attuali nel caso in cui si dovesse dare attuazione a un sistema preventivo di controllo (v. al riguardo anche quanto affermato nella sentenza della Corte di Appello di Milano n. 29/2015, fra l’altro, al punto n. 22 pag. 13).

Il punto di equilibrio è stato allora rinvenuto in un sistema di controllo successivo e ad attivazione precipua da parte del soggetto titolare dei diritti d’autore ritenuti violati.

E’ certamente vero che detta modalità di tutela implica un peculiare (e costoso) obbligo di facere (l’obbligo di sorveglianza e vigilanza in proprio) da parte del titolare del diritto d’autore violato, ma è anche vero che detta modalità è imposta dall’attuale assetto normativo ed è l’unica che consente di mantenere e attuare il favor alla diffusione dei servizi della società dell’informazione che il legislatore europeo e nazionale intende attuare e concretare (v., in tal senso, anche la citata sentenza della Corte di Appello di Milano n. 29/2015, fra l’altro, al punto n. 23 pag. 13).

6.2. Sulla natura di hosting attivo o passivo di You Tube

Come già preannunciato in sede cautelare, l’istruttoria svolta ha avuto quale tema di indagine quello di accertare se in concreto (e al di là delle diverse e possibili definizioni terminologiche o lessicali utilizzabili) la piattaforma di videosharing You Tube operi come un fornitore neutrale (e quindi come un hosting passivo) ovvero se essa, in ragione del suo effettivo atteggiarsi e del suo reale funzionamento, operi con modalità tali da far perdere il carattere neutrale (rispetto ai contenuti caricati) come richiesto dal D.Lgs. 70/2003 per l’operatività delle deroghe di responsabilità di cui agli articoli 16 e 17 del D. Lgs. 70/2003 (e quindi, in definitiva, come un hosting attivo).

Ebbene, il Tribunale ritiene che il punto di discrimine fra fornitore neutrale e fornitore non neutrale debba essere individuato nella manipolazione o trasformazione delle informazioni o dei contenuti trasmessi o memorizzati, come peraltro suggerito (sebbene con riferimento alle attività di “mere conduit” e “caching”) dal considerando n. 43 della Direttiva 2000/31/CE, estensibile, per analogia, anche al caso dell’hosting, nonché come anche chiarito dai successivi considerando n. 44 e 46 che richiamano l’intenzionalità e l’inerzia di fronte a specifiche informazioni dell’avvenuto illecito quali momenti di discrimine per il venir meno dell’operatività delle deroghe di responsabilità.

Un’interpretazione sistematica della sopra richiamata normativa nazionale e comunitaria vigente, così come la lettura integrata e sistematica di tutti i “considerando” della cennata Direttiva (esplicitanti la ratio dell’intervento normativo europeo al quale il legistaltore nazionale ha inteso adeguarsi pedissequamente), consentono invero di ritenere applicabile anche all’attività di hosting (prevista e disciplinata all’articolo 16 del D.Lgs. n. 70 del 2003) il predetto criterio discretivo.

In tale senso milita quindi:
1) sia un argomento (e fondamento) normativo;
2) sia il dirimente argomento logico – fattuale secondo cui è proprio

l’ingerenza nel contenuto ospitato o trasmesso a far venir meno la neutralità del fornitore, alterando così il suo ruolo.

Se invero il fornitore di servizi internet, non si limita a un mero ruolo di intermediario fra due soggetti distanti mettendo a disposizione la propria piattaforma tecnologica, ma rielabora o partecipa alla redazione del contenuto intermediato, si avrà in questo caso una piena responsabilità civile secondo le regole comuni.

Qualora invece vengano attuate delle mere operazioni volte alla migliore fruibilità della piattaforma e dei contenuti in essa versati (attraverso – ad esempio – il caso tipico della indicizzazione o dei suggerimenti di ricerca individualizzati per prodotti simili o sequenziali ovvero quello altrettanto tipico dell’inserzione pubblicitaria e dell’abbinamento di messaggi pubblicitari mirati), le predette clausole di deroga di responsabilità continueranno ad operare poiché nel caso in esame ci si troverà nell’ambito di espedienti tecnologici volti al miglior sfruttamento economico della piattaforma, e non già innanzi a un’ingerenza sulla creazione e redazione del contenuto intermediato.

La Corte di Appello di Milano nella sentenza n. 95 del 2015 – alla luce della normativa europea e italiana vigente sopra richiamata e delle pronunce della Corte di Giustizia UE avutesi in materia (nei procedimenti C- 236/08 e C- 238/2008 – caso Google c. Louis Vuitton, C. 324/09 – caso L’Oreal c. Ebay, C-70 – caso Scarlet Extended c. Sabam, C- 360/10 – caso Sabam c. Netlog, C- 314/12 – caso UPC Telekabel Wien Gmbh c. Constantin Film Verleigh gmbh e WegaFilmproduktionsgesellschaft bmbh) – ha peraltro affermato che la nozione di hosting provider attivo è di per sé fuorviante “e sicuramente da evitare concettualmente in quanto mal si addice ai servizi di <ospitalità in rete> in cui il prestatore non interviene in alcun modo sul contenuto caricato dagli utenti, limitandosi semmai a sfruttarne commercialmente la presenza sul sito, ove il contenuto viene mostrato così come è caricato dall’utente senza alcuna ulteriore elaborazione da parte del prestatore”.

In tal senso, può convenirsi che un hosting che diviene “attivo” (ovverosia che partecipa all’elaborazione dei contenuti che ospita o trasmette) perde la sua neutralità (da intendersi quale connotato essenziale ed esiziale della qualifica di hosting provider), e, in quanto, tale non può più definirsi hosting ai sensi dell’articolo 16 del D.Lgs. 70/2003, con conseguente venir meno del beneficio di cui alle clausole di deroga previste dal combinato disposto degli articoli 16 e 17 del cennato D.Lgs. 70/2003, di modo che il suo status di responsabilità ricade inevitabilmente nell’alveo delle comuni regole della responsabilità civile.

Dunque deve ritenersi che allorquando l’hosting provider ex art. 16 del D.Lgs. 70/2003 (corrispondente all’articolo 14 della c.d. E-commerce Directive ovverosia la direttiva 2000/31/CE) interviene modificando o partecipando all’eleborazione del contenuto ospitato dovrà affermarsi altresì il venir meno delle clausole di deroga delle responsabilità, con la conseguenza che troveranno applicazione le ordinarie regole di responsabilità civile.

La Difesa attrice, peraltro, afferma peraltro in atti che la piattaforma di videosharing You Tube non possa essere assimilata alla figura dell’hosting provider contemplata dagli articoli art. 16 del D.Lgs. 70/2003 e 14 della Direttiva 2000/31/CE poiché tali testi normativi furono ideati e concernono – anche all’attualità – la diversa figura dell’hosting allora conosciuto che svolgeva un’attività di ordine meramente tecnico, automatico e passivo (ciò che implica che il prestatore di servizi della società dell’informazione non conosce né controlla le informazioni trasmesse e memorizzate), senza alcun sfruttamento commerciale dei contenuti (si veda, fra l’altro, quanto affermato da pag. 28 a pag. 34 della comparsa conclusionale di parte attrice).

Al riguardo il Tribunale osserva come il D.Lgs. n. 70/2003 trova applicazione anche al caso qui in esame in forza del combinato disposto di cui agli articoli 1 e 2 del predetto D.Lgs..

Detti articoli chiariscono infatti che il decreto ha ad oggetto la regolamentazione dei servizi della società dell’informazione, con particolare riguardo al commercio elettronico e che i servizi della società dell’informazione si identificano con “le attività economiche svolte in linea – on line -“ (v. la lett. “a” dell’articolo 2) e con le attività di cui all’articolo 1 comma 1 lett. b) della legge 21 giugno 1986 n. 317 che fornisce espressamente le seguenti testuali qualificazioni e definizioni: “«servizio»: qualsiasi servizio della società dell’informazione, vale a dire qualsiasi servizio prestato normalmente dietro retribuzione, a distanza, per via elettronica e a richiesta individuale di un destinatario di servizi. Ai fini della presente definizione si intende: per «servizio a distanza» un servizio fornito senza la presenza simultanea delle parti; per «servizio per via elettronica» un servizio inviato all’origine e ricevuto a destinazione mediante attrezzature elettroniche di trattamento, compresa la compressione digitale e di memorizzazione di dati e che è interamente trasmesso, inoltrato e ricevuto mediante fili, radio, mezzi ottici od altri mezzi elettromagnetici; per «servizio a richiesta individuale di un destinatario di servizi» un servizio fornito mediante trasmissione di dati su richiesta individuale”.

Alla luce di tali dati normativi, non vi è dubbio che sebbene vi siano costanti aggiornamenti tecnologici o evoluzioni dei servizi via via offerti tramite la rete internet, la piattaforma di videosharing You Tube rientri – allo stato attuale della legislazione – nella nozione di prestatore dei “servizi della società dell’informazione” trattandosi di attività economica svolta on line, quindi a distanza, per via elettronica e a richiesta individuale di un destinatario di servizi, ovverosia un servizio fornito senza la presenza simultanea delle parti, inviato all’origine e ricevuto a destinazione mediante attrezzature elettroniche di trattamento, compresa la compressione digitale e di memorizzazione di dati e che è interamente trasmesso, inoltrato e ricevuto mediante fili, radio, mezzi ottici od altri mezzi elettromagnetici.

E’ certamente vero che tale soluzione possa in un certo senso vanificare parzialmente lo sforzo produttivo dell’editore di contenuti e quindi gli investimenti sottostanti, ma è anche vero che allo stato attuale questo è il punto di equilibrio rinvenibile nella legislazione positiva e che solo una nuova legislazione (nazionale e sovranazionale) può modificare tale assetto ordinamentale.

La Difesa attrice sostiene, inoltre, che nel caso in esame vi siano una serie di indici dai quali dovrebbe inferirsi il ruolo di hosting attivo svolto da You Tube (v. fra l’altro pag. 54 e seguenti della comparsa conclusionale di parte attrice).

Fra questi, in particolare, vengono menzionate le seguenti attività svolte dalla piattaforma You Tube:

1) l’indicizzazione e la catalogazione dei contenuti;

2) l’abbinamento dei contenuti a una determinata pubblicità affine ai contenuti stessi;

3) la conclusione di accordi con gli utenti terzi che hanno caricato i video per la spartizione dei proventi pubblicitari sulla base delle visualizzazioni;

4) la possibilità di consentire all’utente di rendere visibile il video solo ai propri contatti, così escludendo che il contenuto caricato possa essere visibile a tutti gli utenti del sito You Tube e celando così un eventuale illecito autoriale.

