Diritto e Fisco | Articoli

Omicidio d’identità: riflessioni sul nuovo ddl

18 aprile 2017 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 18 aprile 2017



Il nuovo Ddl 2757 sull’omicidio di identità: sanzioni più gravi per chi deturpa il volto con danni parziali o totali. 

di Pezzuolo S. & Nestola F.

Presentato il Ddl per introdurre l’omicidio d’identità, una fattispecie di reato autonoma per chi cagiona al volto di una persona danni parziali o totali.

Il principio potrebbe anche essere condivisibile (la necessità di creare un deterrente, l’ennesimo), ma probabilmente una ulteriore norma sarebbe inutile visto che le aggravanti sono già previste nel nostro ordinamento.

Piuttosto, le note introduttive prestano il fianco ad una serie di riflessioni che meritano di essere analizzate nel dettaglio.

 

«Da molti, troppi anni, assistiamo al fenomeno violento del femminicidio, che pare non conoscere sosta; nonostante interventi educativi, legislativi, di prevenzione e di sostegno messi in campo, la cronaca quotidiana ci riporta una spaventosa casistica che vede decine e decine di donne uccise nel nostro paese, una ogni tre giorni»

Sfugge il nesso di causalità. Visto che muore una donna ogni tre giorni [1], facciamo una legge per chi deturpa il volto. Sembra l’ammissione di una sconfitta: non si riesce a debellare il femminicidio, almeno si provi a sanzionare chi sfregia la ex. In ogni caso, se sono questi i principi ispiratori, la norma parte con un vizio di costituzionalità.

«hanno subito forse il peggiore degli affronti, delle torture possibili, ovverosia la cancellazione della propria identità».

Laddove il Ddl proponga una lista di tre donne tristemente note ai casi di cronaca per la crudeltà di quanto hanno subito, perché non trova spazio il nome di William Pezzulo o Pietro Barbini? Non ne facciamo certo una questione di genere ma non si può non osservare che, nelle motivazioni intrinseche alla proposta di legge, trova spazio solo la componente femminile.

Ancora, riteniamo che stabilire una classifica secondo la quale il comportamento da sanzionare col Ddl Puppato causerebbe il peggiore degli affronti e delle torture possibili – anche se mascherato col “forse” – non tutela una serie infinita di vittime di altri reati che non siano ustioni/deturpazioni sul volto.

Pensiamo alle donne vittime di stupri individuali o di gruppo, ai bambini vittime di pedofilia, agli operai mutilati negli incidenti sul lavoro. Pensiamo alla ferita dell’identità del ragazzo disabile di Giugliano in Campania abusato per 4 anni da undici (ripetiamo, undici) ragazzini, alla “ferita” all’identità di Tiziana Cantone, suicidatasi in seguito alla divulgazione di video hot: perché queste non devono essere considerate identità negate?

La relazione tra un trauma e le sue conseguenze, noto è in letteratura scientifica che dipende da molte variabili, età, contesto ambientale, contesto familiare, mancanza di reti di sostegno, povertà, etc.

Certo che lo sfregio del volto va ad incidere profondamente sull’identità fisica, sociale e psicologica ma perché non ritenere meritevoli di tutela giuridica anche tutte le altre situazioni che comportano la perdita, la frammentazione, della propria identità?

Chi misura la gravità dell’affronto? Chi certifica che una donna preferirebbe essere stuprata dal branco piuttosto che sfregiata, o viceversa? Chi può accertare che l’operaio senza più le mani non preferirebbe averle ancora, scambiandole con il viso sfregiato?

Quale criterio usano la ministra Fedeli e la senatrice Puppato per ritenere che la disperazione, la perdita dell’autosufficienza, il dipendere per il resto della vita da una sedia a rotelle, da un cane-guida, da una bombola d’ossigeno, siano per le vittime “meno gravi” della deturpazione del volto?

Ciò che il Ddl intende sanzionare è sicuramente un comportamento di gravità rilevante, ma le note introduttive perdono credibilità nel momento in cui lo definiscono più grave di qualsiasi altro crimine e di ogni tortura possibile.

«La gravità di questa tipologia di attacchi, ripetuta su altre donne, merita un’attenzione particolare da parte di un Parlamento che ha trasversalmente dimostrato di avere a cuore le sorti del mondo femminile».

