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Lo sai che? Omessa manutenzione strade: la responsabilità della PA

Lo sai che? Pubblicato il 21 aprile 2017

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> Lo sai che? Pubblicato il 21 aprile 2017

Buche e insidie stradali: quando l’ente proprietario della strada è tenuto a risarcire il danno? Cosa deve provare l’automobilista danneggiato?

La responsabilità della pubblica amministrazione per omessa manutenzione delle strade è oggetto, da sempre, di notevole interesse da parte della giurisprudenza. Per capire cosa il soggetto danneggiato deve provare in giudizio, è importante accertare se l’ente proprietario della strada (Stato, Regione o Comune) ha il potere effettivo di vigilare costantemente sulla stessa. Se così è (come avviene soprattutto per le strade comunali), per ottenere il risarcimento non occorrerà provare la colpa dell’amministrazione per aver omesso o eseguito male la manutenzione: sarà l’ente a dover dimostrare che l’incidente è avvenuto per caso fortuito.

La giurisprudenza tradizionale

La giurisprudenza tradizionale era costante nel ritenere che la responsabilità della pubblica amministrazione per omessa manutenzione delle strade ricadesse nell’ambito dell’art. 2043 del codice civile, secondo cui «qualunque fatto doloso o colposo, che cagiona ad altri un danno ingiusto, obbliga colui che ha commesso il fatto a risarcire il danno». La norma, come può intendersi, esprime un principio generale, comunemente detto neminem laedere («non danneggiare nessuno»). In pratica, sussiste a carico di chiunque (e quindi anche degli enti proprietari delle strade) l’obbligo di non arrecare un danno ingiusto ad altri soggetti.

Considerando il caso che ci occupa, dobbiamo considerare che lo Stato, le Regioni o i Comuni sono proprietari delle strade pubbliche e che, secondo la legge, sono tenuti alla manutenzione delle medesime, al fine di preservare l’incolumità dei cittadini e garantire la sicurezza di pedoni e automobilisti. Ne deriva che se la manutenzione della strada è stata omessa o eseguita male, l’ente proprietario risponderà del danno cagionato all’automobilista, al pedone, al ciclista, al motociclista e così via.

Il riferimento al 2043, operato dalla giurisprudenza più tradizionale, porta con sé una serie di conseguenze. La più importante è quella secondo cui è il danneggiato a dover provare:

  • il danno subito;
  • il fatto che tale pregiudizio fosse dovuto all’omessa o inesatta manutenzione della strada;
  • la colpa dell’amministrazione proprietaria della strada stessa.

Il compito di chi chiede il risarcimento del danno risulta quindi piuttosto gravoso, in particolar modo con riguardo all’ultimo profilo considerato: è molto difficile per il cittadino leso provare l’esistenza di una negligenza colposa attribuibile all’amministrazione.

Il concetto di insidia stradale

Proprio per facilitare il compito del soggetto danneggiato, la stessa giurisprudenza ha elaborato, nel corso degli anni, il concetto di insidia o trabocchetto. Si parla di insidia quando la strada, seppure in condizioni di apparente normalità, nasconde in realtà delle imperfezioni (come le buche) che non possono essere evitate dai singoli utenti, proprio perché non prevedibili o non visibili.

Pertanto, se l’automobilista (o il pedone, o il ciclista) riesce a provare che il danno subito è stato causato da un’insidia non prevedibile con l’ordinaria diligenza (e quindi in alcun modo evitabile), ciò verrà inteso dal giudice come elemento sintomatico della presenza della colpa in capo all’ente proprietario. In poche parole, ciò si risolve in un importante indizio circa l’effettiva responsabilità dell’amministrazione: se l’utente prova l’esistenza dell’insidia, sarà sicuramente più facile per lui ottenere il risarcimento del danno.

Quando sussiste la responsabilità oggettiva della PA

Più di recente, la Cassazione [1] ha ricondotto la responsabilità della pubblica amministrazione per omessa o inesatta manutenzione delle strade nell’ambito dell’art. 2051 del codice civile, che delinea la disciplina del «danno cagionato da cose in custodia». Non più il regime generale dell’art. 2043, quindi, ma un sistema particolare, dettato per i casi in cui il danno viene cagionato da cose che sono sotto la custodia di qualcuno (nel nostro caso, gli enti proprietari vengono quindi considerati «custodi» delle strade e tenuti alla vigilanza delle stesse).

Le conseguenze di tale interpretazione sono molto rilevanti, perché nel caso dell’art. 2051 viene in considerazione la responsabilità oggettiva del custode. Quest’ultimo è tenuto al risarcimento non perché autore di una condotta colpevole, ma perché il danno è stato causato da cose soggette alla sua vigilanza. Ne deriva che chi vuole ottenere il risarcimento del danno derivante da omessa manutenzione delle strade è tenuto solamente a provare:

  • il rapporto che lega la strada coinvolta all’ente proprietario (Stato, Regione, Comune), caratterizzato dal fatto che l’amministrazione ha il potere di curare e vigilare in ogni tempo sulla strada stessa;
  • il danno subito;
  • il fatto che il danno derivi direttamente dalla mancata manutenzione.

Come può notarsi, in questo caso il danneggiato non è più costretto a dimostrare l’esistenza della colpa in capo all’amministrazione. Sarà quest’ultima, al contrario, a dover provare che il pregiudizio è avvenuto per caso fortuito, ossia per una circostanza assolutamente imprevedibile ed eccezionale. Il caso fortuito, dunque, è l’unica circostanza che fa venir meno la responsabilità dell’ente pubblico.

Perché possa operare il regime appena descritto, tuttavia, l’ente deve essere nelle effettive condizioni di poter adempiere i suoi obblighi di custodia e vigilanza. Deve considerarsi, infatti, che per alcuni tipi di strade (come quelle statali) il numero elevatissimo di utenti e l’estensione delle strade stesse rendono di fatto impossibile una costante attività di vigilanza. In questi casi, quindi, la Cassazione afferma che va applicato il regime dell’art. 2043 (col danneggiato che dovrà provare in giudizio la colpa dell’ente proprietario).

Al contrario, quando si verte in contesti più ristretti (come avviene per le strade comunali), le dimensioni più ridotte, il numero minore di utenti della strada, i sistemi tecnologici eventualmente esistenti ben possono consentire una vigilanza continua e costante da parte dell’ente proprietario. In questo caso, quindi, potrà operare senz’altro il regime dell’art. 2051, più favorevole al danneggiato: sarà la pubblica amministrazione, infatti, a dover dimostrare che il danno è stato dovuto a caso fortuito.

 

note

[1] Cass, sent. n. 20823/2006 del 26.09.2006.


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