In altri termini, secondo la prospettazione offerta dalla Difesa attrice, l’attività di indicizzazione, organizzazione, e gestione dei video caricati dai terzi, al fine del loro sfruttamento, costituirebbe elemento idoneo a escludere la neutralità del prestatore di servizi.

Ebbene, il Tribunale – anche alla luce dell’istruttoria svolta e di quanto sopra affermato – ritiene che dette attività non costituiscano affatto elaborazioni idonee a manipolare, alterare o comunque a incidere sui contenuti ospitati, trasmessi e visualizzati sulla piattaforma gestita dalle parti convenute.

Esse sono tutte attività attinenti alla migliore utilizzazione, visualizzazione e sfruttamento commerciale dei contenuti, ma non certo elaborazioni che manipolano il contenuto del video condiviso fra più utenti.

Il punto di discrimine è invero proprio questo: solo un intervento che modifichi il video caricato da terzi è idoneo a far venir meno l’esenzione di responsabilità ex artt. 16 e 17 del D.Lgs. 70/2003.

Viceversa, un intervento che valorizzi quel video – inserendolo in un indice, abbinandovi della pubblicità pertinente alla sua tipologia, oppure rendendolo visibile accanto a video similari – non comporta il venir meno della neutralità, poiché non incide affatto sul contenuto del video (e, nel caso in esame, dell’opera tutelabile ex legge n. 633/1941).

Né può censurarsi il fatto che tali accorgimenti siano tutti volti all’incremento dei ricavi economici della piattaforma You Tube, atteso che ciò è espressamente contemplato dal legislatore laddove all’articolo 2 lett. a) del D.Lgs. n. 70/2003 prevede espressamente – quale oggetto dell’ambito di applicazione della normativa in parola – “le attività economiche svolte in linea – on line”, da identificarsi quali “servizi della società dell’informazione”.

Alla luce di quanto sopra detto va dunque affermato che anche alla piattaforma You Tube deve applicarsi il regime di esenzione dalle regole della comune responsabilità civile ex artt. 16 e 17 del D.Lgs. 73/2000.

6.3. Sul contenuto minimo di una segnalazione idonea a far attivare un obbligo di intervento e rimozione da parte del gestore della piattaforma di videosharing.

La Difesa attrice ha affermato in atti che – al fine dell’attivazione dell’obbligo di controllo a posteriori delle convenute – sia sufficiente una segnalazione mediante mera indicazione dei titoli commerciali delle opere i cui diritti di sfruttamento si ritengono violati.

A tal fine si evidenzia come la diffida stragiudiziale del 25.3.2013, rivolta da Delta TV alle convenute, effettivamente non conteneva alcuna indicazione specifica degli URL dei video rinvenuti da Delta TV su youtube.com..

Solo con il deposito dell’atto di citazione e contestuale ricorso cautelare, la Delta TV ha individuato gli esatti indirizzi URL ove sono allocati i video delle opere ritenute coperte da diritto d’autore (si veda il citato doc. n. 23 del fascicolo di parte attrice).

Ai fini del decidere, va invero accertato se le convenute abbiano adempiuto o meno all’obbligo di controllo successivo, a posteriori, su di esse gravante.

In particolare, deve essere accertato se al fine di attivare l’obbligo di controllo successivo, a posteriori, è sufficiente una diffida generica contenente il solo titolo del prodotto audiovisivo, ovvero se, al contrario, deve essere individuato con esattezza l’URL relativo al caricamento ritenuto illecito.

Ciò detto, sul punto, sono stati posti al nominato c.t.u. i seguenti quesiti:

“dica il c.t.u.:

1) se sia o meno possibile inibire la visualizzazione dei prodotti audiovisivi di parte attrice Delta TV (sui siti www.youtube.com e www.youtube.it) sulla base del mero titolo commerciale delle singole “telenovelas”;

2) quale sia il contenuto minimo, dal punto di vista tecnico, di una segnalazione efficiente al fine di consentire alle parti convenute Google Inc. e You Tube LLC di impedire il caricamento delle opere audiovisive di parte attrice sulle piattaforme da esse gestite, ovverosia se oltre all’URL sia possibile individuare altra ulteriore indicazione tecnica utile allo scopo”.

Il c.t.u. nominato, dott. Giuseppe Dezzani, ha così risposto al primo quesito:

Le telenovelas segnalate dalla DELTA TV hanno nomi anche di senso compiuto quali “celeste” “topazio”, altri che contengono nomi molto comuni quali “dolce valentina” altri ancora che invece sono chiaramente identificativi dell’opera in quanto molto caratteristici quali “Betty la fea” o “Ecomoda”.

Effettuando specifiche ricerche utilizzando i nomi delle opere multimediali emergono un elevato numero di falsi positivi a seconda della genericità del nome stesso. Per una ricerca come “celeste” è difficile individuare risultati inerenti la telenovelas tra i circa 2.420.000 risultati disponibili. Come visibile nella successiva immagine :

Con termine di ricerca come “topazio” emergono 64.500 risultati (video) disponibili. Non ci si faccia ingannare nella ricerca dal fatto che i primi risultati ottenuti siano effettivamente inerenti alla telenovelas oggetto di trattazione. Tra i risultati sono presenti ovviamente un elevato numero di falsi positivi come riportato nella successiva immagine, in cui sono presenti risultati inerenti la telenovelas e altri filmati, in successione tra loro (…)

la ricerca ci permette di evidenziare un’altra problematica, la telenovelas è tradotta a livello mondiale in molte lingue e la DELTA TV detiene i diritti in lingua Italiana. L’opera mantiene lo stesso nome e, di conseguenza, la ricerca con il solo nome commerciale, anche se identificativo dell’opera stessa, non permette di identificare la nazione o la lingua in cui è pubblicato il video sulla piattaforma YouTube. Nella precedente immagine è evidente che tra i primi risultati siano presenti filmati i differenti lingue.

In base alle valutazioni svolte è possibile affermare che la ricerca con il solo nome commerciale dell’opera è troppo generico, determina un elevatissimo numero di falsi positivi e, ove riporti effettivamente l’opera segnalata da DELTA TV, non è possibile individuare attraverso la ricerca i video in lingua italiana.

Si precisa che anche aggiungendo la chiave di ricerca “telenovela” al titolo commerciale non è possibile individuare in modo univoco l’opera stessa e, soprattutto, le sole pubblicazioni in lingua Italiana, anche se la ricerca determina una notevole diminuzione dei falsi positivi. In ultimo segnalo ancora che anche introducendo il termine di ricerca “italiano” (es. : “betty la fea telenovela italiano”) si incorre nel problema inverso, non tutte i video pubblicati in lingua italiana hanno il termine “italiano” nel titolo o nelle info allegate, fattore che ne esclude la ricerca determinando un falso negativo.

In sintesi, la risposta al primo punto del quesito peritale è che: non è possibile identificare in modo univoco le opere attraverso il solo nome commerciale”.

Il c.t.u. nominato, dott. Giuseppe Dezzani, ha poi così risposto al secondo quesito:

“Una URL (Uniform Resource Locator) identifica in modo univoco l’indirizzo di una sulla rete internet. Nel caso specifico di YouTube (al pari di una qualsiasi pagina WEB) identifica in modo univoco un filmato. L’identificazione univoca determina il fatto che le parti convenute (Google Inc. e You Tube LLC) possano identificare il singolo video e, senza alcuna ulteriore analisi/valutazione non sia possibile prevenire il caricamento di video simili (filmati anche solo leggermente alterati), sovrainsiemi (filmati di durata maggiore che contengono quello segnalato) o sottoinsiemi (filmati di durata inferiore di quello segnalato, ma identici per la parte coincidente).

In pratica YouTube in caso di accettazione di una segnalazione di rimozione di un video, a prescindere dalla motivazione della rimozione stessa, ove la segnalazione proviene dalla singola URL attraverso il normale canale di segnalazione (in questo escludiamo la piattaforma CMS – Content Management System – di cui si parlerà a parte) calcola un valore hash (formato MD5) del video oggetto di rimozione. Il valore HASH identifica in modo univoco il filmato e, nel solo caso in cui un soggetto tenti di ricaricare un filmato esattamente identico, gli verrà impedito.

Nel caso specifico questo tipo di segnalazione è del tutto inefficace. È noto nel mondo del WEB che è sufficiente trattare il file con un qualsiasi software risalvandolo con una minimissima modifica (esempio: ridurre anche solo di una frazione di secondo il filmato) ed il valore hash si differenzia e, di conseguenza il caricamento non viene inibito.

L’unica possibilità per cui la segnalazione attraverso la singola l’URL permetta una prevenzione al caricamento di opere multimediali è la conversione del contenuto multimediale, già presente sulla piattaforma YouTube, in un contentID. Tale funzione non è prevista e ,di conseguenza, la segnalazione della singola URL non è efficace per un’azione preventiva ma solo per l’identificazione del singolo video.

In risposta al quesito, l’ URL permette di identificare un modo univoco un video presente nella piattaforma YouTube. In caso di accoglimento di una segnalazione YouTube mantiene in memoria l’HASH del filmato stesso in una black list ed impedisce il caricamento dello stesso ed identico filmato, che soddisfi il criterio di stesso HASH. Non vi è altro dato segnalabile circa un video già presente sul portale youTube che ne permetta l’identificazione univoca.

L’unica altra modalità di segnalazione che permetterebbe di impedire il caricamento di un video è tramite la gestione dei ContentID, su cui torneremo con le risposte ai successivo punto 7 del quesito peritale”.

Il Tribunale ritiene dunque che al fine dell’attivazione di controllo a posteriori in capo alle convenute sia necessaria la ricorrenza di una diffida specifica (contenente cioè gli indirizzi specifici compendiati in singoli URL), dovendosi escludere che una generica diffida, contenente i soli titoli commerciali dei prodotti audiovisivi, sia idonea a far venire meno la neutralità del gestore, e quindi ad attivare la sua responsabilità.

Tale affermazione discende – oltre che dai risultati dell’accertamento tecnico compiuto mediante c.t.u. – dalla natura della piattaforma tecnologica di cui trattasi che è fondata su una procedura del tutto automatizzata idonea a gestire milioni di files, nella quale una mera generica ricerca per nome del titolo commerciale ad esso assegnato dal suo produttore risulta – effettivamente – del tutto inidonea a individuare un file video caricato illegittimamente da altri.

In senso contrario a quanto ora affermato, è stato sostenuto in giurisprudenza (unitamente ad argomenti di ordine sistematico, già supra affrontati e delibati) che l’individuazione a mezzo di URL non sarebbe idonea allo scopo qui considerato giacché, fra l’altro, l’URL non identifica in sé il contenuto del video, ma solo la sua localizzazione (v. la sentenza n. 8437/2016 del Tribunale Ordinario di Roma).

Tale argomento, tuttavia, deve ritenersi superato dagli esiti degli accertamenti tecnici condotti in corso di causa che hanno evidenziato come l’indicazione dell’URL consenta agevolmente la successiva creazione del valore hash (MD5) costituente una sorta di fedele “impronta” del video ivi allocato, di modo che essa risulta elemento chiaramente identificativo del suo contenuto con il quale, in forza di una relazione biunivoca, è del tutto coincidente.

Ciò posto, va evidenziato come solo con il deposito dell’atto di citazione e contestuale ricorso cautelare, la Delta TV Programs s.r.l. ha individuato gli esatti indirizzi URL ove sono allocati i video delle opere ritenute coperte da diritto d’autore (si veda il citato doc. n. 23 del fascicolo di parte attrice).

A ciò consegue l’accoglimento della domanda di inibitoria svolta dalla parte attrice con riferimento ai soli video e files individuati mediante indicazione di URL.

6.4. Sull’obbligo di impedire nuovi caricamenti di video già oggetto di segnalazione e rimossi.

L’istruttoria tecnica svolta in corso di causa ha permesso di accertare come per i gestori della piattaforma You Tube sia possibile, e agevole, provvedere a impedire che un video già caricato sia nuovamente caricato da terzi, sebbene con una minima possibilità di insuccesso nella attività di “individuazione e intercettazione” dei nuovi caricamenti.

Tale impedimento può avvenire in due modi:

1) mediante il calcolo di “un valore hash (formato MD5) del video oggetto di rimozione”;

2) mediante il ricorso al software Content Id in dotazione alla stessa piattaforma You Tube.

Il primo metodo – come ha efficacemente chiarito il c.t.u. –consente di intercettare un nuovo caricamento di un video già in precedenza caricato quando esso è rimasto perfettamente identico.

E’ sufficiente però che via sia stata una piccola modifica nel video e l’uso del valore hash si rivela inefficace.

Tale evenienza, peraltro, come specificato dal c.t.u. è assai ricorrente nel mondo del web (“È noto nel mondo del WEB che è sufficiente trattare il file con un qualsiasi software risalvandolo con una minimissima modifica <esempio: ridurre anche solo di una frazione di secondo il filmato> ed il valore hash si differenzia e, di conseguenza il caricamento non viene inibito”).

Soccorre, in questo caso, il sistema di esclusione per occorrenza con un reference file.

Appare utile riportare per intero la risposta data dal c.t.u. al quesito n. 7 proposto in corso di causa (“se sia o meno possibile, al fine di evitare il nuovo caricamento dei files di cui al documento n. 23 del fascicolo di parte attrice, adoperare il software Content ID di parte convenuta You Tube usando come “reference file” i files già caricati sulla piattaforma You Tube e oggetto della segnalazione di cui agli URL indicati nel documento n. 23 di parte attrice, ovvero se sia invece assolutamente necessario disporre del file master contenente l’intera puntata del prodotto in questione”).

Il c.t.u. ha così risposto:

“L’aspetto tecnico sollevato da questo punto del quesito peritale è l’effettivo focus di tutta la vicenda. Come anticipato al secondo punto del quesito peritale, esistono sostanzialmente due modalità di inibizione alle successive pubblicazioni di video:

a. Coincidenza (match) con un valore HASH di un filmato precedentemente rimosso dal portale YouTube;

b. Esclusione per occorrenza con un reference file;

In merito al punto a, si è già trattato al precedente terzo punto del quesito e, come indicato, si tratta di una modalità che si riferisce (ed eventualmente inibisce) il singolo file. Attraverso l’hash non è possibile identificare in alcun modo dei contenuti ma solo il file contenitore, che deve coincidere al singolo bit per generare lo stesso calcolo di checksum (hash MD5).

In merito al punto b. la situazione è molto più complessa. In primo luogo per caricare un reference file è necessario disporre di un account partner. La registrazione di un account partner non è assolutamente un problema, si tratta di un iter facilmente percorribile. Un reference file può essere caricato (upload) da un partner che, ovviamente, ne deve disporre in formato digitale. Questo presupposto ritengo sia

fondamentalmente errato. Se un utente non dispone del proprio materiale in formato digitale, come nel caso in esame, si trova nell’impossibilità di generare dei reference files e, di conseguenza, di essere protetto da eventuali successivi caricamenti.

Nel corso delle attività peritali è stato accertato che un partner non può trasformare in reference file un video già esistente nella piattaforma YouTube. Questo punto si ritiene essere una grave lacuna tecnica del sistema Google. Ovviamente disporre di un reference file che costituisce un sottoinsieme del video da proteggere potrà garantirne una protezione parziale.

Le casistiche possibili sono:

1. disporre di un reference file costituisce il 100% dell’opera. In questo caso l’opera stessa o un qualsiasi sottoinsieme viene identificato dal sistema automatico di Google di riconoscimento, ed escluso dal caricamento;

2. disporre di un reference file che costituisce una parte dell’opera. In questo caso si possono costituire diversi scenari:

a. il video oggetto di caricamento, pur appartenendo alla stessa opera, non rientra nella parte inclusa nel reference files. In questo caso la protezione (impedimento al caricamento) potrebbe non essere efficace, nel senso che il sistema quasi certo non possa riconoscerlo;

b. il video oggetto di caricamento, appartenendo alla stessa opera, è parzialmente o completamente incluso nel reference files. In questo caso il sistema dovrebbe riconoscere totalmente o parzialmente il video oggetto di caricamento ed impedirlo, o comunque identificarlo, segnalandolo al partner.

In ogni caso, la possibilità di selezionare un video e trasformarlo in un reference file sarebbe estremamente più efficace di quanto attualmente non possibile tramite l’identificazione tramite hash. Potrebbe, in alcuni casi, non essere totalmente efficace, ma comunque non vi sarebbe sistema migliore se non disponendo del contenuto originale in formato digitale. Ritengo di poter affermare che se vi fosse la possibilità di selezionare un video presente nella piattaforma ed identificarlo come reference file, sarebbe identificabile come massima prevenzione possibile da parte del provider.

Di conseguenza, in risposta al punto <se sia o meno possibile, al fine di evitare il nuovo caricamento dei files di cui al documento n. 23 del fascicolo di parte attrice, adoperare il software Content ID di parte convenuta YouTube usando come reference file” i files già caricati sulla piattaforma YouTube e oggetto della segnalazione di cui agli URL indicati nel documento n. 23 di parte attrice>, la risposta è affermativa. È possibile che in alcuni casi l’impedimento al caricamento non [sia, ndr] sicuro al 100%, ma comunque della massima efficacia tecnicamente possibile.

(…)

Di conseguenza, per completezza di risposta al quesito peritale <ovvero se sia invece assolutamente necessario disporre del file master contenente l’intera puntata del prodotto in questione>, devo segnalare che la mancanza dell’intero reference file potrebbe – in alcuni casi limite – non soddisfare tutte le modalità di analisi contentID indicati nei paragrafi precedenti e, di conseguenza, generare mancati match per cui il nuovo contenuto multimediale possa essere individuato. Si tratterebbe comunque, come già indicato, di una situazione non prevenibile in altro modo, se non manualmente, in ogni caso riducendo al minimo possibile l’impatto delle pubblicazioni nella violazione del copyright”.

Deve dunque affermarsi che per la piattaforma You Tube (essendo ciò pienamente possibile dal punto di vista tecnico, sebbene con un minimo margine di possibilità di insuccesso) sussiste un vero e proprio obbligo giuridico di impedire nuovi caricamenti di video già segnalati come violazione del diritto d’autore, e ciò sulla base del chiaro disposto normativo di cui all’articolo 16 del D.Lgs. n. 70 del 2003 il quale stabilisce che il prestatore non è responsabile delle informazioni memorizzate a richiesta di un destinatario del servizio, ma solo a condizione che non sia effettivamente a conoscenza del fatto che l’attività o l’informazione è illecita.

Tale conoscenza subentra certamente allorquando un soggetto segnali la violazione del proprio diritto d’autore e non segua una seria rivendicazione da parte del soggetto che ha caricato il video ovvero allorquando detta rivendicazione difetti del tutto.

Una volta a conoscenza dell’illiceità, il gestore della piattaforma di videosharing ha invero l’obbligo (discendente, fra l’altro, dallo stesso comma 1 dell’articolo 16 del D.Lgs. 70/2003) di attivarsi e cooperare con il titolare dei diritti d’autore violati al fine di interrompere effettivamente l’illecito ad esso denunciato ed evitare la sua perpetuazione.

7. Sulle singole domande avanzate dalla parte attrice.

Vengono ora partitamente delibate le singole domande proposte e avanzate dalla parte attrice.

7.1. Sulla domanda di accertamento della violazione da parte delle convenute dei diritti di proprietà intellettuale di Delta TV Programs s.r.l., ed in particolare dei diritti di sfruttamento economico delle telenovelas di cui al punto 6 della narrativa in fatto dell’atto di citazione, nonché di conferma dell’ordinanza cautelare collegiale di reclamo del 23.6.2014.

Come sopra trascritto, in primo luogo, parte attrice ha formulato la seguente domanda

“- accertata e dichiarata la violazione da parte dei convenuti dei diritti di proprietà intellettuale di Delta ed in particolare dei diritti di sfruttamento economico delle telenovelas di cui al punto 6 della narrativa in fatto dell’atto di citazione di Delta;

– confermare l’ordinanza del Tribunale di Torino del 23 giugno 2014 assunta nel procedimento di reclamo R.G. n. 15218/2014”.

Con l’ordinanza cautelare del 23.6.2014 il Collegio ha disposto, fra l’altro, quanto segue:

“ordina a Google Inc. e a YouTube LLC di rimuovere dalla piattaforma YouTube gli audiovisivi di cui agli URL comunicati da Delta TV con il doc. 23 allegato alla citazione;

ordina a Google Inc. e a YouTube LLC di impedire l’ulteriore caricamento sulla piattaforma YouTube dei medesimi materiali, impiegando a tal fine, a propria cura e spese, il software Content ID, e utilizzando come reference files i contenuti caricati agli URL di cui sopra”.

Ciò posto, l’istruttoria condotta e le considerazioni sopra rassegnate motivano l’accoglimento della domanda in parola, con la specificazione che la violazione dei diritti di sfruttamento economico vantati dalla parte attrice (in ordine alle opere audiovisive elencate al punto n. 6 dell’atto di citazione) si può in via astratta configurare solo a far data dall’avvenuta notifica dell’atto di citazione e dell’allegato documento n. 23 (avvenuta nel gennaio del 2014) ove erano riportati gli indirizzi URL come sopra specificato.

In ordine alla verifica in concreto dell’avvenuta rimozione o meno dei video in parola, si tratterà – fra l’altro – nel proseguo in punto di delibazione della conseguente domanda risarcitoria.

Quanto alla tematica dell’impedimento di nuovi caricamenti, il Tribunale evidenzia come l’istruttoria espletata abbia chiarito che la piattaforma You Tube dispone già adesso di funzionalità idonee a impedire il nuovo caricamento da parte di utenti terzi di video già caricati con modalità diverse e alternative.

Il conseguente ordine giudiziale non deve pertanto contenere l’indicazione delle precise modalità con cui detto ordine deve essere eseguito, atteso che, una volta provato che ciò può avvenire, spetterà al gestore della piattaforma provvedervi, eventualmente anche con modalità tecniche maggiormente raffinate ed evolute.

Non c’è dubbio – infatti – che proprio i gestori della piattaforma You Tube possiedono le maggiori conoscenze tecniche per provvedere all’impedimento di nuovi caricamenti e a ciò devono provvedere sulla base delle normative sopra citate adempiendo al comando giudiziale e ricorrendo a tutti gli strumenti tecnici a loro disposizione ivi compresi quelli ancora non sviluppati o non disvelati nel presente giudizio.

Né può opporsi – in senso contrario – l’attuale funzionamento del sistema software Content ID e la necessità di impiego di soli controlli automatici.

Infatti, una volta che il prestatore di servizi dell’informazione perde la sua neutralità, egli ha l’obbligo giuridico di attivarsi – ai sensi del D.Lgs. n. 70/2003 – per impedire il perpetrarsi dell’illecito ad esso denunciato e rappresentato, agendo operosamente a tal fine.

D’altra parte, appare evidente che di fronte a un obbligo giuridico preciso e puntuale le convenute non possono certamente opporre il funzionamento di un software da loro stesse pensato e ideato, potendo le stesse adattare il software in parola al sovraordinato comando della legge.

In altri termini, una volta accertato in sede giudiziale che è possibile impedire il caricamento di video già caricati utilizzando delle funzionalità tecniche minime, la piattaforma You Tube deve attivarsi dando corso a tutte le proprie conoscenze e utilità informatiche, nonché a tutte le proprie risorse umane e materiali, per eseguire il comando normativo e giudiziario, essendo a ciò tenuta, sia dall’obbligo generale di adempiere agli ordini normativi e giudiziali, sia dai canone di diligenza, cooperazione e buona fede ex artt. 1173, 1375 e 1176 del c.c..

La domanda qui delibata deve dunque essere accolta nei termini di cui in dispositivo.

7.2. Sulla domanda di cancellazione e rimozione dai sistemi informatici dei video indicati nel doc. n. 23 allegato all’atto di citazione.

Come sopra trascritto, in secondo luogo, parte attrice ha avanzato la seguente domanda:

“- ordinare alle convenute, ai sensi e per gli effetti di cui agli art. 158, 169 e 170 L. 633/1941, la cancellazione e comunque la rimozione dai propri sistemi informatici, o dai sistemi informatici di terzi con cui i convenuti intrattengano rapporti contrattuali per la memorizzazione e la conservazione dei files relativi alle telenovelas di cui al punto 6 della narrativa in fatto dell’atto di citazione, di tutti i files in questione”.

La domanda è fondata e, pertanto, deve essere accolta.

Essa trova fondamento nel dato testuale dell’articolo 158 comma 1 della legge sul diritto d’autore n. 633/1941 che esplicitamente recita:

“1. Chi venga leso nell’esercizio di un diritto di utilizzazione economica a lui spettante può agire in giudizio per ottenere, oltre al risarcimento del danno che, a spese dell’autore della violazione, sia distrutto o rimosso lo stato di fatto da cui risulta la violazione”.

La cancellazione e la rimozione dai sistemi informatici delle convenute, o dai sistemi informatici di terzi con cui le convenute intrattengono rapporti contrattuali, è invero mezzo appropriato e necessario al fine di distruggere o comunque rimuovere “lo stato di fatto da cui risulta la violazione”, dovendosi intendere come “violazione” anche il solo caricamento non autorizzato da parte dei terzi di prodotti video oggetto del diritto d’autore azionato.

Deve peraltro precisarsi che la conservazione degli audiovisivi in questione deve invece essere consentita in capo alle convenute al solo fine, e nei connessi limiti, dell’adempimento degli ordini giudiziali di cui in dispositivo, ovverosia mediante creazione del valore hash (MD5) o di reference files, nonché con altre modalità tecniche eventualmente utili allo scopo, con ovvia esclusione dall’immissione dei relativi dati nella piattaforma per cui è causa al fine della condivisione fra utenti.

7.3. Sulla domanda di inibitoria svolta dalla parte attrice.

Ulteriore domanda avanzata dalla parte attrice è stata la seguente:

“- disporre nei confronti delle convenute ai sensi dell’art. 156 della legge n. 633/1941 l’inibitoria della trasmissione, diffusione e messa a disposizione del pubblico, per il tramite dei siti internet www.youtube.com e www.youtube.it o di qualsiasi altro sito o mezzo di comunicazione, delle opere di cui al punto 6 della narrativa dell’atto di citazione, eventualmente anche indicando le opportune modalità da adottare quali ad esempio l’adozione di un sistema che combini l’uso di parole chiave relative alle opere contestate e l’utilizzo del sistema di ContentID”.

La domanda ora delibata risulta già assorbita dalle statuizioni che precedono, atteso che le convenute, quali gestori delle piattaforma You Tube, promanante dai siti www.youtube.com e www.youtube.it, non hanno un obbligo di controllo preventivo e generale su contenuti caricati.

Poiché – però – l’istruttoria svolta ha consentito di appurare la disponibilità di funzionalità tecniche idonee a consentire un impedimento al nuovo caricamento di video già rimossi (anche mediante strumenti informatici di tipo automatico), deve affermarsi l’obbligo delle parti di impedire i nuovi predetti caricamenti come sopra già affermato, ciò che assorbe in sé la domanda di inibitoria ora delibata.

In ordine all’invocato uso di parole chiave, deve richiamarsi quanto sopra detto in ordine all’inadeguatezza del ricorso a sistemi di ricerca di tal fatta, stante il probabile alto numero di c.d. falsi positivi.

Come sopra detto, va chiarito che anche le modalità al momento individuate come possibili funzionalità tecniche di impedimento (e segnatamente il trarre reference files dai video già rimossi) presentino un certo tasso di insuccesso, anche se limitato a casi verosimilmente sporadici.

Ebbene, sul punto, appare evidente che il controllo sull’effettivo e corretto adempimento dell’ordine giudiziale qui emesso non potrà che essere ex post e comporterà – nell’eventuale successiva sede giurisdizionale di possibile contestazione dell’inadempimento dell’ordine in discorso – la valutazione delle concrete circostanze del caso, ivi compreso l’effettivo approntamento delle necessarie funzionalità tecniche secondo i canoni di diligenza e correttezza ex artt. 1373, 1375 e 1176 del c.c.. sopra richiamati.

7.4. Sulla domanda di fissazione di penale avanzata dalla parte attrice.

La parte attrice ha altresì avanzato la seguente domanda:

“- fissare, ai sensi e per gli effetti dell’art. 156 della legge n. 633/1941, una penale pari ad Euro 1.000 al giorno per ciascuna delle telenovelas di cui al punto 6 della narrativa in fatto, per ogni inosservanza a quanto disposto in accoglimento alle richieste di rimozione ed inibitoria di cui sopra”.

L’articolo 156 della legge sul diritto d’autore L. n. 633/1941

”1. Chi ha ragione di temere la violazione di un diritto di utilizzazione economica a lui spettante in virtù di questa legge oppure intende impedire la continuazione o la ripetizione di una violazione già avvenuta sia da parte dell’autore della violazione che di un intermediario i cui servizi sono utilizzati per tale violazione può agire in giudizio per ottenere che il suo diritto sia accertato e sia vietato il proseguimento della violazione. Pronunciando l’inibitoria, il giudice può fissare una somma dovuta per ogni violazione o inosservanza successivamente constatata o per ogni ritardo nell’esecuzione del provvedimento”.

Come evincibile dal testo della disposizione ora riportata, l’inibitoria qui evocata è rimessa alla discrezionalità dell’organo giudicante.

Ebbene, ciò posto, ritiene il Tribunale che nel caso in esame – valutato il comportamento delle parti e la natura delle violazioni accertate, nonché contemperati gli interessi in contrapposizione – non appare utile, opportuno e congruo fissare una penale preventiva per le future violazioni, che, nel caso in esame, di fatto, riguardano le sole violazioni attinenti ai video di cui al documento n. 23 allegato all’atto di citazione notificato.

Sul punto appare invero preminente l’esigenza di adeguare la sanzione all’effettiva dimensione della lesione patita dalla parte attrice, e ciò in ragione delle considerazioni che verranno illustrate nel seguente paragrafo in sede di delibazione della domanda risarcitoria avanzata dalla Delta TV.

7.5. Sulla domanda risarcitoria avanzata dalla parte attrice Delta TV Programs s.r.l..

L’odierna attrice ha anche svolto la seguente domanda risarcitoria.

“- condannare i convenuti ai sensi dell’art. 158 della legge n. 633/1941 al risarcimento di tutti i danni patrimoniali subiti e subendi da Delta derivanti dalla violazione dei predetti diritti, quantificati in Euro 13.097.000,00, oltre al mancato compenso per “copia privata” e oltre ai danni subiti successivamente all’instaurazione del presente giudizio, ovvero in quella maggiore o minore misura che il Giudice riterrà dovuta, oltre a interessi e rivalutazione, danni da liquidarsi eventualmente anche in via equitativa da parte del Giudice”.

Dalla documentazione prodotta in corso di causa e dall’istruttoria tecnica svolta sono emersi i seguenti dati.

I video elencati nel documento n. 23 di parte attrice sono n. 7646 (v. pag. 11 della relazione tecnica del c.t.u.).