Di nuovo un principio incostituzionale.

Non è possibile tarare una norma sulla sola difesa del mondo femminile.

Alla senatrice Puppato non può sfuggire che ogni norma è per sua natura asessuata, è illecito legiferare pro o contro una determinata categoria di cittadini identificata per genere, religione, ceto sociale o altro (si veda anche art. 3 Cost. Italiana).

«il volto distrutto e volutamente sfregiato per sempre ha il valore di una morte civile, (…) odio e una ferocia tale da richiedere una rubricazione normativa diversa dalla lesione grave o gravissima subita in qualunque altre parte del corpo umano. Non perché, ovviamente, non sia grave ogni atto lesivo di una persona, ma perché lo sfregio del volto va ad incidere profondamente sull’identità fisica, sociale e psicologica».

L’amputazione delle gambe no? E delle mani? E la perdita della vista? E l’iniziazione sessuale – maschile e femminile – subita con violenza? Non toccano, forse, anche queste la sfera sociale e psicologica delle vittime, oltre che quella fisica?

«la lesione al volto prodotta con acido o con fuoco letteralmente uccide parti del carattere e dell’individualità della persona»

Qui si registra una carenza tecnica, figlia dell’adesione acritica alla casistica menzionata all’inizio delle tre donne-simbolo. L’eventuale sanzione non può essere circoscritta a lesioni prodotte con acido o fuoco. Cosa accade se lo sfregio avviene con un coltello da cucina, un rasoio, una bottiglia rotta, un ferro rovente o qualsiasi arma impropria?

Le note introduttive, al fine di salvaguardare il costrutto “lesione al volto”, avrebbero dovuto prevedere una formula più generica.

«Il presente disegno di legge si inserisce, quindi, nel solco dei diversi interventi predisposti da questo Parlamento nel corso della presente legislatura volti a contrastare il fenomeno della violenza di genere in tutte le forme che essa assume

Ci risiamo, ancora una lettura gender oriented.

Quello che sembra voglia essere inserito è un disegno di legge fondato più sull’emotività e su principi ideologici che su un’analisi razionale, attenta, sostenuta da contenuti giuridicamente e criminologicamente condivisibili. Più o meno quanto scrivevamo all’On. Josefa Idem in merito al femminicidio.

L’impronta, emotiva ed ideologica evidenziata, rischia di pregiudicare l’analisi del fenomeno nella complessità delle situazioni che determinano una perdita, un annullamento della proprio identità.

Tale riflessione è fondamentale, visto che il dibattito parlamentare si svolge fra Camera e Senato e non nelle piazze o negli studi tv.

Il codice penale italiano, che può o non può piacere e che certamente non è immutabile, laddove intenda essere migliorato deve prevedere prima lo studio di un fenomeno, la sua incidenza, statistiche [2], etc.

I casi di cronaca a sostegno delle note introduttive sono riconducibili a una decina di casi tra donne e uomini (si ricorda che il fenomeno ha visto vittime anche maschili) in un arco temporale di circa 16 anni (2001 – 2017).

Sempre troppe le vittime, ma nello stesso tempo, troppo poco ritenere che la sola deturpazione del volto possa uccidere l’identità della persona.

note

[1] Dato tutto da verificare. Al 30.03.2017 i casi di cronaca non sembrano confermare, fortunatamente, 30 femminicidi da inizio anno.

[2] Stando ai dati pubblicati dal rapporto dell’Institute for Health Metrics and Evaluation riferibili ad un periodo di studio 1990-2010, la violenza sulle donne inflitta dal partner è al penultimo posto in Italia, con una percentuale dello 0,5% suddivisa fra lesioni volontarie (0,1%) o conseguenza di disturbi mentali e del comportamento (0,4%). Si veda nel dettaglio Lim, S. S., Vos, T., Flaxman, A. D., Danaei, G., Shibuya, K., Adair-Rohani, H., … & Aryee, M. (2013). A comparative risk assessment of burden of disease and injury attributable to 67 risk factors and risk factor clusters in 21 regions, 1990–2010: a systematic analysis for the Global Burden of Disease Study 2010. The lancet, 380 (9859), 2224-2260.

Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter:

Informativa sulla privacy
DOWNLOAD

ARTICOLI CORRELATI

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI