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Lo sai che? I diritti di chi soffre di allergia

Lo sai che? Pubblicato il 19 aprile 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 19 aprile 2017

Pollini, acari o polvere possono essere anche sul posto di lavoro: si può essere licenziati? E in caso di allergie alimentari c’è il risarcimento?

Chi soffre di un’allergia di stagione, di solito canta «Maledetta primavera». Poi, quando arriva l’estate, tutto passa e fino all’anno successivo non ci si pensa più. Ci sono, invece, delle allergie che durano tutto l’anno, perché diventate una fastidiosa e, a volte, grave patologia.

Gli agenti che provocano l’allergia non si trovano soltanto in natura: chi ne soffre deve combattere ogni giorno anche al lavoro con polvere, acari e quant’altro.

Ci sono, infine, dei cibi che non riportano sull’etichetta eventuali sostanze in grado di provocare delle allergie alimentari. Come difendersi da tutti questo? E quali sono i diritti di chi soffre di allergia?

Allergia sul posto di lavoro: che cosa fare?

L’azienda è tenuta ad attuare un percorso di prevenzione sia per salvaguardare i diritti di chi soffre di allergia sia per evitare che il lavoratore non allergico possa diventare affetto da questa patologia. Lo stabilisce la legge sulla sicurezza sul lavoro [1], che obbliga a valutare i rischi in materia e stabilisce che il rischio allergico è ricompreso tra quelli da agenti chimici.

Il decreto contiene una classificazione qualitativa stilata su quattro livelli di rischio (assente, limitato, intermedio ed elevato) ed una classificazione individuale dei soggetti che si espongono al pericolo di allergie. Nello specifico, per capire che il lavoratore può essere esposto più o meno facilmente ad un’allergia, occorre valutare la sua anamnesi, la registrazione dei sintomi soggettivi, l’attenzione particolare alle vie respiratorie e all’apparato cutaneo, la documentazione di diagnosi precedenti.

Ma che succede se una persona risulta essere allergica ad un prodotto che deve utilizzare quotidianamente sul posto di lavoro? Può rifiutarsi di svolgere la sua abituale mansione? Quali sono, in questo casi, i diritti di chi soffre di allergia in ufficio o in stabilimento?

La risposta arriva dalla Corte di Cassazione [2], secondo cui non può essere licenziato per inidoneità fisica il lavoratore che risulta essere allergico a prodotti che deve usare quotidianamente per svolgere le sue mansioni. Nella sentenza in commento, la Suprema Corte ha confermato la decisione della Corte d’appello di Cagliari che, nel 2009, aveva accolto la domanda di reintegro sul posto di lavoro e di risarcimento danni presentata dal dipendente di un’azienda di servizi pubblici di Olbia. L’uomo era, inizialmente, un operaio addetto all’igiene urbana, ma poi era stato assegnato ai servizi di segnaletica stradale, incompatibile con la sua allergia alle vernici, ragione per cui era stato licenziato.

Secondo la Cassazione, «l’esercizio dell’iniziativa economica privata, garantito dalla Costituzione, deve svolgersi nel rispetto dei diritti al lavoro e alla salute» ed il datore di lavoro è tenuto a verificare l’idoneità fisica del suo dipendente a svolgere una mansione diversa e di pari livello.

I diritti di chi soffre allergia alimentare

Se le aziende devono rispettare i diritti di chi soffre di allergia, anche gli operatori commerciali sono obbligati ad osservare le regole (italiane ed europee) a tutela della salute dei consumatori per garantire una sempre più ampia sicurezza alimentare.

Vediamo, allora, quali sono le norme a tutela del consumatore e quale tutela è prevista in caso di allergie o intolleranze. Due problemi da non confondere l’uno con l’altro.

Che cosa sono allergie e intolleranze alimentari?

Molto più spesso di quanto si possa pensare, i prodotti alimentari contengono ingredienti e sostanze allergeniche che possono causare allergie e intolleranze di vario tipo e gravità. In generale, le allergie sono reazioni negative che si verificano quando viene ingerita una sostanza respinta dal sistema immunitario e che si manifestano immediatamente dopo aver assunto l’alimento contenente l’allergene. Le intolleranze, invece, avvengono quando il nostro organismo non riesce a digerire e a metabolizzare un certo alimento, con effetti negativi che possono verificarsi anche dopo diverso tempo.

Etichettatura dei prodotti

Oggi, più che mai, il consumatore è tutelato da un sistema di norme, elaborato anche a livello europeo, che impongono a tutti gli operatori del settore che intervengono nella catena alimentare il rispetto di rigide regole in tema di etichettatura dei prodotti.

Ma cos’è l’etichetta? E’ una sorta di «libretto di istruzioni», o se preferite una «carta d’identità» del prodotto alimentare, che contiene una esatta descrizione di tutte le sue caratteristiche: che cos’è, da dove arriva, i suoi apporti nutrizionali, le modalità di conservazione e l’elenco dettagliato di tutti gli ingredienti. L’etichetta non deve soltanto distinguere un prodotto rispetto ad altri similari, ma deve anche informare il consumatore sulle sue qualità, deve metterlo in grado di avere la piena consapevolezza di ciò che sta acquistando e delle ripercussioni che quell’alimento può avere sulla sua salute. Ecco perché l’etichetta, secondo quanto stabilito da un Regolamento Europeo, deve avere determinati requisiti di forma e di sostanza per assicurare la chiarezza, la semplicità e la piena leggibilità da parte delle persone. Il rispetto di questi requisiti è fondamentale per evitare il rischio che il consumatore possa confondersi su ciò che sta per mettere nel carrello della spesa.

Anche la grafica è importante, essendo il mezzo che attira l’attenzione del consumatore: le scritte devono essere di dimensioni adeguate (1,2 mm per le confezioni più grandi e 0,9 per quelle più piccole) pensando, soprattutto, alle persone anziane.

Per quanto riguarda il contenuto, è obbligatorio indicare tutti gli ingredienti utilizzati nella fabbricazione del prodotto, come aromi e additivi, con espressa elencazione di tutte le sostanze considerate allergeniche. Tra queste, rientrano, in particolare:

  • cereali contenenti glutine, come grano, segale, orzo, avena e farro;
  • crostacei e prodotti a base di crostacei;
  • molluschi e prodotti a base di molluschi;
  • uova e prodotti a base di uova;
  • pesce e prodotti a base di pesce;
  • arachidi e prodotti a base di arachidi;
  • soia e prodotti a base di soia;
  • frutta a guscio, come mandorle, noci e nocciole;
  • sedano e prodotti a base di sedano;
  • senape e prodotti a base di senape;
  • prodotti contenenti semi di sesamo;
  • anidride solforosa e prodotti a base di anidride solforosa;
  • lupini e prodotti a base di lupini.

Per rispettare i diritti di chi soffre di allergia alimentare, gli allergeni presenti nei cibi devono essere indicati in modo specifico con riferimento al singolo ingrediente, non essendo sufficiente la semplice indicazione della categoria a cui appartiene il singolo ingrediente. Ad esempio: non è corretto scrivere che il prodotto contiene frutta a guscio, ma specificare che il prodotto «contiene noci appartenenti al genere frutta a guscio» o il fatto che il prodotto potrebbe essere «contaminato» da uno degli allergeni appena visti. Infatti, può accadere che un prodotto, durante la fabbricazione e la lavorazione nello stabilimento, sia entrato in contatto con sostanze allergeniche che potrebbero averlo alterato (sul prodotto troveremo l’indicazione «può contenere tracce di»).

Sempre per rispettare i diritti di chi soffre di allergia, è obbligatorio rendere noti gli ingredienti utilizzati nella preparazione di un prodotto o di un pasto anche quando questo non è stato preconfezionato. Di che cosa si tratta? Di quei prodotti freschi venduti nei supermercati e di ciò che viene servito nei ristoranti, nei catering, nelle mense aziendali e, in generale, da chiunque somministra alimenti al pubblico. Anche in questo caso non è sufficiente una elencazione generica, ma è necessario spiegare esattamente quali sono le singole sostanze contenute nel pasto.

I diritti di chi ha un’allergia ad un prodotto senza etichetta

Si va al supermercato o al negozio di fiducia, si acquista un prodotto senza le indicazioni prescritte (proprio perché è il negoziante di fiducia) ma si sviluppa un’allergia alimentare? Che si fa? Con chi se la deve prendere il povero consumatore?

In primis, deve chiedere spiegazioni all’Osa, cioè all’operatore del settore alimentare che ha immesso sul mercato un prodotto senza l’adeguata etichetta. E’ suo l’obbligo di commercializzare dei prodotti che abbiano le caratteristiche sopra viste per evitare che il consumatore possa acquistare un alimento per lui dannoso. E’ sempre suo il compito di trasmettere le informazioni agli altri soggetti che intervengono nella catena alimentare fino a giungere al distributore finale, cioè il negoziante di fiducia, diretto interlocutore del cittadino. Se il consumatore dovesse acquistare un prodotto non conforme, con conseguente sviluppo di una allergia, si potrebbe configurare per l’operatore una responsabilità. E quando il cliente acquista degli alimenti al supermercato, oppure mangia al ristorante, sta concludendo un contratto, per cui il prodotto deve essere conforme alle regole sopra viste e, soprattutto, conforme alle sue richieste. Io, consumatore, pago quello che tu mi chiedi per qualcosa che non deve farmi male. Tu, ristoratore o commercianti, hai il dovere di rispettare questo patto.

Ma se il patto non viene rispettato, cioè se il prodotto consegnato non è conforme, quali sono i diritti di chi soffre di allergia alimentare? Il consumatore ha diritto alla sostituzione, alla riduzione del prezzo o alla risoluzione del contratto, cioè al suo venire meno per inadempimento di una delle parti. Mi hai dato una roba che mi procura un danno, non pago. Attenzione, però: a patto che il cliente dimostri l’esistenza del contratto, per esempio attraverso l’esibizione dello scontrino. E’ importante che il consumatore dimostri che l’alimento acquistato sia stato causa del malore. In altre parole, occorre che vi sia un legame diretto tra il malore e l’assunzione di un alimento contenente ingredienti non adeguatamente «segnalati». Se si accusano malori dopo aver ingerito degli alimenti, è buona norma conservare lo scontrino fiscale che documenta l’acquisto e recarsi al pronto soccorso per avere un referto medico. Il consumatore porterà in giudizio il ristoratore e potrà chiedere il risarcimento del danno subìto.

Non bisogna dimenticare, inoltre, che simili condotte possono configurare reati come il commercio di sostanze alimentari pericolose, la frode nell’esercizio del commercio e la vendita di beni con qualità difformi da quelle dichiarate, che espongono l’operatore a responsabilità penale.

note

[1] Dlgs. 81/2008.

[2] Cass. sent. n. 21710/2009.


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