Sul punto il c.t.u. (nel rispondere ai quesiti 3 e 4) (“quali siano stati i meccanismi di caricamento dei singoli files di cui al documento n. 23 del fascicolo di parte attrice”; “se siano individuabili i soggetti che hanno materialmente caricato i predetti files e se essi hanno partecipato o partecipino ai ricavi pubblicitari generati dalle visualizzazioni in oggetto”) ha affermato quanto segue:

“I 7.646 video elencati al documento 23 di parte attrice identificano altrettante URL di singoli Video il cui caricamento è avvenuto da utenti della rete non appartenenti a programmi partner. Si tratta di utenti privati della rete che hanno effettuato lo specifico “upload” di video nella loro disponibilità in quanto acquisiti, ad esempio, attraverso digitalizzazione di trasmissioni televisive. I filmati risultano essere, di conseguenza, caricati sul portale uno ad uno. Attualmente i video sono stati rimossi dal portale YouTube e, per ciascuno, appare l’indicazione di rimozione per rivendicazione del copyright Delta TV :

In base al quesito peritale che indica “se siano individuabili” e non “di individuare” i singoli soggetti che hanno provveduto al caricamento materiale dei filmati di cui all’allegato 23 di parte attrice, Google – YouTube non ha fornito gli identificativi dei singoli utenti che hanno provveduto al caricamento. In ogni caso, è confermato che tale informazione è disponibile a Google – YouTube e richiedibile su specifico provvedimento dell’ Ill. Sig. Giudice. I dati potenzialmente in grado di identificare l’uploader di cui Google è in possesso sono i dati di registrazione, ovvero nome, cognome, data di nascita, sesso, numero di telefono, indirizzo email (e indirizzo Gmail una volta creato), nonché i dati di connessione necessari per il funzionamento del servizio (Indirizzo IP di connessione). Si rappresenta che non vi è alcuna possibilità da parte di Google di verificare che tali dati siano veritieri, ovvero è possibile creare un account (o anche una casella email, ad esempio) con dati personali falsi, e – di conseguenza – non identificativi del reale soggetto che ha provveduto all’upload del video.

Quanto ad eventuali informazioni relative agli strumenti per la monetizzazione e al trasferimento dei ricavi derivanti (ad esempio carta di credito, conto bancario, account PayPal etc.), Google è in possesso dei dati finanziari dei soli partner e, in particolare, dei dati relativi ai rispettivi account AdSense. Google ha fornito, per tramite del proprio CTP, il dettagli dei proventi economici ottenuti dai singoli utenti che hanno gestito i video presenti sul portale YouTube. Il totale risulta essere di € 106.695,71, per una media di € 29,088/video ed in cui 276 video non hanno percepito alcun provento. Si precisa che i risultati di tale produzione di parte non sono verificabili da parte del CTU. Tutti i proventi risultano essere stati incassati da Partner che hanno rivendicato i diritti sui filmati pubblicati da utenti.

In sintesi utenti identificabili (per quanto veritieri i dati forniti) hanno provveduto al caricamento dei singoli video sul portale YouTube. Partner identificabili e verificati da parte di YouTube /Google hanno percepito proventi derivanti dalla gestione pubblicitaria dei video stessi. I partner non sono (a livello nominale) gli utenti che ne hanno effettuato il caricamento.

In risposta al quesito: è possibile identificare i singoli utenti che hanno effettuato il caricamento dei video, di cui Google dispone dei dati personal (nome, cognome, indirizzo, etc.) ed indirizzo IP di connessione. Gli stessi utenti non hanno percepito proventi da parte di Google. I proventi sono stati percepiti da Partner pur non potendo escludere a priori che vi siano delle connessioni tra utenti partner e utenti provati che hanno effettuato i caricamenti”.

Il c.t.u. dott. Giuseppe Dezzani ha poi così risposto al quesito n. 6 (“quante sono state le visualizzazioni dei files di cui al documento 23 del fascicolo di parte attrice a far data dalla ricezione della diffida e sino all’attualità”):

“Il dato fornito [I dati forniti, ndr] da Google / YouTube circa le visualizzazioni dei video di cui al documento 23 di parte attrice sono i seguenti :

Anche in questo caso non è possibile per il CTU verificare la veridicità della produzione, trattandosi di filmati attualmente rimossi”.

Infine, in ordine al quesito n. 8 (“se le parti convenute abbiano o meno correttamente adempiuto al disposto di natura inibitoria di cui all’ordinanza collegiale del 23.6.2014”) la risposta data dall’ausiliario del Giudice è stata la seguente:

“Parte convenuta ha proceduto in tempi estremamente lunghi ad adottare misure tecniche tali da determinare l’inibizione di nuovi caricamenti di contenuti multimediali coincidenti – in toto o in parte – con quelli oggetto di ordinanza inibitoria.

Ritengo che le tempistiche di applicazione delle misure, di cui tratterò successivamente, potevano essere estremamente più rapide. Google ha prodotto una tabella riepilogativa delle attività.

L’attività inibitoria non sempre è stata svolta attraverso la totale rimozione del video. Parte dei video è stata inibita per la visualizzazione da territorio Italiano, mentre da altre nazioni è del tutto visibile. Ad esempio i video identificabili nella successiva immagine:

se selezionati singolarmente non sono visibili in quanto :

ma visualizzabili da qualsiasi altra nazione :

Nella schermata precedente si è semplicemente utilizzato un browser atto a gestire funzioni Proxy che simulano la connessione da altra nazione. Di conseguenza si vede il browser “italiano” che non permette la visualizzazione (in secondo piano) ed il browser “estero” (in primo piano) che permette lo streaming dello stesso video.

Un utente Italiano che intenda visualizzare il video di suo interesse, benché inibito in Italia, può comunque vedere che il video esiste (come da elenco pagina precedente con le miniature). A questo punto gli è facile cercare una via che ne permetta la visualizzazione aggirando l’ostacolo :

la ricerca è molto semplice :

Oltretutto la ricerca viene suggerita da Google stessa, per le modalità di funzionamento del motore di ricerca, proprio perché la sequenza di ricerca è avvenuta in modo frequente. Il risultato è facilmente raggiungibile e di facilissima applicazione.

(…)

A questo punto è ovvio affermare che l’inibizione dal solo territorio nazionale non è efficace e Italiani all’estero (che tipicamente usano la TV satellitare per vedere trasmissioni di Madrepatria) piuttosto che Italiani che simulano tecnicamente di essere all’estero possono usufruire dei contenuti multimediali.

La misura adottata da parte ricorrente ha previsto la trasformazione dei contenuti oggetto di inibitoria in contentID. Questa funzione avrebbe dovuto migliorare notevolmente l’azione interdittiva. Su questo punto è stato richiesto a Google di fornire la credenziale partner utilizzata per l’attività. il CTP di Google su questo punto ha prima giustificato la mancata consegna dell’utenza al CTU in quanto risultava essere stato usato un account amministrativo, e non un vero e proprio account partner creato per l’attività. Poi nella memoria 7 marzo 2016 viene scritto <Le convenute hanno dovuto, pertanto, attivare un account ad hoc per il solo strumento di Content ID, popolando lo stesso con i video già rimossi e ancora disponibili sul server (i.e. al netto di quelli eliminati dai rispettivi uploader), e impostando lo stesso secondo criteri necessariamente oggettivi e conservativi> contraddicendo completamente la precedente affermazione!.

Potendo disporre di questo account, come appunto richiesto in corso della consulenza, avrebbe permesso di approfondire alcune valutazioni, altrimenti rese impossibili.

L’efficacia delle misure inibitorie adottate dalla ricorrente risultano ulteriormente lacunose in quanto non applicata la regola:

Presente alla pagina https://support.google.com /youtube/answer/ 2814000?hl=it dello stesso portale YouTube sulle regole di copyright.

È dimostrato che più video appartengano allo stesso utente, 7.646 video del Doc. 23, risultano essere stati caricati (upload) da circa 110 utenti. Ciò significa che al momento della rimozione, Google avrebbe dovuto verificare anche la condizione sopra evidenziata, che invece deve essere stata trascurata tramite la procedura messa in atto. I 110 utenti sarebbero dovuti essere sospesi e, di conseguenza, i loro contenuti pubblicati.

L’attivarsi di questa ulteriore condizione avrebbe reso maggiormente significativa l’attività inibitoria, che non si legava al singolo video, ma si sarebbe estesa a tutta l’attività svolta dall’utente della piattaforma YouTube, che evidentemente era in violazione di copyright.

In risposta al punto del quesito si può affermare che l’attività inibitoria messa a punto tardivamente dalla convenuta non è stata applicata in modo esaustivo. I video sono presenti e disponibili sul territorio extranazionale o per utenti che virtualizzino la loro posizione fuori dall’Italia. Oltretutto l’attività non ha determinato l’attivazione delle stesse regole che Google si autoimpone nella gestione del sistema, come la sospensione degli account che hanno ricevuto tre segnalazioni di infrazione sul copyright”.

Di particolare rilevanza appare poi quanto riportato dal c.t.p. (Marco Signorelli) di parte attrice da pagina 15 a pagina 36 della nota del 20.4.2016, sulle cui osservazioni per lo più conviene anche il c.t.u. (v. pagg. 8 e 9 della “relazione conclusiva” del c.t.u.), laddove si evidenziano le carenti modalità con cui le convenute hanno dato esecuzione all’ordinanza collegiale del 23.6.2014.

In particolare (v. l’allegato n. 17) è documentato il rinvenimento di n. 4.184 video ricompresi nel documento n. 23 dell’atto di citazione per totale di circa 143.000 minuti generato da un numero ristretto di utenze rispetto al volume pubblicato.

Dal complesso di tali elementi e dati devono pertanto trarsi le seguenti considerazioni.

A partire della notifica alle convenute dell’atto di citazione con allegato documento n. 23 (avvenuta nel gennaio del 2014) vi sono state numerose visualizzazioni delle opere audiovisive di parte attrice per cui è causa.

Dal 10 gennaio 2014 al 9 settembre 2015 vi sono state almeno n. 5.307.564 visualizzazioni: questo è quanto indicato dalle stesse convenute (v. pag 14 della relazione del c.t.u.).

Parte attrice sostiene che le visualizzazioni siano state molte di più, invocando, fra l’altro, alcuni concreti esempi di telenovelas (si veda pagina 57 della comparsa conclusionale di parte attrice dove si porta ad esempio il caso della quarta parte della puntata “Dolce Valentina” citata da controparte).

Ciò posto, ritiene il Tribunale che effettivamente la doverosa attività di rimozione ad opera delle convenute a far data dalla notifica dell’atto di citazione e sino all’attualità, così come l’adempimento dell’ordinanza collegale del 23.6.2014, sia stata parziale, e ciò per i seguenti motivi:

a) numerosi video di cui agli URL segnalati – a far data della notificazione dell’atto di citazione – sono stati riscontrati e possono ancora riscontrarsi sulla piattaforma You Tube: tale dato è desumibile, sia dallo stesso numero di visualizzazioni reso noto da Google – You Tube, sia dai monitoraggi effettuati dalla controparte Delta TV nel febbraio 2016 per mezzo del suo c.t.p. (v. il richiamato allegato 17 alla memoria di osservazioni del 20.4.2016) (i quali, a ben vedere, hanno dato conto del riscontro di n. 4185 video fra quelli già segnalati per un totale di 143.000 minuti), sia dalle stesse prove documentali fornite dalla parte attrice;

b) effettivamente i video non sono stati rimossi ma solo oscurati, di modo che essi sono comunque visibili dall’estero ovvero dallo stesso territorio italiano con accorgimenti di facile approntamento (simulando cioè una connessione dall’estero);

c) le convenute hanno continuato a ricevere filmati dai soggetti che avevano già caricato video oggetto di causa senza prendere alcuna contromisura a fronte del mancato reclamo di diritti da parte di tali soggetti.

Quanto al primo punto sopra richiamato (numerosi video di cui agli URL segnalati ex doc. n. 23 possono ancora riscontrarsi sulla piattaforma You Tube), va evidenziato come la parte attrice abbia fornito numerose prove circa la mancata (integrale) ottemperanza dell’ordinanza del 23.6.2014 (v., in particolare, i docc. nn. 53 – 57, 124, 125, 126, 127, 128, 129, 130, 132, 133 e 135 del fascicolo di parte attrice).

Su questi video, la Difesa convenuta ha replicato (v. pagg.28 e 29 della relativa memoria di replica ex art. 190 del c.p.c.) che si tratta – per molti di essi – di video caricati dopo il giugno del 2014 (data di emissione dell’ordinanza collegiale del 23.6.2014).

Ciò – tuttavia – è ininfluente, perché non rileva affatto la data del caricamento: evidentemente, invero, l’obbligo di rimozione è scattato per le convenute dal momento in cui hanno ricevuto la notifica dell’atto di citazione anche per i video caricati anteriormente; ciò che conta – infatti – è l’avvenuta informazione dell’illiceità dei video sulla base della rivendicazione di Delta TV cui non è seguita alcuna seria rivendicazione dell’utente che ha provveduto a caricare il video; inoltre, le convenute avevano l’obbligo di impedire il nuovo caricamento.

Quanto al secondo punto (i video non sono stati rimossi ma solo oscurati, di modo che essi sono comunque visibili dall’estero ovvero dallo stesso territorio italiano con accorgimenti di facile approntamento, simulando cioè una connessione dall’estero), non vi è dubbio che i diritti vantati dalla parte attrice attengono all’edizione italiana delle telenovelas in questione e che la accessibilità ai video di esse con connessione da un paese estero, ovvero dall’Italia simulando una connessione estera, sia una grave violazione dei diritti di sfruttamento economico vantati dalla parte attrice, tenuto anche conto che mediante la televisione satellitare oramai i prodotti audiovisivi in una data lingua non sono più orientati ai soli telespettatori residenti nel paese della lingua usata, bensì a tutti quei telespettatori in grado di comprendere la lingua in parola a prescindere dal luogo fisico in cui risiedono (con la televisione satellitare, infatti, un prodotto in lingua italiana è destinato non solo ai residenti in Italia, ma ad esempio a tutti gli italiani, o coloro che sono in grado di fruire di un prodotto audiovisivo italiano, residenti in Europa, o nelle Americhe, o in altra parte del globo, ove si irradia quel preciso segnale satellitare).

Quanto al terzo punto sopra richiamato (le convenute hanno continuato a ricevere filmati dai soggetti che avevano già caricato video oggetto di causa senza prendere alcuna contromisura a fronte del mancato reclamo di diritti da parte di tali soggetti) appare significativo osservare come tutto sommato la platea di soggetti che ha caricato detti video è molto ridotta (n. 110 soggetti in totale; n. 44 soggetti quelli che hanno caricato i video riscontrati a febbraio 2016).

A fronte di tale circostanza – e dell’ulteriore evenienza che nessuno di questi ha presentato a You Tube “reclamo” contro l’opposizione di Delta TV (eccezion fatta per il caso dell’utente “Pongalo”, tale Carlo Grenier, le cui rivendicazioni, tuttavia, si sono poi rilevate nulle o inconsistenti) – le odierne convenute non hanno assunto alcuna misura.

La piattaforma You Tube ha invero un meccanismo di rivendicazione del copyright fondato sulla possibilità di “reclamo” di un soggetto diverso rispetto a chi ha caricato il video e di “controreclamo” da parte del soggetto che ha provveduto al caricamento.

In tutti questi casi analizzati – ad eccezione di un solo utente (e quindi 109 su 110) – nessuno ha provveduto ad avanzare controdeduzioni al reclamo di Delta TV.

Ebbene, come già detto, a fronte di tale dato di per sé significativo (ove anche lo si accomuni alla circostanza che tali utenti per la quasi totalità non sono affatto società commerciali che abitualmente detengono e gestiscono diritti di sfruttamento del genere di cui si tratta, ma mere persone fisiche che evidentemente voglio ottenere dei minimi guadagni dall’attività di caricamento e condivisione dei proventi pubblicitari), You Tube non ha assunto alcuna iniziativa.

Infatti, una volta che si verifica che vi è una segnalazione di violazione di copyright e che l’utente che ha caricato il video contestato nulla osserva per dimostrare di essere il proprietario dei diritti vantati da altri, appare evidente che il prestatore dei servizi della società dell’informazione è stato pienamente informato, ed è ora a conoscenza, dell’illiceità del caricamento, avvenuto contro la volontà dell’unico soggetto che rivendica i relativi diritti.

Nessuna rilevanza hanno poi le varie procedure (e segnatamente quella del c.d. strike) che la piattaforma You Tube si è data, proprio perché queste sono regole autodeterminate e – chiaramente – non possono opporsi (al comando della legge) modalità operative che il destinatario (della disposizione di legge da attuare) si è autoassegnato (e ciò anche nel caso in cui dette regolamentazioni provengano da autorità del paese di origine che però non trovano applicazione nell’ordinamento italiano o comunitario di cui trattasi).

Ciò che rileva, in questo caso, è il dovere di intervento ex art. 16 del D.Lgs. n. 70/2003 nonché di cooperazione e buona fede, quale espressione più generale del canone di necessaria correttezza nell’agire giuridico, a sua volta corollario dell’obbligo del neminem laedere.

Una volta che il prestatore di servizi è informato dell’illeceità del contenuto di un video, persa la propria neutralità, esso deve necessariamente cooperare con l’autore del reclamo o della rivendicazione al fine di impedire l’ulteriore protrarsi dell’illecito; e, in tal senso, la prima misura è certamente quella di impedire il caricamento da parte dello stesso soggetto di nuovi video, ovvero di controllare con più accuratezza, e con una verifica specifica (anche manuale e non solo automatica), il materiale da questi caricato, e ciò a prescindere dal numero di volte in cui si sono ricevute altre simili contestazioni con riferimento a quel dato individuo (che possono essere due o più), e tenuto anche conto che non è certo un diritto inviolabile del singolo quello di riversare sulla piattaforma You Tube propri video.

Da tali elementi deve pertanto dedursi la sussistenza del diritto di parte attrice al vantato risarcimento dei danni patrimoniali subiti ex art. 158 della legge n. 633/1941.

A tal riguardo, l’articolo 158 della legge 633/1941 stabilisce espressamente quanto segue:

“1. Chi venga leso nell’esercizio di un diritto di utilizzazione economica a lui spettante può agire in giudizio per ottenere, oltre al risarcimento del danno che, a spese dell’autore della violazione, sia distrutto o rimosso lo stato di fatto da cui risulta la violazione.

2. Il risarcimento dovuto al danneggiato è liquidato secondo le disposizioni degli articoli 1223, 1226 e 1227 del codice civile. Il lucro cessante è valutato dal giudice ai sensi dell’articolo 2056, secondo comma, del codice civile, anche tenuto conto degli utili realizzati in violazione del diritto. Il giudice può altresì liquidare il danno in via forfettaria sulla base quanto meno dell’importo dei diritti che avrebbero dovuto essere riconosciuti, qualora l’autore della violazione avesse chiesto al titolare l’autorizzazione per l’utilizzazione del diritto.

3. Sono altresì dovuti i danni non patrimoniali ai sensi dell’articolo 2059 del codice civile”.

Ciò posto, parte attrice rivendica – a titolo di risarcimento del danno – tre distinte poste patrimoniali:

1) i danni conseguenti al “mancato compenso per copia privata”;
2) € 13.306.505,34 quale prezzo per il mancato consenso;
3) “i danni subiti successivamente all’instaurazione del presente

giudizio, ovvero in quella maggiore o minore misura che il Giudice riterrà dovuta, oltre a interessi e rivalutazione, danni da liquidarsi eventualmente anche in via equitativa da parte del Giudice”.

Ebbene quanto ai danni conseguenti al “mancato compenso per copia privata”, la Difesa attrice asserisce che “la disponibilità dell’opera online annulla la necessità per l’utente di registrarla e conservarla, essendo reperibile in ogni momento su You Tube (e non entrando la messa a disposizione su YouTube nel computo della copia privata: si veda delibera APT Associazione Produttori Televisivi 26 maggio 2014) (…)”; inoltre, secondo la Difesa attrice, “lo svilimento dell’opera conseguente alla sua diffusione pubblica mediante internet e alla sua libera e gratuita accessibilità impedisce o riduce considerevolmente il numero di passaggi su emittenti televisive con conseguente riduzione anche del compenso sopra indicato, gestito per conto della SIAE dall’APT. Tale compenso è infatti determinato in funzione del numero di minuti di trasmissione dell’opera nell’arco dell’anno di riferimento, con un valore medio intorno ai 2 Euro al minuto. Si lascia la valutazione di tale importo alla valutazione equitativa del Tribunale”.

Ebbene, ciò posto, non possono riconoscersi in alcun modo alla parte attrice i predetti danni.

Invero, sul punto, non vi è alcuna prova, neanche di tipo presuntivo, che la solo parziale mancata rimozione di alcuni dei video di cui ai doc. n. 23 (nei termini sopra riferiti) (a far data dalla notifica dell’atto di citazione) abbia prodotto un calo dell’acquisto di supporti (dvd/videocassette/memorie USB) per la riproduzione delle opere di cui trasttasi, cui conseguirebbe indirettamente la mancata percezione dei diritti ex artt. 71 sexies e septies della legge n. 633/1941 ripartiti dalla SIAE.

Né per le ragioni di cui si dirà appresso è possibile instaurare una relazione di causa – effetto fra la diffusione via internet e il calo degli ascolti sulle emittenti televisive dei prodotti audiovisivi di parte attrice, e ciò tenuto anche conto che la diffusione via internet da considerare ai fini di causa non è quella complessivamente avutasi in passato (prima della notifica dell’atto di citazione) o anche all’attualità (con riferimento a tutti i video presenti sul web), ma solo quella attinente ai video di cui al documento n. 23 non rimossi, ancora visibili con connessioni estere, o nuovamente ricaricati.

Ciò posto, occorre ora delibare la richiesta di condanna delle parti convenute al pagamento della somma di € 13.306.505,34 quale prezzo per il del mancato consenso all’utilizzo dell’opera.

Ebbene, va rilevato – in primo luogo – come la parte attrice fondi il suo calcolo:

a) sulle visualizzazioni avutesi sin dalla diffida del marzo 2013;

b) sulla base del dedotto valore di licenza al minuto calcolato sulla base del valore medio del corrispettivo per licenze free TV, licenze PAY TV esclusive e licenze PAY TV non esclusive, in relazione a passate contrattazioni di Delta TV.

Entrambi i due parametri non sono condivisibili.

Sul primo, occorre richiamare quanto sopra dedotto, e cioè che ciò rileva ai fini di causa è solo la mancata (parziale) rimozione dei video di cui al doc. n. 23 (nei termini supra esposti) per il periodo a far data dalla notificazione dell’atto di citazione.

Sul secondo, si osserva quanto segue.

Si ritiene opportuno riportare quanto argomentato dalla Difesa attrice al riguardo:

“Il corrispettivo al minuto delle licenze è stato ottenuto semplicemente dividendo il corrispettivo globale delle licenze disponibili (docc. 3 – 20b e docc. nn. 32-43) per i minuti totali delle opere (cfr. pagine 32-38 dell’atto di citazione). Per le OPERE per le quali non sono disponibili licenze è stato preso come parametro il valore medio delle altre licenze del medesimo tipo.

Applicando i valori di licenza al minuto, estrapolati secondo calcoli aritmetici e sulla base dei dati a disposizione di Delta, ai minuti di illegittima trasmissione attraverso il sito www.youtube.com, per ciascuna delle OPERE di cui al punto 6 della narrativa in fatto, tenuto conto delle tre diverse tipologie di licenze concesse DELTA si ottiene il prezzo del consenso di ciascuna OPERA per diversa tipologia di licenza, che ammonta a:

– Free TV: Euro 6.792.094,75
– Pay TV non esclusiva: Euro 703.227,69
– Pay TV esclusiva: Euro 5.811.183,00
e così per un totale di Euro 13.306.505,34 per le tre tipologie di licenze cumulativamente considerate.
Vero è che è improbabile che le tre diverse tipologie di licenze vengano

concesse contemporaneamente, ma nella valutazione del danno subito va considerato il fatto che gli illeciti contestati hanno di fatto impedito a DELTA lo sfruttamento commerciale delle OPERE non solo contestuale alle violazioni, ma anche quello successivo e futuro, essendo tali OPERE state diffuse e divulgate indiscriminatamente tra il pubblico ed essendo il loro valore conseguentemente di gran lunga annacquato; inoltre le modalità di riproduzione e messa a disposizione del pubblico attraverso la piattaforma YouTube sono evidentemente molto più estese e invasive dello sfruttamento oggetto delle licenze sopra indicate singolarmente considerate (in quanto pubblicate su YouTube 24 ore su 24 tutti i giorni dell’anno e liberamente accessibili a chiunque)” (v. pag. 84 e 85 della comparsa conclusionale).

A fronte di tali deduzioni, il Tribunale ritiene non corretta la trasposizione del prezzo per le licenze rilasciate per la trasmissione su emittenti televisive al settore della diffusione via internet mediante piattaforme di videosharing.

Si tratta evidentemente di situazioni e segmenti di mercato non omogenei e assimilabili, essendo del tutto diversa la tipologia di trasmissione, di fruizione e verosimilmente anche la tipologia di durata e di sfruttamento economico.

Peraltro, per la diffusione in internet non vi sono dati indipendenti (aventi un certo grado di obiettività e riscontrabilità) circa la reale consistenza dell’ascolto, ovverosia del numero di persone che vedono realmente i video, tenuto anche conto che a una visualizzazione non necessariamente corrisponde una persona, potendo lo stesso soggetto procedere a più visualizzazioni.

Non fondato è poi l’assunto che la diffusione delle opere sulla piattaforma You Tube avrebbe prodotto lo svilimento delle opere audiovisive per cui è causa.

Sul punto è d’uopo ribadire e osservare come il comportamento illecito qui considerato è solo quello (peraltro parziale) di mancata rimozione a partire dalla notifica dell’atto di citazione (gennaio 2014) e come il decadimento del valore commerciale delle opere audiovisive di parte attrice era già avvenuto ben prima del 2014, come d’altronde ammesso dalla stessa parte attrice che ha riferito della chiusura del canale LadyChannel già nel 2012 per un inesorabile calo degli ascolti.

I bassi ascolti lamentati dalla parte attrice si sono infatti tutti manifestati anteriormente al gennaio del 2014.

Le 18 telenovelas di parte attrice (tutte risalenti nel tempo e nessuna di recente fattura ed edizione) sono opere che evidentemente hanno esaurito la loro capacità attrattiva e sono nella fase declinante del c.d. ciclo di vita del prodotto (PLC): tale circostanza ha prodotto il mancato appeal del prodotto presso le emittenti televisive, e non certo la solo parziale disponibilità di esse sulla piattaforma You Tube.

Né – d’altra parte – è emerso alcun serio, fondato e certo elemento probatorio (anche di tipo presuntivo) da cui potersi inferire che, ad esempio, gli utenti internet siano perfettamente (o quanto meno per la maggior parte) identificabili con gli utenti televisivi e che gli stessi soggetti hanno preferito la visione su internet (o meglio, sulla piattaforma You Tube), così rinunciando a quella in Tv.

Da ultimo, va precisato come il prezzo del mancato consenso non può certo identificarsi con il prezzo al quale la parte titolare dei diritti in discorso sarebbe disposta a cedere i relativi diritti di licenza, e ciò poiché così ragionando il ristoro del nocumento patito sarebbe rimesso all’arbitrio del danneggiato, e non già alla necessaria assimilazione a un parametro che si approssimi (con la maggiore efficacia possibile) alla reale portata della lesione economica patita.

Invero, il criterio del prezzo del mancato consenso ha proprio lo specifico scopo di ancorare la liquidazione del danno a un parametro obiettivo e certo, perché formatosi anteriormente alla lite, sulla base di dinamiche di mercato obiettive.

Come detto, nel caso in esame, i parametri proposti dalla parte attrice non possono essere accolti poiché essi attengono a un segmento di mercato del tutto disomogeneo a quello per cui è causa.

Ciò posto, deve allora procedersi alla valutazione del danno su base equitativa.

Orbene, come sopra detto, nella fattispecie qui scrutinata si ha un numero di visualizzazioni certe (riferite ai video di cui al doc. n. 23) poiché ammesse dalle stesse convenute (si veda pag. 5 della memoria del c.t.p. delle convenute del 7.12.2015 a firma dell’ing. Stefano Zanero) pari a 5.307.564 (oltre 5 milioni) dal 10.1.2014 al 9.9.2015, ciò che evidentemente dimostra di per sé che non vi è stata integrale e tempestiva rimozione dei video in parola.

Le stesse parti convenute hanno dichiarato al c.t.u. (v. pag. 13 della relazione tecnica) che i proventi economici economici ottenuti dai singoli utenti che hanno caricato i video presenti sul portale You Tube risulta essere a € 106.695,71.

Entrambi i dati sono comunque di provenienza di parte e, come anche specificato dal c.t.u., non verificabili, non avendo le parti convenute dato accesso all’ausiliario del giudice alle proprie fonti.

Alla luce di tutti questi dati, il Tribunale ritiene di poter procedere ex art. 158 della legge n. 633 del 1941 ad una valutazione equitativa del danno patito dalla parte attrice, essendo comunque provato che i prodotti audiovisivi di essa (quanto meno nella misura suddetta di almeno n. 5.307.564 di visualizzazioni, oltre 5 milioni) sono stati resi disponibili contro il suo consenso a far data dal gennaio 2014 con conseguente violazione dei diritti di sfruttamento economico di cui agli articoli 12 e 78 ter della legge n. 633 del 1941.

La somma da risarcire viene individuata nell’importo di € 250.000,00.

A fronte di un enunciato (da parte delle convenute) provento erogato a soggetti terzi pari a € 106.695,71 (e ciò in riferimento al quesito n. 4 < se siano individuabili i soggetti che hanno materialmente caricato i predetti files e se essi hanno partecipato o partecipino ai ricavi pubblicitari generati dalle visualizzazioni in oggetto>), e un numero di utenti certi pari a 110 che hanno caricato video (di cui non tutti, però, percettori di riparto di proventi pubblicitari), con una conseguente media individuale che può verosimilmente oscillare fra € 1.000,00 e € 10.000,00 secondo l’intensità dell’attività compiuta (ciò che giustifica il comportamento di tali soggetti che, senza trasformarsi in operatori professioniali, dedicano parte del loro tempo e si adoperano per la digitalizzazione e la composizione di video da caricare sulla piattaforma You Tube, così integrando il proprio reddito e percependo emolumenti di siffatta consistenza), si ritiene che i ricavi della piattaforma siano stimabili in un importo (quanto meno) più che doppio rispetto a quanto erogato ai singoli uploader o partner.

Può pertanto liquidarsi a titolo risarcitorio la predetta somma di € 250.000,00, la quale è frutto di una valutazione equitativa e viene comunque ritenuta congrua all’attualità dal Tribunale al fine di ristorare la parte attrice del nocumento patito a seguito della violazione dei propri diritti di sfruttamento economico ex artt. 12 e 78 ter della legge n. 633 del 1941.

Quanto, da ultimo, alla terza voce di danno richiesta (“i danni subiti successivamente all’instaurazione del presente giudizio, ovvero in quella maggiore o minore misura che il Giudice riterrà dovuta, oltre a interessi e rivalutazione, danni da liquidarsi eventualmente anche in via equitativa da parte del Giudice”), si evidenzia come il danno ivi contemplato è già stato considerato nelle valutazioni che precedono in ragione del fatto che il nocumento qui ristorato è decorso solo a far data dalla notifica dell’atto di citazione e l’allegato doc. n. 23.

Infine, deve disattendersi l’invocazione, da parte della Difesa convenuta, del concorso del fatto colposo di parte attrice ex art. 1227 del c.c. in ragione della mancata adesione al c.d. programma Partner.

Al riguardo la Difesa convenuta ha affermato, fra l’altro, nella propria comparsa conclusionale, quanto segue:

“Nel corso del giudizio YouTube ha più volte offerto a Delta TV la possibilità di usufruire del programma Partner e di aprire un proprio account di Content ID (il tutto gratuitamente, come per tutti gli esistenti partner di YouTube).

Delta TV si è sempre rifiutata adducendo motivazioni pretestuose e inconsistenti.

Davvero di poco pregio è, infatti, la motivazione secondo la quale Delta TV non intende diventare Partner di YouTube e consentire a quest’ultima di lucrare sui guadagni pubblicitari di Delta TV con la monetizzazione dei contenuti e la corresponsione delle revenue share.

Si è già ampiamente chiarito – e lo si è perfettamente rappresentato a Delta TV – che il sistema di Content ID può essere utilizzato anche soltanto per bloccare i video e rimuoverli quindi dalla piattaforma, senza necessariamente monetizzarli e quindi consentire di associare ad essi messaggi pubblicitari.

Se, però, Delta TV decidesse di farlo, non si può nemmeno pretendere che YouTube non venga pagata per il servizio che rende a Delta TV; ossia per consentire a Delta TV, con il sistema del Content ID creato da YouTube, di monetizzare i propri video con la pubblicità. Ma il CIMA non è (o non è necessariamente) un accordo commerciale di partenariato. Si tratta, lo ribadiamo, di un accordo ai sensi del quale, da una parte, YouTube fornisce a titolo del tutto gratuito a Delta TV, come titolare dei diritti, l’accesso e la licenza all’utilizzo del sistema di gestione e protezione dei contenuti creato da YouTube e, dall’altra, Delta TV si impegna a utilizzare lo strumento tecnologico cui gli viene concesso accesso in maniera legittima, non in danno di terzi, secondo le modalità tecniche previste, assumendosi la responsabilità delle attività effettuate attraverso di esso – ossia la responsabilità che sarebbe in ogni caso imputabile al titolare dei diritti, anche in assenza della sottoscrizione del CIMA (…)

Delta TV quindi pretende che sia Google e YouTube a ricercare (secondo quali criteri e con quale margine di errore?) i contenuti su cui l’attrice afferma di avere i diritti di proprietà intellettuale e procedere all’ingestione degli stessi nel sistema di Content ID, senza alcuna collaborazione da parte di Delta TV, a partire dal rifiuto alla semplice firma del CIMA.

Tale comportamento è emblematico della reale intenzione dell’attrice di risolvere definitivamente il problema e tutelare i propri diritti, e non potrà che essere valutato dal Tribunale ai sensi dell’art. 1227 c.c., nella denegata ipotesi si riconoscesse all’attrice l’esistenza di non creduti danni.”.

Sul punto il Tribunale si limita ad osservare come non può essere imposto alla parte attrice alcun onere od obbligo di contrattazione con altri soggetti, atteso che il titolare dei diritti di sfruttamento economico di opere protette è beneficiario di una tutela assoluta, erga omnes, approntata dalla legge sul diritto d’autore (la legge n. 633/1941), che, per la sua efficacia, non richiede alcuna attività di cooperazione o di facere al soggetto tutelato, il quale ha (sulla base delle norme in discorso) il pieno diritto di ricevere tutela senza dover provvedere ad alcuna azione positiva di assunzione di obblighi contrattuali o di concessione in licenza di diritti d’uso della propria opera.

7.6. Sulla domanda di pubblicazione del presente provvedimento.

Da ultimo, l’odierna attrice Delta Tv Programs s.r.l. ha svolto la seguente domanda:

“- ordinare che ai sensi dell’art. 166 L. 633/1941 il dispositivo del provvedimento cautelare e della sentenza vengano pubblicati ad esclusive spese dei convenuti sulle edizioni cartacee e online dei seguenti quotidiani nazionali: La Stampa, Il Corriere della Sera, Il Sole 24 Ore, in italiano ed in inglese”.

La domanda deve essere rigettata.

L’articolo art. 166 della legge n. 633 del 1941 così recita: “Sull’istanza della parte interessata, o di ufficio, il giudice può ordinare che la sentenza venga pubblicata per la sola parte dispositiva in uno o più giornali ed anche ripetutamente a spese della parte soccombente”.

Come si vede, anche questa statuizione è rimessa alla discrezionalità del giudice.

Orbene, il Tribunale ritiene che nel caso in esame la misura richiesta non sia proporzionata e idonea a riparare il nocumento patito, atteso che la diffusività della pubblicazione richiesta (su tre quotidiani a tiratura nazionale) causerebbe, in caso di accoglimento dell’istanza qui delibata, la situazione paradossale per la quale la platea di individui destinatari della comunicazione al pubblico così attuata sopravanzerebbe la platea degli individui che sono potenzialmente venuti in contatto con i prodotti audiovisivi per cui è causa, e ciò tenuto anche conto che non tutti i video presenti attualmente sulla piattaforma You Tube sono ivi illecitamente presenti, atteso che in relazione ad alcuni di essi non vi è stata alcuna segnalazione specifica (e quindi idonea) da parte dell’attrice e che, pertanto, in considerazione dell’assenza di un obbligo generale di controllo preventivo in capo al prestatore dei servizi della società dell’informazione, nessun illecito civile può configurarsi.

8. Sulle statuizioni finali di causa, le istanze istruttorie e le spese di lite.

Le sopra svolte considerazioni e delibazioni assorbono tutte le ulteriori eccezioni, argomentazioni e istanze rispettivamente avanzate dalle parti.

Le sopra svolte considerazioni motivano, altresì, il rigetto delle istanze istruttorie rispettivamente avanzate dalle parti, nonché dalle stesse reiterate in sede di precisazione delle conclusioni, giacché non rilevanti al fine del decidere o generiche, ovvero in quanto riferite a circostanze o valutazioni tecniche il cui accertamento o la cui formulazione non sono demandabili a testimoni, e tenuto altresì conto che la documentazione prodotta in atti, come sopra delibata e valutata, è idonea a fornire un’esaustiva rappresentazione dei fatti di causa.

Nulla deve infine provvedersi in ordine alla comunicazione dei nomi e dei dati dei soggetti terzi che hanno caricato i video sulla piattaforma You Tube atteso che tale comunicazione non è stata oggetto di alcuna domanda di merito (si vedano le conclusioni sopra trascritte in principio di sentenza) e che ai fini istruttori non era rilevante conoscere l’identità dei terzi upoloader in quanto nei confronto di essi non vi è stata alcuna richiesta di integrazione del contraddittorio o precipua domanda di merito.

Quanto poi alle istanze istruttorie volte a richiedere alle convenute l’esibizione delle fatture emesse e ricevute nei confronti dei terzi upoloader, si ritiene che le stesse siano assorbite dall’espletata c.t.u. nel corso della quale le convenute hanno fornito al c.t.u. i dati circa i proventi pubblicitari relativi ai video di cui al doc. n. 23 senza tuttavia fornire accesso alle relative fonti.

Sulla base dei motivi sopra indicati, ritenuta quindi assorbita e respinta ogni contraria istanza, eccezione o argomentazione, anche in considerazione del principio della sufficienza della ragione più liquida, devono pertanto rassegnarsi le analitiche statuizioni riportate in dispositivo.

Le spese seguono la soccombenza ai sensi dell’articolo 91 del c.p.c. e si liquidano come in dispositivo in ragione delle disposizioni di cui al D.M. 55/2014, tenendo conto dei parametri indicati all’art. 4 del citato D.M., e sulla base dei valori medi dello scaglione di riferimento (da € 52.000,00 a € 260.000,00) (e alla luce dei risultati raggiunti), opportunamente aumentati in ragione della novità delle questioni affrontate e della loro obiettiva complessità, nonché delle seguenti analitiche voci:

fase cautelare
a) fase di studio → € 4.000,00
b) fase introduttiva → € 2.000,00
c) fase istruttoria → € 2.700,00
d) fase decisionale → € 2.000,00
= per un totale di € 10.700,00.
fase di merito
a) fase di studio → € 4.000,00
b) fase introduttiva → € 2.700,00
c) fase istruttoria → € 10.000,00
d) fase decisionale → € 7.000,00
= per un totale di € 23.700,00.
Anche le spese di c.t.u. devono essere poste a definitivo carico delle parti convenute.

P.Q.M.

Il Tribunale Ordinario di Torino, in composizione collegiale, definitivamente pronunciando, rigettata ogni altra contraria eccezione, domanda o istanza, così provvede:

1) Ordina alle parti convenute Google Inc., e Youtube LLC e Google Ireland Holdings di rimuovere dalla piattaforma YouTube gli audiovisivi di cui agli URL comunicati da Delta TV Programs s.r.l. con il doc. n. 23 allegato all’atto di citazione.

2) Ordina alle parti convenute Google Inc., e Youtube LLC e Google Ireland Holdings di impedire l’ulteriore caricamento sulla piattaforma YouTube degli audiovisivi di cui al precedente capo n. 1 del presente dispositivo (ovverosia gli audiovisivi di cui agli URL comunicati da Delta TV con il doc. n. 23 allegato alla citazione), ricorrendo alle funzionalità e ai mezzi tecnici più utili allo scopo, e comunque anche impiegando a tal fine, a proprie spese e cura, il software Content ID, opportunamente adattato allo scopo, e utilizzando come reference files i contenuti caricati agli URL di cui sopra.

3) Ordina alle parti convenute Google Inc., e Youtube LLC e Google Ireland Holdings la cancellazione e comunque la rimozione dai propri sistemi informatici, o dai sistemi informatici di terzi con cui le convenute intrattengano rapporti contrattuali per la memorizzazione e la conservazione, degli audiovisivi di cui agli URL comunicati da Delta TV Programs s.r.l. con il doc. n. 23 allegato all’atto di citazione, nei termini di cui in parte motiva.

4) Condanna le parti convenute Google Inc., e Youtube LLC e Google Ireland Holdings al pagamento, in solido fra loro, in favore della parte attrice Delta TV Programs s.r.l., a titolo di risarcimento del danno, della somma di € 250.000,00 oltre interessi legali dalla data di pronunciamento della presente sentenza e sino all’effettivo soddisfo.

5) Rigetta tutte le rimanenti domande.

6) Condanna ex art. 91 del c.p.c. le parti convenute Google Inc., e Youtube LLC e Google Ireland Holdings alla rifusione, in solido fra loro, in favore della parte attrice Delta TV Programs s.r.l., delle spese di lite che liquida in € 4.398,00 per esposti ed € 34.400,00 per compenso professionale oltre spese generali nella misura del 15%, IVA e CPA come per legge.

7) Pone le spese di c.t.u. a definitivo carico delle parti convenute in solido fra loro.

Così deciso nella camera di consiglio del 25.1.2017. Il Giudice estensore
dott. Guglielmo Rende

Il Presidente Dott.ssa Silvia Vitrò

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